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DJORGIO 2018 – Continuità nel cambiamento

19 febbraio 2018

DJORGIO copertina

Qui dentro trovate oltre 40 brani di diversi generi musicali, dall’alternative al jazz passando per la dance, la techno e il pop. Unica assente, la musica italiana (che ascolto poco, e che comunque potete sempre sentire alla radio: ormai le radio italiane sono piuttosto uniformi, in quanto a programmazione). Non c’è un ordine prestabilito. Solo comune denominatore tra tutti i brani, il fatto che mi siano piaciuti molto nel corso del 2017. Sono notoriamente onnivoro, musicalmente parlando, e quello che ne esce è un “grand mix”. Magari un po’ snob, perché alcune cose si sentono meno in giro.
Alcuni di questi pezzi li ritroverete poi nelle nostre feste. Buon ascolto.
Ah, consiglio comunque di sentire tutto, almeno una volta. Ma fate voi.

ps: le playlist si trovano anche su Spotify e Apple Music come DJORGIO2018

 

 

 

The Jesus and Mary Chain, Always Sad – I JAMC non fanno più pezzi rumorosi surf-punk come quelli degli anni 80, ma mi piacciono ancora. Dopo quasi anni di pausa sono tornati con un disco onesto, con tracce come questa, che ti restano in capoccia. Si tratta di una storia d’amore triste, adolescenziale (le mie preferite): due che si amano alla follia, che si trovano diversi, ma che poi lasciano. E dicono che saranno sempre tristi, “perché tu eri il meglio che ho mai avuto”.

 

Courtney Barnett & Kurt Vile, Continental Breakfast – Courtney Barnett è una giovane musicista australiana, Kurt Vile un cantautore statunitense. Non conoscevo nessuno dei due (anche se Vile suonava con i War On Drugs, di cui ho ascoltato pochissimi pezzi), ma questo genere di indie rock virtuoso e tranquillo mi piace (tutto l’album è così). Non ho ancora ben capito il significato della canzone, ma mi piacciono le strofe iniziali: You won’t believe what I coulda told ya / But I don’t believe I’ve the balls to let you know / I can say that ‘cause I’m a man / But I feel like a little boy… today – Non crederesti cosa potrei dirti / Ma non credo di avere le palle per fartelo sapere / Posso dirlo perché sono un uomo / ma mi sento come un ragazzino… oggi.

 


Sheer Mag, Just Can’t Get Enough – Gli Sheer Mag sono una band di Philadelphia, in circolazione da pochi anni, che potrebbe piacere anche ai miei amici più anziani e tradizionalisti, visto che suonano, spesso, come una band anni 70 di hard rock. Ma hanno una voce femminile, quella di Tina Halladay. Una voce distorta, la sua, come se cantasse al citofono (e questo ha disturbato i miei figli, quando gli ho fatto sentire in auto alcune canzoni). I testi uniscono discorsi di contestazione e storie d’amore (e infatti l’album si chiama Need To Feel Your Love).

 

Mount Kimble, You Look Certain (I’m Not Sure) – Quando non si sa come classificare un gruppo, lo si piazza in genere sotto l’etichetta alternative, o, come in questo caso, elettronica. Ecco, non so cosa suonino i Mount Kimble, un duo britannico che non conoscevo prima di questo disco, che usa molti suoni, campionamenti e cantanti diversi, ma mi piace.

 

Nabihah Iqbal, Something More – Nabihah Iqbal è una musicista e produttrice britannica più nota fin qui col nickname Throwing Shade (pseudonimo che significa più o meno “lanciare frecciatine”). Ha pubblicato con il suo vero nome un album che si intitola Weighing of Love, che ha rimandi alla new wave elettronica che ascolto da 30 anni e più, come i New Order. Questa canzone gira intorno a una domanda più o meno eterna: c’è qualcosa di più della nostra esistenza quotidiana?

 

The National, The System Only Dreams in Total Darkness – Confesso di non essermi mai filato fin qui The National, band che esiste da quasi 20 anni. Però quest’album (Sleep Well Beast), il settimo della loro storia, è bello e non può essere ignorato. The System Only Dreams in Total Darkness è il primo singolo uscito, secondo il gruppo è “un ritratto degli strani tempi in cui viviamo” ed è ispirata alla vittoria di Donald Trump.

 

Kamasi Washington, Knowledge – Ho scoperto Washington una sera, bloccato in macchina nel traffico (per fortuna mi succede raramente), mentre alla radio davano un suo concerto. Poi ho ascoltato i suoi relativamente pochi lavori (perché in realtà è anagraficamente giovane, anche se ha una cultura musicale piuttosto vasta) e finalmente l’ho visto suonare dal vivo a Roma, nell’estate 2017, con grande soddisfazione. Un gigante, anche fisicamente, del jazz contemporaneo, che però spazia negli stili. Credo che sentiremo parlare di lui un bel po’.

 

Ahmad Jamal, Marseille – l’americano Ahmad Jamal è una colonna del jazz contemporaneo. A 87 anni ha dato alle stampe un disco dedicato alla città che in molti amano (noi tra loro), contraltare di Parigi (ma noi amiamo anche Parigi, sia chiaro). La title track è presente in tre versioni: questa è quella cantata, anzi, parlata, dal rapper e poeta franco-congolese Abd al Malik. Il testo, che ha una struttura piuttosto classica, è di Jamal.

