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Antifascismo, come

4 ottobre 2017

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I fascisti sono contro la libertà di parola. I fascisti non devono parlare?
Me lo chiedevo, nel 2011, qui. E me lo chiedo in realtà da molti anni, cioè da quando (primi anni 80) insieme ai miei amici sono stato aggredito da un gruppo di giovani fasci, legati al Fronte della Gioventù, per nessuna ragione se non che ci avevano identificato come zecche. E quindi volevano darci una lezione.

Non reagimmo, perché non era il nostro modo di fare (avevamo 15-16 anni, sentivamo musica insieme, chiacchieravamo, andavamo al cinema, facevamo lo struscio…), e forse sbagliammo. Perché se avessimo reagito subito forse le cose sarebbero andate diversamente, e ci avrebbero lasciato stare.
O forse no, e la catena di minacce e aggressioni (fortunatamente non gravi) sarebbe continuata. So solo che per qualche tempo andai a scuola con una sbarra di metallo nella borsa. Ma fortunatamente non dovetti mai usarla. Le mani sì, poche volte, per difendermi.

I fascisti sono contro la libertà di parola. I fascisti non devono parlare? Secondo Karl Popper ( o magari una sua intepretazione di parte) direi: no. Perché non si può essere tolleranti con gli intolleranti (è il famoso paradosso della tolleranza). Ma il problema è: chi decide chi è intollerante?
Lo decide l’esperienza (con tutti i rischi del caso): la vita non è dominata solo dalla logica. Allora: se c’è qualcuno che prova a raccontare che i fascisti, sai, facevano delle belle cose, in fondo avevano ragione, etc, e che adotta anche un comportamento violento e intimidatorio, be’, non c’è motivo di essere tolleranti.

Non che non conosca fasci o non li possa considerare amichevolmente.
Succede con Delio, che ho conosciuto da ragazzino, perché suo padre lavorava davanti a casa mia. Poi è diventato consigliere municipale, e abbiamo anche discusso di politica (una volta, mi ricordo, lo facemmo in una scuola, davanti a un pubblico di studenti, da posizione ovviamente distinte). Siamo rimasti in contatto su Facebook, per la maggior parte del tempo ci prendiamo in giro.
È successo con altri. Ed è normale, perché siamo persone.

Ma succede oggi che gruppi di estrema destra si facciano sempre più minacciosi e raccolgano insieme, apparentemente, più consensi. Specialmente nelle loro campagne contro i migranti, in quello schema classico per cui gli stranieri (specie se negri) sono delinquenti, ti rubano il lavoro, ti strappano i valori.

Non considero l’antifascismo una cosa sacra (non considero quasi nulla sacro, direi).
La considero una necessità storica. Oggi mi definirei anti-totalitario, che però non significa che consideri fascisti e comunisti la stessa cosa, in Italia, per evidenti ragioni di carattere storico (per le stesse ragioni posso arrivare a capire l’anticomunismo democratico in paesi sottoposti a dittatura comunista, come la ex Cecoslovacchia; ma non la nostalgia fascista in Ungheria).

Però c’è una cosa che va chiarita: il fascismo non è un problema solo per quelli che si definiscono di sinistra (ho spiegato ormai parecchie volte che mi va stretta pure questa definizione, oggi, ma va bene, ricorriamo a una convenzione letteraria).
L’ideologia suprematista, razzista, antidemocratica e violenta che esprime l’estrema destra è un problema per tutti.

Per cui, a quelli che vanno a discutere con Casapound (Enrico Mentana, per non fare nomi, che certo non segue questo blog, del resto), consiglierei di dare una letta alle notizie, ogni tanto.
Saranno anche smart, fascisti del terzo millennio, quello che vi pare, ma menano la gente e organizzano raid come i loro predecessori ideali.
Non è che siccome vi ospitano nelle loro sedi e pubblicizzano la cosa con manifestini graficamente accattivanti allora vuol dire che non sono fascisti.
Non siete voi il sigillo della democrazia.  Sono loro, al contrario, con tutti i segnali che lanciano, a confermare la certezza dei timori.

