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La playlist 2018 (e un po’ di 2019)

13 febbraio 2019

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Questo è quel momento dell’anno in cui faccio il repilogo della musica che mi è piaciuta di più l’anno prima. Passo un bel po’ di tempo a riascoltare le tracce e a eliminare quelle che mi convincono meno, con l’idea di farne una playlist per gli amici. Un tempo si trattava solo di una decina di canzoni, quante ne entravano in un cd. Adesso, con le chiavette usb, sono arrivato a superare le due ore. L’anno scorso erano additittura tre.

Qui trovate i video dei pezzi in questione, solo per farsi un’idea. Con un po’ di testo per ognuno. Non è una classifica, e l’accostamento è assolutamente casuale.

MORTAL UNKNOWN ORCHESTRA  – Band neozelandese emigrata negli Usa, li ho scoperti leggendo riviste musicali. Legge che in origine facevano rock psichedelico, ma questo brano, Every One Act Crazy Nowadays (oggi tutti si comportano da pazzi) mi ricorda un sacco Prince.

COSMO – Ho sentito questo pezzo a manetta, nei mesi scorsi. Mi piace tutto l’album, a vero dire. E sono stato piacevolmente sorpreso che Cosmo si sia esibito sul palco della Festa del Primo Maggio. Direi che la sua musica (che mischia elettronica, dance, richiami alla world, con testi in italiano) è una delle cose più innovative a livello mainstream in Italia. Questa è Sei la mia città.

YOUNG FATHERS – La prima volta che li ho sentiti, era per via di un paio di pezzi nella colonna sonora di Trainspotting 2. Sono di Edimburgo, sfuggono alle etichette. Non è sllo hip hop, non è elettronica, non è un sacco di cose. Come questo brano, See How, con quel contrabasso ripetitivo e lancinante. Scopro solo ora che recentemente sono stati rifiutati da un importante festival tedesca perché sostengono la campagna di boicottaggio e disinivestimento e sanzioni (BDS) contro Israele per i Territori Occupati.

SEUN KUTI – E’ il figlio di Fela Anipolaku Kuti – il più grande musicista nigeriano degli ultimi decenni e probabilmente uno dei maggiori artisti africani – e ha raccolto l’eredità dell’innovativo padre, sia musicale (guida lui la ora storica band Egypt 80) che politica. Black Times, in cui suona anche Carlos Santana, è una canzone di lotta.

CALEXICO – Conoscevo la band per qualche pezzo, ma li ho scoperti davvero dopo aver visto un concerto in cui faceva loro da spalla Mexican Institute of Sound (cioè Camilo Lara e i suoi compagni di viaggio), uno die miei gruppi preferiti degli ultimi anni. Li ho trovati trascinanti, dal vivo. Calexico è la iasi di California e Messico, e la loro musica attinge a tutte e due le fonti, come si capisce anche dalla sezione fiati di questa canzone, Under The Wheels.

DJ KOZE – E’ dance, è elettronica? Boh, è importante? Pezzo trascinante di questo dj e musicista tedesco, premiato varie volte per il suo lavoro ai piatti e anche per  l’album, “Knock Knock”, da cui è tratta Planet Hase.

COURTNEY BARNETT – Avevo ascoltato per la prima volta questa rocker australiana un paio di anni fa, per un album realizzato insieme a Kurt Vile. Tutto l’album è gradevole, e anche qualcosa in più. La canzone si chiama Nameless Faceless.

BEACH HOUSE – Nel gioco dei rimandi, questo pezzo, Dive, mi ricorda alcune canzoni anni 90 dei Chemical Brothers (Asleep For Day). Vengono classificato come dream pop, dal video qui si direbbero psichedelici. Formazione minimale; sono un duo, tastiere chitarra e voce.

MELODY’S ECHO CHAMBER – Altro gioco di rimandi: loro (che poi in realtà parliamo di lei, la francese Melody Prochet), almeno per questa canzone, mi fano tornare in mente gli Stereolab. Per la musica, per il cantato metà in francese, metà in inglese, per l’atmosfera. Il pezzo si chiama Quand Les Larmes d’Un Ange Font Danser La Neige (Quando le lacrime di un angelo fanno danzare la neve).

RYLEY WALKER – Ho scoperto solo pochi giorni fa che questa Busted Stuff è una cover di un pezzo della Dave Matthews Band, ma anche se non è originale vale la pena ( e forse è meglio dell’originale). Dichiarazione d’amore per una donna fatale.