 

Daymé Arocena, Eleggua – Lei è una giovane cantante cubana, considerata un prodigio musicale da quando era bambina, che compone, canta, suona e dirige orchestre. E questo è solo un estratto da un bel disco che si chiama Cubafonia.

 

Amadou & Mariam, Ta Promesse – La coppia maliana più conosciuta del mondo musicale non registrava dischi da alcuni anni. A me era piaciuto molto l’album Dimanche à Bamako. Questo disco forse non è alla stessa altezza, ma mi piace. La canzone racconta la storia (vera) di un’assenza: quella di un marito che non si presenta al matrimonio.

 

M, Bal De Bamako – Sono da anni un fan di M, ovvero Matthieu Chedid (l’ho anche visto diversi anni fa in concerto a Parigi) e l’ho seguito in quasi tutti i suoi percorsi musicali, che ultimamente lo hanno portato in Mali, luogo-simbolo per una buona parte dei musicisti francesi, visto che in quel paese (francofono e ancora trattato come una colonia dai francesi, bisogna dire) si è combattuta una guerra con gli integralisti islamici che volevano appunto vietare la musica (Timbuktu, se lo avete visto, è la versione franco-africana degli eventi). L’album di M, Lamomali, ha appena vinto gli oscar della musica francese, Les Victoires (battendo il disco di Amadou e Mariam…)

 

Mexican Institute of Sound, Dame Un Besito – Da qualche anno i MIS sono diventati uno dei miei gruppi preferiti, nelle loro numerose manifestazioni. Il frontman Camilo Lara si inventa di continuo superband e collaborazioni con mezzo mondo, tra cui ultimamente i Calexico, e pochi anni fa hanno fatto un disco di canzoni di Morrissey rielaborate e cantate in spagnolo.. Fondono elettronica e musica messicana del 900 e in genere latina (soprattutto cumbia nell’ultimo periodo). Questo pezzo è un tipico esempio. Ma hanno scritto anche pezzi politici, sia pur ballabili,come Mexico: Quanto tiempo va pasar? Para que pueda mejorar / Todos somos victimas De un estado confiscado / Con un gobierno involucrado En las ganancias de el narco / Es una nación podrida Con la población herida.

 

Arcade Fire, Chemistry – Quest’album è stato abbastanza massacrato da Pitchfork, uno dei miei siti di riferimento per la critica musicale. Ma devo dire che non mi dispiace, questa versione pop-divertente del gruppo di Montreal.

 

Beck, I’m So Free – Non è forse il migliore album di Beck, artista che non possiamo più definire “giovane” da un po’, ma Colors mi piace e mi mette allegria. Pieno di citazioni (qualcuno s’è arrabbiato per quella dei Police, scambiandola per un plagio), contiene canzoni energetiche come questa qui.

 

Alt-J, In Cold Blood – Confesso, è il primo album degli alt-J che ascolto, e da quello che ho letto in un’intervista di qualche mese fa questa canzone è quella che somiglia di più al loro stile precedente, mentre il nuovo album rappresenta soprattutto una svolta… Mi pare un buon misto tra alternative e pop, con i fiati che danno una dimensione epica al contesto. Il titolo è ispirato a un libro di Truman Capote (A sangue freddo, cronaca romanzata di un fattaccio di cronaca nera Usa), ma del testo, frankly, ho capito poco.

 

De La Soul, Memory Of.. (US) – Ai tempi il primo album dei De La Soul, 3 Feet High and Raising, uscito nel 1987  (in cui c’erano tantissime hit, come 3 Is The Magic Number), l’ho praticamente consumato. Poi dopo un po’ li ho persi di vista. Questo album, And The Anonymous Nobody, è il primo dopo 12 anni, ed è vario, perfino old school, e bello.

 

Omar, Gave My Heart/It’s So Interlude – Mi ricordo di Omar negli anni 90, ai tempi dell’acid jazz e del neo-soul, con una canzone che s’intitolava There’s Nothing Like This. Direi che è invecchiato bene. Questa traccia senza tempo può diventare un classico soul in pochi anni.

 

Sampa The Great, Flowers – Sampa è una cantante africana (nata in Zambia, cresciuta in Botswana), vissuta negli Usa e approdata in Australia. Il suo è una specie di hip-hop globale. Mi piace in particolare la sua voce. E mi piace questa strofa: All them bad vibes gonna make you sicker / All them bad minds gonna make you slicker / All them bad times gonna make skin thicker.

 

Sampha, (No One Knows Me) Like The Piano – Non c’entra niente con Sampa, ha solo un nome d’arte simile. Sentite e risentite questa ballata (Nessuno mi conosce come il piano a casa di mia madre…), ha un ritmo ripetitivo e tranquillizzante, e rappresenta bene tutto l’album. Sampha è un 30enne che ha lavorato con SBTRKT, Solange e Drake (se non li conoscete non vi preoccupate troppo: comunque il più famoso è Drake, il più bravo SBTRKT).