Il punto successivo allora è: antifascisti come.
In un libro da poco uscito negli Usa che sto leggendo, Antifa: The Antifascist Handbook (un libro che fa soprattutto la storia e la cronaca dei movimenti antifascisti), la questione se l’antifascismo violento ha senso o no si pone, a tratti. Ma è una serie di interrogativi, più che una risposta.
Il problema si pone in modo più forte nel momento in cui forze suprematiste, di estrema destra, diventano di massa (come Alba Dorata in Grecia, per dire, o AfD in Germania: ma già sono due casi diversi tra loro).

Contestare in piazza i fascisti è violenza? Direi di no, se si fa rumore, si disturba, senza aggredire. E farlo creativamente, gioiosamente, ridicolizzando i fascisti, merita un premio.
Picchiare i fascisti è violenza. Ma difendersi e difendere le persone no.

Soprattutto, antifascismo è non dare spazio ai suprematisti, ai nemici della democrazia, ai razzisti. Non bisogna fargli pubblicità indiretta, neanche per esprimere la propria indignazione. Mentre, se serve, occorre rispondere, anche sui social, battuta su battuta.

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Votare chi e per cosa, a Ostia

27 settembre 2017

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Il 5 novembre si vota, nel X municipio, dopo lo scioglimento straordinario di due anni fa, deciso dal Viminale per il rischio di infiltrazioni della criminalità organizzata.

Quest’estate, in un lungo reportage qui ho spiegato perché, secondo me, era giusto sciogliere il municipio di Ostia (non solo per l’arresto del presidente Pd per corruzione) ma anche che moltissimi problemi sono rimasti aperti.
Ora però vorrei dire che cosa voterei, se vivessi (ancora) lì. E perché.
Anche perché il voto di Ostia è anche un voto importante per Roma. Perché quello è il mare, il litorale della metropoli, per esempio (e anche sul controllo delle spiagge si è giocato il ruolo della criminalità organizzata, per dire).
Ma anche se so benissimo che quel voto comunque non basterà, perché c’è un problema grosso come una casa, che si affianca alla questione della criminalità organizzata: Roma non funziona.

La vittoria del M5s a Roma nella primavera del 2016 ha significato per molti elettori la speranza di cambiare davvero le cose, dopo anni di progressivo decadimento della qualità della vita a Roma, anche a causa della crisi economica, e dopo il tentativo fallito della giunta Marino.
Nel X la sindaca Raggi ha ottenuto la percentuale più alta di voti voti al ballottaggio rispetto a tutti gli altri municipi. Il commissariamento era già iniziato, ed evidentemente la rabbia degli elettori era tanta.

In questi 15 mesi, però, la giunta del M5s non è stata in grado di mantenere le promesse, accusando sistematicamente le precedenti amministrazioni di aver lasciato troppi problemi in eredità. E oggi lo stato di abbandono in cui secondo molti versa il X municipio è comune anche al resto di Roma.

In questo scenario, mentre cala la fiducia degli elettori, molti partiti sembrano in stato di confusione, senza un progetto, impegnati soprattutto a sparare su Raggi (compito piuttosto facile, del resto). E mancano anche figure di riferimento.

Non è strano quindi che nel X municipio si sia candidato un sacerdote, Franco De Donno, ora sospeso a divinis, che vive e opera da da decenni sul territorio, in parrocchia, con la Caritas, con uno sportello anti-usura.
Non è strano perché si è candidato, parole sue, per un periodo di transizione, in cui mancavano altre proposte interessanti a sinistra (perché De Donno si colloca lì). E lo ha fatto insieme a un gruppo di volontari cattolici, attivisti sociali e politici, giovani, persone impegnate in vari settori.

La politica è come la natura: ha orrore del vuoto. Dunque, se le organizzazioni politiche rinunciano a mettere in piedi una coalizione, si spaccano o sugli astii personali (Ostia è un paesone, e l’entroterra del X municipio anche) o su logiche politiche nazionali che sembrano fredde e meccaniche viste sul territorio, non riescono a trovare un candidato sufficientemente autorevole, succede che un sacerdote scenda in campo, con delle idee, spiegando che il suo movimento è apartitico, ma non contro i partiti.
Non sono credente, sono un attivista politico, non ho il mito della sinistra, ma non mi scandalizzo. Condivido sostanzialmente quelle idee (anche se vorrei poi un programma di punti e tempistiche precise) e ho dato anche il mio contributo, piccolo e locale (e lo darò ancora), per provare a fare crescere questo esperimento.