1975 – I 1975, una band pop rock (qualcuno ha parkato di un misto tra New Order e One Direction…), sono piuttosto alla moda ultimamente, e non solo perché vengono da Manchester. Leggo che il nome sarebbe stato ispirato da un libro di poesie di Kerouac. Questa Give Yourself A Try merita.

COLLE DER FOMENTO – Sono tornati, dopo un bel po’ d’anni (loro dicono sette, in una canzone dell’album omonimo, Adversus, leggo altrove 11). Pezzo ipnotico, come direbbe il dj di una radio da quattro soldi. Né per stile, né per fama né denaro / Scrivo tutta la mia rabbia a questo mondo: è questo il principio ispiratore di tutto questo lavoro, che è potente, di un gruppo che mi è sempre piaciuto, e di cui faceva parte anche Ice One, al secolo Sebastiano Ruocco, compagno di liceo e di avventure per un po’ nella rivista Indie.

SAY LOU LOU – Anche questo è un duo: si tratta delle figlie di Steve Kilbey, il cantante dei The Church (gruppo australiano di qualche fama un po’ di tempo fa: magari vi ricordate anche la canzone Under The Milky Way), e di Karin Jansson, chitarrista della band svedese Pink Champagne. Anche qui, la definizione del genere musicale che fanno è dream pop (io avrei detto trip hop, ma va bene uguale).

ELVIS COSTELLO – Confesso: nel video faticavo un po’ a riconoscerlo, ma la voce è sempre la sua, e lo stile anche (anche se questa canzone l’ha scritta con Carole King!). Costello è la dimostrazione di quanto si possa continuare a produrre bella musica sperimentando, adatattando, rifacendo, mescolando per anni e anni.

MIYA FOLICK – E’ una cantante americana, ma con origini per metà giapponesi e metà russe. Gran bella voce, questo è il suo primo album, Cost Your Love per me è la migliore canzone.

YOUNG JESUS – Tipica Indie rock band, californiana, come probabilmente ce ne sono e ce ne sarano tante. Però questo pezzo mi ha preso molto. Un canto come una litania, una chitarra che inizia un riff minimalista e poi continua con un assolo selvaggio. Leggo che il titolo della canzone, Fourth Zone of Gaits, è un riferimento al pittore Philip Guston. Il testo parla, credo della creazione artistica, della percezione della sua vastità e anche della difficoltà, per questo, a coglierla completamente.

MHD – E ora qualcosa di completamente diverso. Lui è un giovane parigino di origine africana, forse il miglior rappresentante di quello che si chiama afro-trap. Mentre scrivo, è in detenzione preventiva per omicidio volontario: lo accusano di aver partecipato all’omicidio di un 23enne la scorsa estate a Parigi. Il testo della canzone, apparentemente, racconta il suo stesso successo musicale, abbastanza rapido, già dopo il primo album del 2016

PETITE NOIR – So poco di lui, se non quello che ho letto: cantante sudafricano, è il promotore della noirwave, un movimento culturale africano. La canzone s’intitola Blame Fire.

JUNGLE – I Jungle mi piaciucchiano da un po’. Sono un gruppo fondamentalmente soul&funk, britannico. Nei loro video, come in questo, c’è sempre molta danza. La canzone si chiama “Heavy, California”.

ARCTIC MONKEYS – Ho a lungo esitato su questo brano, Star Treatment. L’album da cui è tratto è stato molto discusso nei mesi scorsi, ma non ho ancora deciso se mi piace davvero. E’ parecchio diverso rispetto al sound degli AM, che seguo dagli esordi (sono forse la prima band diventata famosa grazie al web).

ART BRUT – Loro potrebbero essere un fuoco di paglia, anche se suonano ormai da diversi anni, ma la canzone, Hooray, è caruccia.

AU/RA – Altra canzone che ho sentito a ripetizione, pur se nella versione dance, questa Panic Room. Ma le qualità canore di Au/Ra, che non ha neanche 18 anni, si notano a prescindere dal ritmo. Lei l’ha definita una canzone sull’ansia e sul dubbio. Leggendo il testo, mi è venuto in mente il film con lo stesso titolo, uscito pochi anni fa, e immagino non sia un caso.

CALIBRO 35 – Musica per film polizieschi mai girati: è quella che suonano i Calibro 35, anche se poi alcuni loro brani sono stati effettivamente utilizzati in colonne sonore. All’inizio della loro carriera erano probabilmente più noti all’estero che in Italia, dove si sono affermati poi come band tv.

DEATH GRIPS – Devo la scoperta di questa band noise a Christophe: hanno un sound difficilmente classificabile, e anche poco musicale in senso classico (motivo per cui temo non emozieranno i miei cari e vecchi amici). Ma mi piacciono un sacco, anche se devo ascoltarli da solo, in cuffia, correndo. La canzone si chiama Death Grips Is Online.