 

St. Vincent, Happy Birthday, Johnny – Anche St. Vincent, al secolo Annie Clark, è per me è una scoperta. L’album (Masseducation) è pieno di ritmi diversi, Happy Birthday, Johnny è solo un episodio, forse il più personale, dedicato a un vero o presunto caro amico tossico di St. Vincent, già protagonista di altre due canzoni negli anni passati. La canzone è anche un omaggio al poeta e musicista punk Jim Carroll.

 

The Heliocentrics, A World of Masks – Qualcuno la considera una jazz band, Apple Music se la cava classificandola come alternative. in realtà loro suonano diversi stili, anche il risultato dell’album, che sembra senza tempo, è omogeneo, bello.

 

Laurent De Wilde, Monk’s Mix – De Wilde è un musicista jazz francese, piuttosto noto, che da anni è affascinato da Thelonius Monk, di cui nel 2017 si celebrava il centenario della nascita. Questo pezzo è appunto un mix di temi famosi di Monk.

 

The Lyman Woodard Organization, Creative Musicians – Questo è un altro salto nel passato: la riedizione di un disco del 1975 del musicista jazz-funk Lyman Woodard e del suo gruppo. Ma è un album talmente attuale come sound che non ho potuto resistere.

 

Ellen Allien, MMA – Ellen Allien è una dj tedesca ormai matura (50 anni), che suona techno come se non ci fosse un domani. MMA è la sigla di Arti Marziali Miste (Mixed Martial Arts), o full contact, e la cadenza marziale di questo lungo pezzo solo musicale è chiara.

 

Austra, Future Politics –  Questo è elettropop+politica. Potrebbe sembrare la musica di una Bjork meno rarefatta, potrebbe passare per dance, e in effetti è ballabile, ma è soprattutto un inno alla politica, questa canzone, basata sulla convinzione che la tecnologia ci libererà dal capitalismo, come ha spiegato la cantante del gruppo canadese, Katie Stelmanis.

 

Jlin, Enigma – Devo rassicurare i miei vecchi amici vecchi, che sono i destinatari ideali delle compilation che faccio: quando parlo di musica elettronica, NON sto parlando di quelle robe anni 70 come i Kraftwerk (che pure rispetto e ho lungamente ascoltato)… ma di musica contemporanea che comprende tantissimi stili. Enigma ne è un esempio. E questa non è una canzone, è un ritmo, piuttosto.

 

Giraffage, Slowly – Giraffage è lo pseudonimo di Charlie Yin, un produttore di musica elettronica diventato noto per i suoi remix di classici RnB. Probabilmente è roba troppo raffinata per voi, che la prenderete per disco. Ma mi piace come suona.

 

J Hus, Did You See – Questa canzone probabilmente piacerà ai vostri figli ma non a voi. J Hus è un rapper britannico ventenne, che con questo brano (cantato con uno slang per gggiovani) è arrivato piuttosto in alto nelle classifiche GB.

 

Syd, Know – Syd è la leader della band RnB The Internet, al suo primo album solo. Ha una voce bellissima che emerge anche grazie a sonorità (rigorosamente elettroniche) a volte minimaliste. Know è una storia di amore e sesso che deve restare segreta.

 

SZA, Doves In The WindSolána Imani Rowe fa parte di una bella e ampia generazione di cantanti americane di RnB. Questa canzone è dedicata a Forrest Gump, come un buon esempio di uomo con cui fare sesso, perché vuole di più che una scopata.

 

Jonwayne, Out Of Sight – Questo tipo si chiama Jonathan Wayne, ha meno di 30 anni e fa un tipo di rap musicalmente minimale. My momma always told me I was never in the here and now / My head in the past, my feet in the future, comincia la canzone, che racconta le difficoltà di crescere e il sentimento della solitudine, perché pensi di essere l’unico sfigato, che gli altri siano tutti persone di successo, mentre stiamo tutti combattendo la stessa battaglia.

 

LCD Soundsystem, Tonite – Ho dovuto ascoltare diverse volte il disco nuovo di LCD Soundsystem (cioè James Murphy), dopo una pausa di alcuni anni, per capire che mi piace, molto. Ha un suono cupo, testi cupi. Everybody’s singing the same song / It goes “tonight, tonight, tonight, tonight, tonight, tonight” / I never realized these artists thought so much about dying (Tutti cantano la stessa canzone / fa: stanotte, stanotte, stanotte, stanotte, stanotte / non avevo mai realizzato che questi artisti pensano così tanto alla morte), e continua spiegando che moriamo tutti ma che è fico comunque pensare che vivrai per sempre. Però si può anche fare a meno di seguire le parole, e ballare.

 

Soulwax, Missing Wires – da quando il duo belga ha iniziato a somigliare in maniera così forte ai Chemical Brothers? L’album s’intitola From Deewee, e ha un suono piuttosto sintetico, con una robusta presenza della batteria. Li ho ascoltati a momenti, durante gli anni, e probabilmente il loro album che conosco meglio è Any Minute Now, del 2004, che suonava nettamente più rock. L’impressione qui invece è davvero quella di sentire qualcosa di vicino ai Chemical Bros (band a cui resto affezionato) dell’ultimo decennio. Il risultato è piacevole.

 

Pixx, I Bow Down – Ci sono diverse canzoni che mi piacciono in questo album, che pure non ha avuto grande accoglienza dalla critica. La citazione nella canzone (To put a name on it/Would be to nail the age of anxiety), che mi piace nella sua ripetitività, viene da L’Età dell’Ansia, un poema di W. H. Auden del 1948.