Ps: Credo che  la scelta del Pd da correre da solo con un candidato inventato, che non c’entra nulla col X (Athos De Luca, che pure negli anni ho stimato per il suo impegno ambientalista), sia coerente , purtroppo, con quanto è avvenuto in oltre due anni.
Il Pd poteva ripartire da un’esperienza civica (non per nascondersi, ma appunto per partecipare e trovare un’altra strada), invece ha preferito difendere il simbolo. Sapendo di perdere, ma facendolo evidentemente con l’idea che il M5s vincerà e potrà ulteriormente sputtanarsi.

Ps2: Devo fare gli auguri al collega e amico Andrea Bozzi, che sarà il candidato presidente di una lista autonomista sostenuta di fatto dal partito della ministra Beatrice Lorenzin (che viene anche lei dal X). Quello che penso, glielo ho detto già di persona. Considero l’idea dell’autonomia di Ostia e Ostia Antica sbagliata, anche perché non è inserita in un contesto generale di riforma di Roma, che deve diventare almeno una regione metropolitana. E non mi piace quella collocazione politica, soprattutto per il passato di Andrea. Ma è grande e vaccinato, come si dice.

 

 

La fine del mondo è sempre una bella lettura

25 settembre 2017

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Noi lettori di fantascienza abbiamo spesso l’impressione, soprattutto oggi, di faticare a trovare opere di genere, perché il numero di case editrici specializzate è calato e sugli scaffali delle librerie abbondano piuttosto fantasy, vampiri e horror (no, non è tutta la stessa roba…). E dunque gioiamo quando ci imbattiamo in un’opera che ha vinto un premio ambito (l’Arthur Clark Award, in questo caso), rinverdendo gli antichi fasti del nostro genere preferito.

Però, occorre che vi confessi un paio di cose: non c’è mai stata tanta fantascienza in giro, come adesso, grazie alla rete (certo, se si legge solo in italiano però la scelta è nettamente più limitata); il libro di cui sto per parlarvi per qualcuno non è propriamente un’opera di fantascienza. Ma è davvero molto bello, ed è stato pubblicato in italiano.

“Stazione Undici”, della canadese Emily St. John Mandel, è uscito originariamente nel 2014. In Italia è arrivato a inizio 2016. Racconta un mondo prossimo (anzi, attuale) in cui una febbre di origine suina ha provocato la tanto temuta pandemia, sterminando gran parte degli umani contagiati.
Fino a qui, nulla di nuovo. Basta citare “I Sopravvissuti”, divenuto famoso anche per versione tv. O “L’araldo dello sterminio”, che parla comunque di un tema simile.
Ma nel libro di St. John Mandell non conta solo la trama. Pesa il modo di raccontarla, i diversi punti di vista, l’intreccio tra i personaggi, i flash-back, il rimando a Shakespeare (cerco di non fare alcun spoiler).E conta moltissimo, secondo me, l’espressione dei sentimenti e di una certa tenerezza in particolare (senza perdere la durezza, a partire da quella del contesto) o forse di vera e propria, pur piacevole, melanconia. Qualcosa a cui forse noi lettori fantascienza, appunto, siamo meno avvezzi.

Il libro, l’ho trovato sugli scaffali di una Feltrinelli, poche copie giunte da poco, e per questo pensavo che fosse una novità. Stavo per dire che l’ho trovato per caso, ma  non è del tutto vero.  C’erano dei motivi, per questo incontro. Mi capita di riflettere spesso su catastrofi ed estinzioni, in questa fase, come possibile conseguenza di una maggiore complessità dell’organizzazione e dello sviluppo umano.