ELEANOR FRIEDBERGER – Probabilmente non la troverete originale, e probabilmente non lo è, ma la canzone, Everything, è bella e ben cantata. Lei è americana, ha una quarabtina d’anni, fa da tempo musicalmente coppia col fratello nei The Fiery Furnaces.

FLORENCE + THE MACHINE – Preferivo il loro album precedente, ma questo pezzo, Hunger, mi piace molto. Il gruppo è costruito essenzialmente su due donne, Florence e Isabella, la voce e il braccio. Suonano dal 2007 almeno. Qualcuno ha paragonato Florence a Kate Bush, e secondo me è abbastanza vero, soprattutto in questo brano.

BIG JOANIE – Band femminile e femminista nera punk (e britannica), nata pochi anni fa. Le ho appena scoperte, e questo brano, Fall Asleep, merita. Se mi addormento, dice il ritornello, svegliami da questo sogno che mi fa piangere da settimane.

AUDIOBOOKS – Questo due elettronico londinese mi ricorda un sacco gli FM Belfast, una band islandese che sentivo anni fa. La canzone si chiama Hot Salt. “Non mi piacciono gli ordini / Non mi piaccione le pecore / Non mi piacciono i ragazzi che mi guardano / Il mio tesoro avvolto attorno alle spalle / Siamo così freschi”.

THE LEMON TWIGS – Altra scoperta recente, degli ultimi due anni. Band americana composta dai fratelli polistrumentisti D’Addario, mescola un sacco di generi e pesca nella tradizione musicale americana, ma non solo. Dentro Never In My Arms… sento echi dei DeadKennedys e di Bruce Springsteen, del glam rock, di un sacco d’altra roba. Sono vicini, come ispirazione, ai Foxygen, una band che nel 2017 ha pubblicato un album fichissimo, Hang.

INSECURE MEN – Secondo me, anche loro pescano nell’universo musicale dei Lemon Twigs, anche se forse dal lato più psichedelico. Conoscevo già Saul Adamczewksi, ex membro dei fat White Family (che hanno un sound completamente diverso), ignoravo il compagnetto di giochi Ben Romans-Hopecraft. Devo la scoperta a Bob Corsi. La canzone, Teenage Toy, è molto carina.

THE GOOD, THE BAD & THE QUEEN – Qui entriamo nei pezzi già del 2019…  E’ l’ennesimo progetto di Damon Albarn (quello dei Blur e dei Gorillaz). Questo è il secondo capitolo della band, che produsse un disco omonimo nel 2007 (con Paul Simonon, ex Clash – ma lo scrivo solo per i più giovani e i meno attenti – Tony Allen, storico batterista di Fela Kuti, e Simon Tong, ex Verve). Bello e fuori dal tempo. E bella Gun To The Head.

AMMAR 808 – E’ lo pseudo di un artista tunisino, che usa uno dei nomi arabi più comuni in Nordafrica e la sigla di una delle drum machine più note. Il disco è un mix di elettronica e tradizione. La canzone s’intitola Ain Essouda.

VIAGRA BOYS – Nome paraculo, band post-punk svedese, ancora una volta scoperta grazie a Christophe Perruchi. Ho scelto forze un pezzo più classico, musicalmente, Shrimp Shack, che ha un testo parecchio no future.

BEIRUT – Sono stati per anni uno dei miei gruppi preferiti, ma da un po’ ne avevo smarrito le tracce. Sono tornati nel 2019 con Gallipoli, che è anche il titolo della traccia. Gallipoli, in Puglia, dove sono stati nel 2017. Nonostante si parli di ispirazione salentina, a me però pare che siano i fiati messicani qui a sentirsi…

THE SPECIALS – Ancora 2019. Ascoltavo gli Specials 30 anni fa, come tutti i ragazzetti passati per il punk reggae roots ska (e poi rap, funk etc). Edè bello ritrovarli adesso con questo album, che sto sentendo in questi giorni, dove c’è un sacco di roba, dal reggae alla giamaicana al dub, dal funk al pop. La canzone si chiama Vote For Me.

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Sanremo, solo ascoltando le canzoni

7 febbraio 2019

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Non ho visto le prime due puntate di Sanremo. Nonostante sia uno spettatore militante, e segua il festival da più di 40 anni – tutte le edizioni – in questo periodo mi sveglio più presto del solito e a una certa ora crollo.
Anche se la performance sul palco dell’Ariston è un pezzo importante, per valutare le canzoni e gli artisti, ho trovato un’alternativa: ho scaricato sull’iPhone la playlist del festival e ho iniziato ad ascoltare prima correndo e poi sullo scooter.