 

Rose Elinor Dougall, Colour of Water – Probabilmente vi ritroverete come me a canticchiare questo motivo, dopo un po’. Perché melodia e ritmo vanno insieme. Bello l’inizio in crescendo di chitarra. Lei è un’altra 30enne britannica già musicalmente matura, dopo aver cominciato con una band di ragazzine pop con un’estetica anni 60, le Pipettes.

 

Los Campesinos!, 5 Flucloxacillin – Questa è una band britannica molto idealista, già dal nome ispirato.L’album parla di medicinali e malattia mentale, e questa canzone in particolare tratta di un antibiotico e dei farmaci prescritti per qualsiasi cosa, che però in realtà non funzionano. Ma si direbbe, dalla musica, una di quei pezzi di successo che diventano subito la colonna sonora di qualche pubblicità.

 

Priests, JJI thought I was a cowboy because I smoked Reds è la frase-simbolo del pezzo rockabilly dei Priests, un gruppo Usa sostanzialmente punk, che sono stati eletti loro malgrado band anti-Trump.

 

Rat Boy, Turn Round M8 – Quello di Rat Boy è un misto di garage e rap, e in effetti mi ha ricordato Jamie T (un altro britannico che somiglia ai Beastie Boys e ai Clash) o gli Streets. Questo è l’album di debutto. La canzone, che è piena di riferimenti ardui da capire se non usate Genius.com per leggere i testi (e anche così, è difficile), parla di violenza e rapine urbane.

 

Tony Allen, On Fire – Tony Oladipo Allen è stato il batterista di Fela Kuti e a quasi 80 anni è passato attraverso numerosi stili musicali, techno compresa, nelle sue collaborazioni. Qui siamo in un misto di jazz e Afrobeat, complesso. Anche se questo pezzo è forse più vicino alle sue origini jazz, appunto.

 

Orchestre Le Mangelepa, Kanemo – Loro sono una band storica africana: originari del Congo orientale, poi trapiantati in Kenya, ma influenti in tutta l’Africa dell’Est, suonano dal 1976, pur tra diversi cambi di formazione. Con l’uscita del nuovo album del 2017, Last Band Standing, hanno fatto la loro prima tournée in Europa e sono arrivati a un pubblico più vasto (come me).

 

Tootard, Laissez Passer (ma nella compilation c’è Musiqa) – I Tootard vengono dalle alture del Golan, cioè quella zona formalmente siriana occupata alcuni decenni fa da Israele. Cantano, in arabo, delle difficoltà di vivere senza passaporto ma con un eterno lascia-passare. Suonano un mix interessante di musica arabo-africano e reggae, e sono al secondo album. Un villaggio, una natura e una montagna / La nostra storia è cominciata qui / Le nostre canzoni parlano di speranza, dicono le prime strofe di Musiqa.

 

Liars, Cliché Suite – Altro gruppo fin qui a me sconosciuto, anche se in realtà più che di una band si tratta del lavoro di Angus Andrews, e della sua musica d’avanguardia che mischia stili. Cliché Suite è una specie di ballata medievale stravolta che potrebbe fare anche da colonna sonora western, e mi piace pure per questo.

 

MGMT, When You Die – Dato il titolo, questa canzone non poteva che essere alla fine della compilation. Sugli MGMT (che un tempo si chiamavano The Management) non ho un’opinione certa. Ho comprato il loro album precedente, che era altalenante. Questo è il secondo brano tratto dal nuovo disco, e parla, come si sarà capito, di morte, ma con una melodia godibilissima.

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New York sott’acqua

24 gennaio 2018

 

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Spero che non siate aridi come il mio amico Massimo, pace all’anima sua, quando si tratta di science-fiction. Per Massimo, “le storie di fantascienza, mostri, fantasmi, vampiri, horror” etc erano quella roba lì, una specie di blob informe dove confinare il non-realismo, per così dire (o piuttosto l’imitazione della realtà).

C’è un certo numero di testi di science-fiction che sono diventati best seller mainstream, o che comunque anche il pubblico che non segue la fantascienza conosce.
Uno potrebbe essere Fahrenheit 451, di Ray Bradbury. Un altro Blade Runner (o meglio, Do Androids Dream Of Electric Sheeps?), di Philip K. Dick.  Non a caso, da entrambi sono stati tratti film famosi. Ma ce ne sono diversi altri. E c’è anche Stephen King a dimostrarci come l’horror possa diventare mainstream e parimenti come un autore di genere possa scrivere di tutto. O J. G. Ballard, autore indubitabilmente di fantascienza ma celebrato come scrittore in senso lato. O Kurt Vonnegut (che iniziò scrivendo fantascienza).

Non so quale sia il motivo della “promozione” a opere di letteratura tout court di certi testi di genere. Direi piuttosto che regna abitaulmente la miopia, nel continuare a distinguere tra quello che è letteratura alta o bassa (perché i generi sono considerati intrattenimento, quindi una cosa bassa, appunto). Ma so che New York 2140 di Kim Stanley Robinson, uscito a fine 2017  (in Italia come negli Usa) è un gran libro (e anche un grosso tomo, con le sue oltre 650 pagine).