In altre parole, nel momento in cui costruiamo un mondo più collegato e connesso aumentiamo al tempo stesso le dimensioni e la natura stessa della minaccia.
Più siamo, più viviamo gli uni accanto agli altri, più viaggiamo, più aumenta il rischio di una pandemia, per esempio.
Di qui, anche una riflessione non solo sulla nostra potenziale fragilità ( o, al contrario, resilienza?), ma anche sulla complessità del sistema in cui viviamo, e che tendiamo a ignorare, trascurando il fatto che la nostra civiltà è il risultato del lavoro, del contributo, anche d’idee, quasi sempre autonomo, di milioni e milioni di persone.

 

Non solo i padri, anche le madri

15 settembre 2017

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Ieri sera ho visto un bel film che è stato anche una mazzata terribile allo stomaco, e che vorrei consigliare ali uomini che hanno figli o che pensano di averne.

Jusqu’à la garde, di Xavier Legrand, in Italia non è ancora uscito, ma è passato a Venezia e al festival “Venezia a Roma”. In italiano sarà intitolato probabilmente L’affido, anche se il titolo francese è un gioco di parole intraducibile (garde vuol dire custodia, in riferimento alla custodia condivisa dei figli di divorziati, ma significa anche la “guardia” della spada, che fa parte dell’impugnatura…).

È un bel film, dicevo, cinematograficamente. Non è una pellicola di denuncia, racconta una storia. Semmai, invita a fareattenzione a come una vicenda può presentarsi, e a come può essere (male)interpretata. È la storia di un padre violento (una persona malata, soprattutto) che riesce a ottenere la custodia condivisa perché è stato capace di ingannare le autorità preposte (e anche se stesso), grazie anche alla scelta della moglie di fuggire con i figli senza denunciare per tempo quello che avveniva, per non dare scandalo.

È probabile, per non dire ovvio, che il pubblico di un film del genere sarà composto da persone sensibili (e maschi sensibili). Non pretendo di esserlo più degli altri. Dico solo che, da uomo con tre figli, che qualche volta ai figli ha mollato schiaffi e sculacciate, e che ancora spesso urla come Hulk, mi ha fatto male. Mi ha fatto male la paura di poter avere dentro di me, da qualche parte, un abisso del genere.

Ovvio che qui non parliamo di sistemi di educazione. E comunque sono stato educato a schiaffi e sculacciate (e battipanni, e ciabatte, anche, nella classica tradizione italica). Dunque, pur pensando razionalmente che sia sbagliato, ho una tendenza a ripetere. Che combatto da anni.

Non sono contrario all’uso della violenza in generale. Credo che la violenza per difesa sia talvolta necessaria e che sia anche difficile sapere fin dove arriva il concetto di difesa.
Ho cercato di insegnare ai miei figli che non bisogna ricorrere alla violenza, ma anche che debbono difendersi, se occorre.

Quando ero bambino, sono stato picchiato un paio di volte da mio padre, cresciuto in una borgata romana (ma non ha mai aggredito nessuno, e non ha mai alzato le mani su mia madre) perché non mi ero difeso da miei coetanei. Pensava di insegnarmi così a reagire. Fortunatamente mia madre l’ha fatto ragionare.
Ho fatto poi obiezione di coscienza al servizio militare soprattutto perché volevo evitare l’istituzione totale caserma e la disciplina militare. E non me la sentivo di andare in carcere, cosa che forse sarebbe stata più coerente, ma non più intelligente.

Il fenomeno del femminicidio (difendo l’uso del termine, perché attiene a una motivazione precisa, che riguarda un modo di considerare la donna) non è una prerogativa esclusiva italiana, come dimostrano anche i dati (e come mostra anche il film di cui vi ho parlato). La cosa non mi fa gioire.

Ma oltre all’assunzione di responsabilità maschile, credo ci sia necessità di una analoga presa di coscienza da parte delle donne, in Italia (e qui mi beccherò i fischi).

I padri sono importanti, ma sono importanti anche le madri.
E in una società come quella italiana, dove sono ancora le donne a passare – purtroppo – più tempo coi figli, occorre che siano prima di tutto loro a trasmettere valori diversi (lo dobbiamo fare anche noi uomini, eccome se lo dobbiamo fare, non è mai abbastanza).