Quelle che riassumo qui, intanto, sono solo impressioni. A partire dal fatto che genericamente il livello è piacevole (oddio, è un termine che usa spesso mia madre, “piacevole”: un altro sintomo dell’invecchiamento), quanto non indimenticabile. Come però spesso succede a Sanremo. Non c’è niente di originale veramente, ma forse è anche troppo chiedere. La linea musicale è sempre più “global”, grossomodo un misto di pop, hip hop, trip hop, two step, world music, un po’ di rock.

Tra quelle che ho apprezzato di più, direi che ci sono le canzoni di Daniele Silvestri , Mahmood, Ghemon, Arisa (che mi ricorda un pezzo degli Scissors Sisters), Loredana Berté (forse perché non l’ho ancora vista).
Provo simpatia per Achille Lauro, giuro, che mi fa lo stesso effetto che Anna Oxa all’esordio a Sanremo. Lei era finto-punk, lui esprime la poraccitudine del would be gangsta-rapper che però vive a Vigne Nuove. L’accusa di plagio per la canzone degli Smashing Pumpkins (“1979”, che la maggior parte degli amici con cui guardo tutti gli anni Sanremo credo ignorino) mi pare, francamente, una stronzata. Il ritmo è già sentito, vero, ma mica solo in quella canzone.
Non è male la canzone di Livio Cori & Nino D’Angelo. Certo, Cori non è Liberato, ma non è male.

Confesso che pure se è simpatico, Cristicchi con le sue canzoni non mi convince. Non mi dispiace neanche, ma spesso suona inutile e inutilmente pretenzioso.
Mi ha deluso Ultimo, che spesso i miei figli cantano in macchina. Pare una versione minore di Tiziano Ferro.

Nek, che non potrò mai dimenticare per quella strofa sulle “mani cucciole”, continua a fare musica scopiazzata qui e lì, altre volte più simil-U2, stavolta più pop-techno. C’è di peggio. I Negrita sono sempre sostanzialmente retorici, ma il ritornello mi piace (Ma non mi va di raccogliere i miei anni dalla cenere, voglio un sogno da sognare voglio ridere / Non mi va, non ho tempo per brillare voglio esplodere). Il genere degli ex-Otago non è il mio preferito, ma in fondo fanno il verso ai Coldplay, c’è di peggio.

Zen Circus e BoomDaBash: caruccetti, ma niente di più (anche se apprezzo sempre il reggae, e dunque avevo aspettative sui BoomDaBash, ma il testo è disarmante). Idem per Shade & Federica Carta (che canta sullo stesso tono di Francesca Michielin o faccio confusione io???) e per Motta.

Niente di che Patty Pravo e Briga, ma forse dovrei risentirli.

Da scartare, subito (lo so, pesano i pregiudizi) Anna Tatangelo, Il Volo, Francesco Renga (la cui popolarità per me resta un mistero). Enrico Nigiotti pare la colonna sonora adatta per questa maggioranza gialloverde (o rossobruna), con quella nostalgia canaglia che non reggo.

 

Revisionismi incrociati

30 gennaio 2019

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Da tempo volevo scrivere qualcosa su Proletkult, il nuovo libro del collettivo Wu Ming, ma a darmi la spinta, confesso, è stata la prima puntata di una serie su Trotsky (o Trockij o Trotskij) che ho visto ieri sera, su suggerimento di un amico. E comincio da qui.

È piuttosto curiosa, questa serie. Non bella, ma curiosa sì. Prima di tutto perché Trotsky è stato letteralmente rimosso dalla storia russa per decenni. La fine dello stalinismo non ha mai portato a una sua riabilitazione. Solo nel 1990 Dmitri Volkogonov ha raccontato la storia dell’antagonista di Stalin in un’intervista alle Izvestija, all’epoca ancora quotidiano del governo sovietico. Qualche anno dopo, Volkogonov avrebbe pubblicato la biografia di Trotsky (“l’eterno rivoluzionario”).