È un romanzo su New York, sul suo spirito e sui suoi abitanti, sulle sue culture, sulla sua architettura e mobilità post-innalzamento degli oceani; sugli effetti del riscaldamento globale, sul capitalismo finanziario, sugli affetti. È un racconto corale (si alternano capitoli con protagonisti diversi, personaggi ben delineati: gli analisti finanziari Mutt e Jeff, l’ispettrice di polizia Gen, il trader Franklin, il factotum del Met, l’anonimo cittadino che racconta la storia naturale, architettonica, economica etc della città, la stella ambientalista del cloud Amelia, l’amministratrice del Met Charlotte, i ragazzini senza casa Stefan e Roberto) che si sviluppa a lungo, in parte come un thriller, anche se in certi momenti pare che non vi sia trama. È un romanzo politico, che parla di oggi, della crisi finanziaria ed ecologica. Preciso come un saggio, appassionante come un romanzo.
Mi hanno colpito le descrizioni di luoghi, i dettagli talvolta quasi maniacali, il racconto in prima persona di Franklin…

Lo confesso: mi sono segnato diversi passaggi facendo le orecchie ai fogli, dopo aver sempre spiegato ai bambini che non si fa, i libri non si sgualciscono, non ci si scrive sopra a penna. Ma leggevo la sera a letto, non avevo sotto mano segnalibri. Insomma, mi sono appassionato.

 

Il buono, il cattivo, la letteratura e la democrazia

11 gennaio 2018

 

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Nel novembre scorso Abraham Yehoshua ha parlato, nel corso di una conferenza, della sua tesi sulla scomparsa dei personaggi negativi, dei cattivi insomma, nella letteratura contemporanea.
Perché? Per varie ragioni, ha spiegato lo scrittore, la principale delle quali è, in sintesi, l’aumentata comprensione della psicologia da parte degli scrittori e della società.

(La Stampa ha poi pubblicato il testo, ma lo possono leggere solo gli abbonati, qui invece c’è un pezzo del Sussidiario)

Sono tutti buoni, dunque, i personaggi della letteratura (e per estensione del cinema, dei fumetti, delle varie fiction etc)? No, direi che abbiamo un’abbondanza di cattivi dal volto umano, piuttosto.

E credo che il discorso valga anche per la politica. Ci pensavo proprio in questi giorni di campagna elettorale.

Prima, però di buttarmi nella disamina, vorrei ricordare un passaggio di una lettura dei tempi dell’università, che mi è tornata in mente mentre leggevo il testo di Yehoshua.

Scriveva Moshe Lewin in un suo saggio sullo stalinismo (non ricordo più il titolo) che nella letteratura – uso il termine in senso lato – russa del tempo, il tema tradizionale della lotta tra buoni e cattivi era praticamente scomparso, perché ovviamente nella società socialista i cattivi semplicemente non potevano esistere. Quindi di fatto lo scontro era tra buoni e “più buoni”…
Ecco quello che accade nei regimi totalitari, insomma: la morale è obbligatoria.

Vengo a un esempio più recente, una fiction di successo di Amazon Prime: The Man In The High Castle, tratto dal romanzo di Philip K. Dick (ripeto, parlo della versione video e non del libro). Bene, in questa serie è difficile scovare dei buoni che siano veramente tali. Ci sono piuttosto 50 sfumature di cattiveria, per così dire.  
Il nazista (ex militare americano) è una malvagia canaglia ma evita una guerra mondiale, come del resto l’infame capo della polizia politica giapponese. La pasionaria della resistenza è innamorata del giovane nazista, che a sua volta è comunque un agente del regime. Il suo ex fidanzato è un rancoroso e violento che brama solo la vendetta. Il ministro giapponese del commercio è compromesso col regime. Forse l’unico buono, per davvero, è l’amico disgraziato, di salute precaria, segretemente innamorato della pasionaria e quasi succube del di lei fidanzato; personaggio però con il quale ben in pochi si saranno identificati.

Ecco, immagino che di esempi così se ne possano trovare diversi, anche se The Man In The High Castle è forse un esempio estremo (ma lo schema è quasi lo stesso nella bella serie American Gods, tratto da un romanzo di Neil Gaiman).

Mi direte: citi trasposizioni sul grande schermo, però. Non i romanzi.

Forse i buoni più classici si possono rintracciare nei noir francesi o d’ispirazione francese, quelli nati, in buona sostanza, dal riflusso dalla politica alla letteratura di tante belle menti, che hanno spostato lì il piano della lotta di classe. Anche se lo schema è in un certo modo quello dei Miserabili: gli ultimi, i poveri cristi, sono in fondo buoni; i primi, i borghesi, mostri.

E pesco un esempio recente e di un autore che conosco, sempre sul versante “giallo”: La tua ombra sta ridendo, di Gianfranco Mascia. Lì il buono è talmente buono che speravo fosse lui, il vero cattivo.
Più in generale, direi che il pantheon letterario è affollato da cattivi che piacciono (tendenza che personalmente trovo quasi insopportabile) o da persone normali, non sempre buone, talvolta cattive, o che lo sono state, e che poi magari se ne pentono (ma non è neanche detto).

E poi veniamo ai partiti, e alle elezioni. Sarò certamente limitato dalla visione italiana, ma mi pare che le democrazie, in generale, propongano una scelta non tanto tra i candidati migliori, cioè i buoni, ma tra i meno peggio (i cattivi?).