Perché troppo spesso le donne invece continuano a condividere quell’ideologia di merda, quella del possesso e della considerazione della femmina (ma anche dei figli) come di una proprietà.  Quell’ideologia di merda sul maschio che ti fa sentire protetta e importante. Quell’ideologia di merda sul presunto ruolo di una donna. Le discussioni di questi giorni sugli stupri etc lo testimoniano.

Badate che non serve solo alle donne. Serve anche a liberare gli uomini.

Io no ho imparato tutto da solo (molto, però sì, e lo rivendico, e molto ho ancora da imparare). I miei genitori, che hanno frequentato poco la scuola – anche perché sono nati prima della II Guerra Mondiale e venivano da famiglie operaie – mi hanno trasmesso alcuni insegnamenti importanti, tra cui quello che siamo tutti uguali e che ognuno deve fare la propria parte (anche nei lavori domestici: se leggete qui, scoprite invece che la parità sta diventando quella che nessuno fa un cazzo).
E cerco di fare la mia parte, tra tutte le contraddizioni e difficoltà.

 

 

Aspiranti baby sitter, non fatevi i selfie

5 settembre 2017

Anche quest’anno dobbiamo cercare una baby sitter che si occupi della figlia più piccola all’uscita da scuola.
Cambiamo praticamente persona ogni anno per una ragione abbastanza semplice: di solito preferiamo studentesse universitarie (a dire il vero non ci sono ancora capitati studenti, che rarissimamente si propongono), che poi, però, l’anno successivo sono impicciate con gli esami e lo studio, o la tesi, o si sono laureate e hanno trovato qualcosa di più interessante e meglio retribuito da fare.

Oltre a far girare la voce tra amici, conoscenti e altri genitori, ricorriamo ogni tanto a un sito web di inserzioni, Subito.it. Una delle ragazze più in gamba e affidabili l’abbiamo trovata così.

Quest’anno, però, guardando tra le varie offerte, mi ha colpito il numero di inserzioni accompagnate non da una foto, ma da un selfie. Selfie con le labbra socchiuse e le dita a v, con le facce da fatalone che si credono fascinose, e che spesso invece finiscono per risultare volgarotte.

Insomma, sarà l’età, ma mi sono imbarazzato per loro.
Perché non hanno capito che così danno un’immagine tutt’altro che rassicurante (almeno a me). Anche se poi scrivono cose tipo “non rispondo a telefonate anonime”, “rispondo solo a donne” o “no proposte strane o indecenti”, con quei selfie rischiano di ottenere l’effetto opposto. E cioè di farsi considerare come oggetti di desiderio da noi maschi (notoriamente pieni di pregiudizi, me compreso).

 

Valerian, una questione di estetica

23 agosto 2017

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Un mio amico esperto di cinema dice che un film è prima di tutto qualcosa che si guarda, intendendo (credo di aver capito) che la prima dimensione è necessariamente quella estetica. Insomma, un film non può essere semplicemente una storia interessante. Deve soddisfare anche l’occhio, per così dire. Sembrerebbe banale, ma non lo è. Perché spesso parliamo invece delle storie che raccontano i film.

Vedendo Valerian  e la città dei mille pianeti, di Luc Besson (che in Italia esce il 21 settembre, ma che ho visto nei giorni scorsi a Montreal), il mio occhio è stato certamente soddisfatto.
È un bel film, dall’inizio alla fine. Le animazioni sono fantastiche. Gli scenari mi hanno ricordato spesso le immagini di Moebius, che peraltro disegnò quelli de Il Quinto Elemento, il film dello stesso Besson che uscì 20 anni fa, nel 1997. A quel film collaborò anche Jean-Claude Mézières, autore (con lo sceneggiatore Pierre Christin) proprio del fumetto (comparso per la prima volta nel 1967) Valerian e Laureline su cui è basata la nuova pellicola.

E la storia? Onestamente, l’intreccio è piuttosto scarso, anche se eviterò di fare spoiler. L’avventura dei due agenti federali galattici (Laureline è stata dimenticata nei titoli, ma c’è, eccome) è forse più interessante nella prima parte del film che non nella seconda. Ma anche il plot del Quinto Elemento in fondo non era gran cosa.