Il fatto che nel 2017 il Canale Uno della tv russa (che è controllato dallo Stato) abbia dedicato a Trotsky una serie – che ora si può vedere su Netflix – può indicare certamente una “apertura” politica e culturale che in altri tempi sarebbe stata impossibile, e che magari qualcuno ritiene inconciliabile col regime di Putin. Ma secondo me la scelta di farne un personaggio tv è ascrivibile anche ad altro, e cioè alla costruzione di un pantheon della Russia attuale, questo strano impasto di nazionalismo imperial-statalista, in cui anche Trotsky bene o male ha la sua parte.
Poco importa che Stalin lo abbia sconfitto nella lotta per il potere e poi fatto uccidere, dichiarando guerra anche ai suoi seguaci. C’era anche Trotsky, nel periodo eroico della costruzione dell’Urss, dunque va annoverato anche lui tra i padri della patria. Qui siano oltre la riabilitazione, siamo al revisionismo ad uso imperiale.

La serie, dicevo, non è bella. Aldilà degli errori storici di cui parlano alcuni critici (una serie non è un libro di storia, ma può fare molti più danni, perché è quella la storia che resterà in testa alle persone…), è un kolossal pacchiano e ridondante, perfino nella scelta dell’ingombrante colonna sonora. Trostsky è raffigurato talvolta come una macchietta, altre come una grande figura tragica pervasa in certi momenti da una sessualità selvaggia (la scena iniziale del treno dice tutto) in altri da una forte ragione di Stato, o di partito.

Torno allora a Proletkult. Che non parla di Trotsky ma di Bogdanov, un’altra figura sparita presto (morì nel 1928) dal panorama dell’Urss, poco nota ai più, che fu importante prima della Rivoluzione d’Ottobre, molto meno dopo, quando diventò una sorta di pacifico dissidente, preferendo dedicare il suo ingegno allo sviluppo della medicina e non più a coltivare quella società comunista che aveva immaginato, e che lo aveva deluso.
Bogdanov scrisse almeno due romanzi che vengono classificati come fantascienza (mentre curiosamente quello dei Wu Ming non sembra essere considerato tale – o almeno in parte – dagli attuali cultori dell sf). Non li ho letti, ma a giudicare dai contenuti, si tratta di una fantascienza molto politica, utopica. Più alla Tommaso Campanella (La Città del Sole) che alla Ursula Le Guin (I reietti dell’altro pianeta).

Proletkult racconta dell’incontro tra Bogdanov e un personaggio uscito – o che sembrerebbe uscito – da Stella Rossa, il suo romanzo più celebre: una ragazza che viene a gettare l’allarme su quel pianeta utopico che il filosofo-scrittore-militante aveva immaginato, e che ora sta morendo (e qui invece forse il riferimento al romanzo di Le Guin e all’ambigua utopia c’è).

Ma Proletkult parla necessariamente anche della Mosca negli anni della lotta di potere del dopo-Lenin, dell’intolleranza crescente, della sofferenza di chi aveva altre aspettative sulla rivoluzione. E, in una serie di flashback, del rapporto – difficile – con lo stesso Lenin e con gli altri dirigenti del partito in esilio (e Trotsky è anch’egli liquidato come un altro assetato di potere, pronto a rovesciare le alleanze).

Perché parlo di revisionismo, qui? Lo faccio ironicamente, se volete. Immagino cioè quanto possa sembrare revisionista, per chi ha una certa formazione e idea sul movimento comunista internazionale, presentare un racconto così desolante non soltanto dell’Urss pochi anni dopo la rivoluzione – lo stalinismo non era ancora iniziato, era intuibile che Stalin avrebbe vinto, anche se il peggio sarebbe arrivato negli anni 30 – ma anche della stessa leadership di Lenin (uomo di ferro, non per caso). E, di passaggio, di Trotsky, da decenni messo sull’altare dai suoi.
Fare di Bogdanov il protagonista del libro equivale a farne l’eroe, succede sempre. E succede ancor di più, dicevo prima, quando il confine tra arte e storia e politica è labile. E dunque l’eroe Bogdanov è in qualche modo un “cacadubbi” (parola che appartiene anche alla tradizione comunista italiana), uno che rimette in discussione, che è amareggiato.

Vale la pena leggere Proletkult? Sì, ma con l’avvertenza, forse, che occorre avere un minimo di dimestichezza con tutto quello di cui ho parlato. Anche se i Wu Ming si sforzano molto di spiegare, nel corso dei capitoli, il background storico-politico degli eventi.

 

Chi ha detto che Facebook non serve a niente?

18 gennaio 2019

Io sto su Facebook, da anni, soprattutto per cazzeggiare. D’accordo, anche per parlare di politica (poco), per far girare un po’ di articoli che ho scritto, anche i post di questo blog, per cercare un po’ di like per il mio ego.

Il cazzeggio, comunque, ogni tanto si fa quasi arte (non vorrei allargarmi). Ecco dunque una serie di aforismi tra quelli che ho postato in questi anni, che mi fanno ancora ridere.