Qualcuno mi dirà che è il frutto del tramonto delle Grandi Utopie (talvolta grandi illusioni). Possibile. Le Grandi Utopie servono sempre, e sarebbe utile che i politici cominciassero un poco a interpretare il mondo, per capire come trasformarlo (mentre oggi sono altri a farlo, e  i politici si fanno portatori di visioni e interessi altrui)… Ma serve anche realismo (non magico), e quindi capacità di scelta. E poi, soprattutto, i partiti camminano sulle gambe delle persone.
E le persone sono così, buone, cattive, un po’ e un po’.

 

Amore & schiavitù nel futuro

15 dicembre 2017

 

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C’è un libro uscito a ottobre che parla di temi attualissimi: intelligenze artificiali, accesso ai farmaci, sfruttamento del lavoro, controllo capillare delle reti e violazione sistematica della privacy, governo delle corporation, e anche di amore trans-specie.  Ma non è un saggio, è un romanzo di science fiction intitolato Autonomous, ed è ambientato nel 2144.

Lo ha scritto Annalee Newitz, scrittrice e giornalista statunitense – che ha lavorato con la Electronic Frontier Foundation e ha scritto per Wired – e lo ha pubblicato Fanucci. Ma non è solo un libro di fantascienza.

Autonomous è interessante perché, come spesso accade con la buona fantascienza, aiuta a capirte dove potrebbero spostarsi i limiti di fenomeni che oggi vediamo apparire, anche solo sui giornali (o sui post dei media che facciamo circolare su Facebook, che ormai attirano maggiormente l’attenzione).

Il tema dei farmaci contraffatti, e soprattutto dei medicinali con effetti indesiderati taciuti o colpevolmente ignorati non è nuovo (anche se in questa fase a parlare male dei farmaci, si rischia di passare per novax). Quello dell’accesso ai farmaci neanche, anche se è più raro (c’è un film recente, Elysium, che motiva la rivoluzione futura guidata da Matt Damon proprio con la disparità tra la salute dei ricchi e quella delle persone normali). Ma è comunque un merito, trattare questi argomenti, con un racconto agile, che intreccia le azioni dei diversi protagonisti, di carne o sintetici.
E lo stesso discorso vale per il ruolo delle intelligenze artificiali, che sono né più né meno che persone. Mentre storicamente i romanzi sui robot sono stati considerati quasi sempre come una trasposizione narrativa di un conflitto razziale, quello sui neri, oggi la presenza delle AI è sempre più evidente, le Ai sono già dentro la cronaca e i consumi, e la riflessione non si limita quindi al pur evidente ruolo degli immigrati.

In qualche modo, il libro di Newitz è il contraltare narrativo di Homo Deus, il saggio di Yuva Noah Harari che mette in guardia dal rischio che nel prossimo futuro l’umanità possa essere superata dalla comparsa di veri e propri cyborg, e che già oggi la medicina è uno dei terreni su cui si gioca la disparità sociale.

Ma Autonomous non è, appunto, un saggio. Ha una libertà narrativa che consente anche di propendere, in fondo, per la speranza. Ma non racconto di più per non rovinare il piacere della lettura.

Ps. la copertina originale, quella che vedete qui, è più bella di quella italiana

I Verdi e il Pd

13 dicembre 2017

 

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Nei giorni scorsi, al referendum online tra gli iscritti ai Verdi sulla scelta di avviare un confronto elettorale col centrosinistra, vale a dire fare un’alleanza con il Pd, ho risposto , come il 70% di coloro che hanno partecipato.

Ci sono mille e uno motivi per contestare questa scelta. Personalmente, aggiungerei anche questioni non ambientali, come la politica dei bonus e la precarizzazione di fatto del lavoro. Ma ci sono alcune, secondo me fondate, ragioni, per sostenerla.

La prima ragione: il sistema elettorale. Questo è un sistema che sostiene le coalizioni e prevede un terzo dei seggi assegnati nei collegi uninominali. Andare da soli alle elezioni significa dover ottenere almeno il 3%, per avere un seggio, e probabilmente anche di più. I Verdi non sono in grado di raggiungere quel traguardo, e dunque non avrebbero neanche un eletto neanche questa volta, dopo che sono fuori dal Parlamento dal 2008.

La seconda ragione: Non ci sono coalizioni migliori. Il M5s non vuole alleati ed è un movimento di massa antiliberista ma anche revanscista, contrario allo ius soli, indifferente all’antifascismo, spesso confuso sui singoli temi (anche quelli ambientali).
Il centrodestra lo conosciamo già: la differenza è che oggi è più sbilanciato a destra.
Liberi e Uguali è un’alleanza dominata da ex Pd che hanno votato quasi tutte le cose che non piacciono a chi critica la scelta di allearsi col Pd.

Chi fa politica deve trovare una soluzione praticabile. Dunque, in questo caso, la soluzione trovata è quella di cercare di eleggere in Parlamento dei rappresentanti che contribuiscano, anche in pochi, a far pesare di più le questioni ambientali nell’agenda politica e a far ripartire i Verdi.