L’insieme è un melange di Avatar, Guerre Stellari (con una citazione facilmente riconoscibile) e i Guardiani della Galassia, cinematograficamente parlando (ma si dice che il fumetto Valerian abbia ispirato in parte Star Wars, e comunque i Guardiani della Marvel sono comparsi per la prima volta in albo nel 1969).
Il sottofondo musicale, poi, è decisaemente ispirato agli anni 70.

Merita, il film? Sì, se siete appassionati del genere, anche per farvi un’idea. Sono comunque due ore di belle immagini (e a me ha fatto tornare la voglia di guardare Il Quinto Elemento).

 

Fatemi votare per una cosa comprensibile

26 luglio 2017

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Necessaria premessa: questo non è un post da analista, ma da elettore, ancora prima che attivista (verde, romano).

  1. Continuo a ritenere che le sinistre (come le destre, i centri, etc) siano diverse, talvolta componibili, talvolta opposte, talvolta estranee etc. Quindi non capisco bene, lo sforzo di “unire la sinistra”, che è una cosa più simile a un mantra o a un’invocazione religiosa.
  2. Ciò nonostante, comprendo l’intenzione sentimentale, ma anche pratica (elettorale), di unire le forze tra organizzazioni, partiti, movimenti, gruppi etc etc di sinistra e centrosinistra o ecologiste non-Pd (è la definizione per me più vicina alla realtà), di fronte a un centrodestra che sta provando a riunirsi e a un M5s che ha accentuato i caratteri di forza revanscista di massa.
  3. Allora questa unità almeno elettorale si faccia sulla base delle cose su cui si è d’accordo nel voler fare se si andasse al governo. Per esempio, ma è solo un esempio, c’è il manifesto di Possibile che per me è una buona base di partenza (anche se il diavolo si nasconde nei dettagli, come è noto). Ma ovviamente non lo decido io. Insomma, si faccia un alleanza per qualcosa. Non contro qualcuno.
  4. Ovviamente, è opportuno ricordare che nel 2013 ci fu chiesto di votare per un’alleanza (senza Rifondazione comunista e altri, come la lista Ingroia) che doveva governare; è finita invece con la divisione interna e un governo di mini-coalizione Pd-etc-Alfano, dopo che è fallito anche il tentativo di un accordo con il M5s. E nel corso della legislatura la composizione è ulteriormente cambiata, ondeggiando qui e lì, anche a causa del massiccio cambio di casacche dei parlamentari. Quel governo, però, è stato sostenuto fino a oggi anche da Pier Luigi Bersani e dall’Mdp.
  5. Bisogna anche ricordare che di mezzo c’è stato il referendum costituzionale (anzi, il disgraziato e inutile referendum) del 4 dicembre, che ha segnato la sconfitta di Matteo Renzi dopo la lacerazione ulteriore del centrosinistra-sinistra (o quello che è).
  6. Ma Renzi è stato riconfermato dalla grande maggioranza dei militanti ed elettori Pd segretario. E siccome il Pd è un partito con un elettorato e un quadro di militanti e dirigenti  di centrosinistra (per quello che vuol dire il termine, ma credo ci siamo capiti), bisognerà confrontarsi anche con Renzi. E con il programma del Pd.
  7. Quindi occorre cercare di mediare (la mediazione è una parte della politica), bisogna evitare veti personali (nonostante lo stato tumultuoso dei rapporti tra una serie di esponenti politici), serve rappresentare le persone e i gruppi sociali a cui si pensa di rivolgersi, si deve organizzare la speranza.
  8. Si può anche decidere che contano più le differenze che le affinità elettive, certo. E di differenze, volendo, se ne trovano a bizzeffe. Il punto però è se ci si chiude in una scelta identitaria (legittimaoppure si vuole esercitare un’egemonia culturale e politica. E per farlo bisogna avere forza, che non è data solo dal numero di voti, ma certo anche da quanti voti si portano.
  9. Tutto questo ragionamento può saltare di fronte a uno scenario elettorale confuso, ovviamente. Uno scenario in cui nessuno schieramento è in grado di governare. E allora bisognerà comunque concorrere a trovare una soluzione. Perché in ogni caso il mondo (i processi produttivi, il cambiamento climatico, etc) non si ferma.