Fa freddo, si avvicina Natale e io provo tanta pena per i senzatetta, 30 novembre 2017

Sto leggendo “Il partigiano Johnny lo zingaro” di Beppe Finocchio, 30 ottobre 2017

Posso chiedere anche il pulsante “te piacerebbe”, su Facebook?, 16 ottobre 2017

Ci siamo seduti dalla parte della torta prima di tutti gli altri, 15 ottobre 2017

Per la Catalogna, io spero ancora nella mediazione di Julio Iglesias, 6 ottobre 2017

Eh, signora mia, rimpiango i tempi in cui c’era la certezza del pene, mica come adesso, 3 ottobre 2017

Il pane, io lo faccio con il lievito padre, 27 settembre 2017

Sto scrivendo un libro su Pablo Ciocobar, il più famoso trafficante di cacao, 29 agosto 2017

Una telefonata allungava la vita. Ora un’email allunga il pisello, 28 luglio 2017

E la chiamano Estathé, 13 luglio 2017

Meglio Ius soli che male accompagnati, 23 giugno 2017

Italia bipolare? C’è il litio, 12 giugno 2017

Se sei affamato di futuro, mangia gli aruspicini, 10 giugno 2017

Aiutiamo i nomadi a casa loro, 1 giugno 2017

Meno Stato, più Avuto, 22 maggio 2017

Era così buona, ma così buona che le veniva neanche il colpo della strega, al massimo quello della fatina, 13 maggio 2017

Le Pen is under the table, 7 maggio 2017

M’è venuto un paté d’animo, 12 marzo 2017

Da grande voglio fare il fascio designer, 9 marzo 2017

Ho preso due fave di fuca con un piccione, 7 marzo 2017

Cerco utero in affitto, balconatissimo e con vista su San Pietro, 22 settembre 2016

Sono un giornalista scomodo: regalatemi una poltrona ergonomica (magari Stokke), 23 settembre 2013

Dischi volanti (il ritorno)

7 novembre 2018

 

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È da un po’ di mesi che non scrivevo di musica, ma ho ascoltato una serie di album nuovi (o riediti) interessanti, tra vecchi leoni (Elvis Costello) e giovanissime promesse (MHD), e volevo parlarne.

Prima di tutto, cose vecchie rieditate: Primal Scream, Bikini Kill, Stereolab, Echo and The Bunnymen.
Dei Primal Scream c’è in giro “Give Out But Don’t Give Up: The Original Memphis Recordings”, cioè le tracce originali, del 1993, di un album (“Give Out But Don’t Give Up”) che poi uscì nel 1994 in una versione diversa. In questa edizione ci sono 25 brani rispetto ai 12 dell’album storico. Ma soprattutto si tratta di un gran bel disco di rock’n’roll (e non solo, c’è anche un pezzo intotolato “Funky Jam”, per dire) con una notevole sezione fiati. Insomma, non esattamente una riedizione.

Poi, gli Stereolab, gruppo che ho scoperto abbastanza tardi (ai tempi della colonna sonora del film “High Fidelity”, in cui compariva Lo Boob Oscillator ). Ora è riuscita una serie di tre raccolte degli anni 90, che va sotto il titolo Switched On, di cui sto ascoltando il secondo volume, “Refried Ectoplasm”, che contiene probabilmente la produzione più sperimentale del gruppo. Interessante.

Le Bikini Kill erano un gruppo punk femminista degli anni 90, all’epoca delle riot grrl. Le conoscevo solo di nome, ma non avevo mai ascoltato un loro disco. Questa è una collezione di singoli, interessante anche per farsi un’idea di un genere musicale (il punk) che non è mai scomparso ma che vive invece in mille rivoli (punx not dead).

Infine, Echo and The Bunnymen, o della nostalgia degli anni 80. L’album “The Stars, The Ocean & The Moon” ripropone vecchi brani della band in versioni completamente nuove e diverse (come The Killing Moon al piano). Io l’associo al liceo e a MTV, inevitabilmente. Mi ha fatto un po’ lo stesso effetto di ascoltare “Mad World” dei Tears For Fears rifatta da Gay Jules e Michael Andrews.

Poi ci sono le novità novità. A partire da “19” di MHD, un giovane francese di origine africana al suo secondo album. Il suo stile è stato definito afro-trap, e forse la definizione è corretta. Lo dico per i miei coetanei che schifano il trap per principio, ma gradiscono per esempio Stromae (che è più elettronico). Un’ora di musica e racconti metropolitani, introdotta da un pezzo in cui figura Salif Keita, cioè una delle figure più importanti di quella che si chiama (chissà perché) world music. Il titolo “19” è un riferimento al diciannovesimo arondissement di Parigi (quello della Villette), cioè la zona più multiculturale (nera e araba, e povera, anche) della capitale francese. Il disco è bello, con un sacco di canzoni che possono diventare hit o inni, i testi (in francese) non sono sempre facili da capire.