Naturalmente i margini di rischio sono tantissimi. Il Paese è diviso e il sistema elettorale non aiuterà probabilmente a trovare una maggioranza omogenea. Matteo Renzi è un leader bruciato, Silvio Berlusconi ha un grande futuro dietro le spalle, Luigi Di Maio sembra un pretenzioso figurante, Piero Grasso non convince.
Diversi prevedono una lunga tregua post-voto in cui a Palazzo Chigi resti Paolo Gentiloni, il cui governo ha avuto comunque qualche pregio.

I Verdi, che in altri paesi europei sono forti o comunque attestati in Italia sono in condizioni disastrose, e andare magari alle elezioni con una lista “ulivista”,  insieme ad altri, invece che con un simbolo ecologista (il Sole italiano o il Girasole europeo), potrebbe contribuire al declino.
E anche se andasse bene, ci sarebbe il rischio di una legislatura che dura poco, rendendo inutili gli sforzi.

Quella con il Pd non è l’alleanza migliore, è l’unica realmente praticabile. Si può anche dire: non presentate la lista. Certo. Ma non è che cambierebbe il quadro generale, che non è dei migliori.

Al contrario, dato che diverse persone decideranno anche obtorto collo di sostenere il centrosinistra perché non vogliono che vinca il centrodestra o il M5s, la presenza chiara dei Verdi, e anche dei radicali, potrebbe dare loro un motivo in più per votare.

 

Zappa & Spada (e il ritorno di Eymerich)

22 novembre 2017

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Se non fosse stato per il mio web pal Alessandro Vicenzi me la sarei persa, questa divertente antologia intitolata Zappa e Spada – Spaghetti Fantasy. E sarebbe stato un peccato, perché nel libro edito da Acheron Books (che si può ordinare in cartaceo su Amazon, mentre non ho trovato la versione ebook) ci sono soggetti, stili e autori molto interessanti.

Il mood di molti racconti è quello da Armata Brancaleone, e l’introduzione al libro lo ammette senza timori. In sostanza, l’idea dello spaghetti-fantasy è quello di coniugare un genere letterario (che spesso non amo) che mescola soprattutto mito e soprannaturale con una tradizione più propriamente italica, e dunque quella del Medioevo, delle mille leggende locali, dei santi. E il film di Mario Monicelli a distanza di 50 anni resta comunque un riferimento fortissimo nell’immaginario comune, anche da un punto di vista linguistico.

Il racconto di Alessandro (che ha al suo attivo diverse storie della serie dello Spadaccino e altre produzioni, che ho letto in maniera intermittente) è forse più orientato all’horror. Altri hanno un registro più divertito o piacevolmente cazzaro. Solo un paio di scritti mi sono sembrati indeboliti dalla mancanza di sufficiente ironia. In un caso, il risultato è un onesto quanto piatto classico racconto fantasy, anche nel linguaggio. Succede, e ciò non intacca il valore del libro.

Ho letto poi con qualche mese di ritardo Eymerich Risorge, la saga di Valerio Evangelisti che credo si possa definire il più importante prodotto fantasy italiano (Alessandro, se non è così, correggimi), se non altro per copie vendute e traduzioni all’estero.

L’inquisitore catalano mancava da 7 anni, dalle librerie, cioè da Rex Tremendae Maiestatis, che non ho letto. Nel frattempo Evangelisti (che di formazione è uno storico) ha lavorato ad altro,. come la serie del Sole dell’Avvenire.
Eymerich è una lettura che dà sempre soddisfazione, non solo per l’affetto verso lo spigoloso personaggio (che ho trovato un po’ raddolcito, chissà: deve essere che in questo momento abbiamo la stessa età, io e il domenicano…) ma anche per l’erudito lavoro  di scavo di Evangelisti, che getta luce su dottrine e testi dimenticati.
Si potrebbe dire che lo schema delle storie è sempre lo stesso (con un piano nel passato che si intreccia a quello sul futuro). Anche in questo sta il conforto della serialità.

C’è poi un punto di contatto, volendo, con Zappa e Spada e lo spaghetti-fantasy, e sta nell’ambientazione di questo episodio di Eymerich, alla fine del ‘300: in Piemonte e in Provenza, tra Avignone e le valli valdesi, con le scorribande dei mercenari e dell’inquisizione e con la guerra intentata dai Visconti al Papa.

Raccontare la precarietà e il gentismo (dopo il 4 dicembre)

21 novembre 2017

giovani-precari

Nei giorni scorsi ho letto due saggi usciti da poco, che avevo visto segnalare su Twitter da persone che seguo.
Si tratta di Non è lavoro, è sfruttamento di Marta Fana e La Gente di Leonardo Bianchi. Il primo tratta il tema della precarizzazione del lavoro, il secondo del cosiddetto gentismo (che la Treccani spiega così: atteggiamento politico di calcolata condiscendenza verso interessi, desideri, richieste presuntivamente espressi dalla gente, considerata come un insieme vasto e, sotto il profilo sociologico, indistinto).