Elvis Costello ha fatto un bel disco con gli Imposters, “Look Now”. Dopo tutto quello che ha suonato e registrato, devo dire che talvolta, sentendo l’album per la prima volta, ho avuto l’impressione di conoscere già alcune tracce. Ma credo dipenda dal fatto che è un disco MOLTO costelliano. Tra le canzoni che preferisco, “Under Lime”, “Burnt Sugar Is So Bitter”, Unwanted Number”, “Suspect My Tears”. Ma ne sto scoprendo altre.

“Immortelle”, delle Say Lou Lou, due ragazzette australiano-svedesi, mi ha fatto pensare un bel po’ al trip hop anni 90 e anche ai Goldfrapp. Non è un caso, credo, perché poi mi è capiutato di leggere una recensione del NME che dice cose simili.

L’ho ascoltato solo una volta finora, ma “Saturn” di Nao sembra un bel disco soul. Non male anche Petite Noir, un musicista belga-sudafricano che definisce il suo genere “Noirwave” e che ha pubblicato un album con sei tracce intitolato “La Maison Noir /The Black Album”. Ed è caruccio l’ultimo degli Jungle, “For Ever”, con “Heavy, California” e “Beat 54” che sembrano molto radiofoniche.
Per finire un po’ di jazz, in rapida rassegna. Devo ascoltarlo, meglio ma mi piace “L’Odysée” di Fred Pallem & Le Sacre du Tympan, un ensemble francese che non conoscevo, e che qui produce una quantità di tracce che sembrano colonne sonore di film immaginari. Interessanti anche “Universal Beings” di Makaya McCraven (soprattutto) e “Origami Harvest” di Ambrose Akinmusire, che hanno in comune il mix di jazz e hip hop.

 

Il partito di Facebook e di governo

26 ottobre 2018

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Dall’inizio di giugno, il mio lavoro di giornalista si è trasferito in grandissima parte su Whatsapp. Perché il sistema di messagging è praticamente l’unico canale per contattare sia le persone che si occupano della comunicazione del governo gialloverde che molti esponenti politici di M5s e Lega (ma ormai, sempre più spesso, anche i comunicatori di altri partiti).
Se provi a telefonare, infatti, nove volte su dieci non rispondono.

In questi quattro mesi ho ricevuto una media altissima di messaggi ogni giorno, dalla mattina presto alla sera tardi. Si tratta di segnalazioni sull’attività di questo o quello esponente di governo (dal premier ai sottosegretari), agenda del giorno, dichiarazioni e soprattutto link a Facebook.

I comunicatori M5s usano in generale la modalità broadcast di Whatsapp (che consente di mandare lo stesso messaggio a una lista di persone in copia nascosta); quelli della Lega – cioè quelli di Salvini – usano invece il gruppo chiuso, in cui solo gli amministratori possono inviare messaggi (ma si vede chi li riceve). Pochi mesi fa, quando questa modalità non esisteva ancora, la portavoce del “Capitano” si irritava ogni volta che un giornalista provava a scrivere una domanda nella chat comune: “Qui non si scrive!”. I colleghi di solito ribattevano che erano costretti a farlo perché lei non rispondeva ai messaggi diretti.

Tutte le strade comunque portano a Facebook, dicevamo. Perché una parte importante – direi quella principale – del lavoro degli attuali governanti è andare sui social, soprattutto Facebook, sempre più spesso Instagram (frequentato da un pubblico più giovane) e in misura minore su Twitter, per parlare in diretta ai loro fan-follower-elettori, raccontare la loro versione dei fatti, fare annunci, attaccare “quelli che governavano prima”, minacciare, etc. È quella che si chiama disintermediazione (ora la maggioranza ha assunto ufficialamente il controllo della Rai, cioè del principale medium italiano, anche per l’informazione politica, ma non sappiamo ancora in che modo la utilizzerà per comunicare: devono ancora nominare i nuovi dirigenti di tg, reti, etc)