Il legame tra le due questioni è profondo, secondo me, magari però non è così evidente. Lo spiegherei in questo modo: il peggioramento in Italia, negli ultimi 10 anni, delle condizioni del lavoro – dovuta non solo alla crisi finanziaria ma alla scelta di favorire una precarizzazione spacciata per flessibilità – si è sommato alla crisi generale di rappresentanza politica.
Ne è nato un mix fatto di protesta, in parte di astensionismo ma soprattutto di consenso a soggetti populisti-gentisti in cui hanno cercato voti soprattutto il M5s, ma anche la Lega. E perfino, sostiene Bianchi, lo stesso renzismo, almeno per un po’. Anche se poi lo stesso Matteo Renzi, con la sconfitta del 4 dicembre, è ormai fuori dall’agone. E giorni fa un sondaggio Ixé dava lo stesso Pd finito sotto il dato del 2013.

Il libro di Bianchi – il cui sottotitolo è Viaggio nell’Italia del risentimento ricostruisce la genesi del gentismo italiano – che certo è lievitato grazie al web ma che esisteva anche prima di esso – e cita vicende degli ultimi sei anni che in parte avevo rimosso o sottovalutato. Dal  “precario di Montecitorio”  ai cosiddetti Forconi, passando per le rivolte anti-Rom e anti-rifugiati, gli eroi della difesa-fa-da-te, i memi razzisti e le fake news sulle cooperanti rapite in Siria, il movimento anti-gender e il family day, gli antivax, Catena Umana etc etc.
È un libro senza una conclusione dichiarata, ma che comunque spiega con esempi cos’è, come si manifesta il gentismo e chi cerca di trarne vantaggio.
E non manca un riferimento al 4 dicembre 2016, la data del referendum costituzionale fortemente voluto (e perso) da Renzi. Perché, spiega Bianchi, anche la campagna referendaria, sia quella per il sì che quella per il no, fu molto giocata sull’uso del gentismo.

E veniamo a “Non è lavoro”, che è sostanzialmente un pamphlet polemico di cui è autrice Marta Fano, una consulente dell’Ocse che ha studiato a Sciences Po (ovvero l’Istituto di studi politici di Parigi), che il Foglio definisce malignamente “stella mediatica all’incrocio ideologico tra Diego Fusaro e Loretta Napoleoni”. D’altronde è una nemica dichiarata di Renzi…

È un libro agile per numero di pagine ma non altrettanto come lettura. Perché? Perché manca della capacità di raccontare compiutamente, attraverso la vita di persone in carne e ossa, quello che significa anche emotivamente il lavoro e la vita da precario. Nonostante questo limite (che limitare a narrativo non è poco: se non ti fai capire bene, il tuo sforzo è sprecato) il libro tocca tutti i punti caldi del lavoro precario: dal lavoro a chiamata ai voucher, dal lavoro gratuito al comparto della logistica, dall’alternanza scuola-lavoro ai servizi pubblici. E sostanzialmente spiega che le riforme sempre più flessibilizzanti del lavoro sono condivise in buona misura da centrosinistra e centrodestra, a partire almeno da metà anni Novanta, che il Jobs Act ha prodotto più contratti a tempo determinato che posti fissi, soprattutto grazie alla politica degli incentivi per le imprese.

Ora, si può dare tutta la colpa alla comunicazione (anzi, alla narrazione di vendoliana memoria), e continuare a spiegare che in realtà va tutto bene e la buona occupazione sta tornando, finalmente, insieme alla crescita economica. Però la questione della precarietà e dei bassi salari e dello sfruttamento (e anche della scarsezza di lavoro, a dirla tutta) si pone, eccome. È un fatto di cronaca. Sta nella vita delle persone.

Si insiste spesso che c’è un gap di formazione da parte del sistema scolastico italiano, ma c’è anche un problema di scarso investimento in ricerca e sviluppo da parte delle imprese italiane, che sono ampiamente campate sull’intensità di manodopera più che su quella di capitali (o sono campate sui capitali pubblici).

E qui torniamo al 4 dicembre, che per Renzi è stato l’inverso del 18 brumaio di Luigi Bonaparte, si potrebbe dire. Convinto di vincere in forza della propria rottamazione e della modernità, il leader Pd infatti non ha capito l’aria che tirava nel Paese, ed è stato asfaltato dal mix di cui scrivevo prima: gentismo+precariato incazzato.

Questo non significa ovviamente che siamo all’anticamera del fascismo (come la crisi del 2007-2008 non era il 1929), come invece certa narrativa politica sembra suggerire, provando a indicare il M5s come un partito simil-fascio. Io insisto nella definizione di partito di massa antiliberista e revanscista, più che altro socialconfuso, anche per scelta calcolata (ma a forza di non scegliere, poi, il successo rischia di trasformarsi in una condanna).

C’è però un problema che chi vuole rappresentare ancora il mondo del lavoro e dei diritti democratici, e della solidarietà, si deve porre. Non basta cercare di convincere, bisogna anche ascoltare. In questo senso, quella di Renzi è risultata una promessa tradita, perché appunto è nata dalla percezione della necessità di una svolta, ma non ha saputo capire in che direzione.
Ma Renzi è anche il prodotto di una corrente politica, il Pd e l’Ulivo, che in particolare sul lavoro non ha saputo produrre una proposta nuova e autonoma, che coniugasse flessibilità, diritti e rete di protezione sociale, ma che ha partorito le solite nozze coi fichi secchi (con la solita storia del nostro deficit). Mentre in Italia, a proteggere le persone, continua ad essere, con tutti i limiti del caso (e sono tanti) la famiglia.