Usare Facebook non è una novità. L’uso governativo dei social è stato lanciato in Italia da Matteo Renzi (M5s e Lega salviniana lo facevano massicciamente dall’opposizione). Ora però la cosa ha assunto dimensioni industriali. Su Facebook passa tutto, comprese la ritrasmissione delle interviste dei media “tradizionali” (cioè in sostanza radio e tv; i giornali servono in caso per parlare con i mercati, la politica, la Ue, etc).
Soprattutto, quando possono, i governanti gialloverdi, fanno dirette Facebook all’esterno anche se stanno parlando coi giornalisti. L’esempio tipico è Luigi Di Maio. Di Maio molto difficilmente fa conferenze stampa in una sala: costringe una pletora di fotografi, video operatori e giornalisti a raggrupparsi attorno a lui, o più spesso sotto di lui, sulle scale esterne del ministero. Una condizione non facile, per chi fa questo lavoro (e anche per le forze dell’ordine, per il marasma che si crea con i potenziali rischi per la sicurezza).

Ovviamente i social sono usati soprattutto per le dirette dei ministri di punta. E quindi da Di Maio, da Salvini, da Toninelli (o da Conte, ma in misura minore). Gli altri postano più spesso interventi scritti.
Di Maio ha tre portavoce (come vice premier, ministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro), Salvini due (come vice premier e ministro dell’Interno), che inviano tutti su Whatsapp gli stessi messaggi (e talvolta rispondono alle richieste dei giornalisti: immagino che la frequenza delle risposte dipenda anche dalla relazione col singolo giornalista).

C’è anche una questione legata alle fonti, che con Whatsapp diventa quasi grottesca. Perché quando mandi lo stesso messaggio teoricamente riservato a tutti, scrivendo OFF, cioè non mi citare, o fonti Chigi , diventa un segreto di Pulcinella.
Chiaramolo:  non è così strano, almeno in Italia, che si chieda l’attribuzione di una dichiarazione o notizia a fonti, cioè non a un nome e un cognome. Succede perfino che in note del ministero degli Esteri si usi l’espressione “ambienti della Farnesina”.  Quasi nessuno (da sempre) si prende la responsabilità, anche quando si tratta di quisquilie. Non si sa mai. C’è sempre il timore che qualcuno potrebbe rinfacciartelo, usarlo contro di te.

E i vocali di Rocco Casalino? Quelli in cui minacciava i tecnici del ministero del Tesoro, chiedendo di attribuire le dichiarazioni a fantomatici ambienti parlamentari del M5s? Confesso, non li ho ricevuti. Immagino fossero destinati a un gruppetto di colleghi più importanti, i vari retroscenisti. Per quello che può servire, ritengo sbagliato averli diffusi, perché così si compromette il rapporto fiduciario.

Tornando a Facebook. La quantità di interventi sui social indica che la comunicazione diretta per i gialloverdi è in se stessa azione di governo (anche perché le amministrazioni, lo Stato, sono capacissime di auto-governarsi senza bisogno del politico di turno, temo).
Chi parla di campagna elettorale permanente non sbaglia. Del resto l’Italia è un Paese dove si vota spesso. E poi a maggio del 2019 ci sono le elezioni Europee, in cui sia Lega che M5s sperano di riportare nuovi successi a uso interno e internazionale.

La comunicazione social rischia poi di prendere definitivamente il posto dell’attività parlamentare, già progressivamente compressa nel corso degli anni dalla decretazione d’urgenza e dall’iniziativa dei leader di partito. Si parla all’elettorato e ci si parla per post (neanche nei talk show, perché il M5s non vuole il contraddittorio). Se una misura non riscuite gran successo sui social, perché perdere tempo a portarla in Parlamento? Oppure, meglio, perché perdere tempo in Parlamento se il pubblico è soddisfatto semplicemente di discutere di un argomento nei commenti a un post? L’importante è aver definito l’agenda.

Quanto durerà, il sistema social? Potenzialmente, a lungo. Perché M5s e Lega lo hanno utilizzato negli ultimi anni, con successo, e dunque non c’è ragione per cambiare. Il che non significa che anche questo governo durerà a lungo. Dipende dagli equilibri tra le due forze politiche (e dalle convenienze).

 

Nella testa di Casapound

18 ottobre 2018

casapound

Elia Rosati è un ricercatore milanese che si occupa da alcuni anni di gruppi neofascisti e neonazisti in Italia e in Europa, e che ha pubblicato da poco uno studio interessante su Casapound. Non si tratta di un’inchiesta giornalistica sui finanziatori o sui legami oscuri dell’organizzazione di Iannone e compagni, ma di una ricerca che ne traccia la storia politica, la strategia e i riferimenti culturali e ideologici, indicando la Tartaruga frecciata come un modello piuttosto originale nel panorama della destra radicale.

intro

Il testo – a cui farei un’unica osservazione negativa: la scrittura è un po’ sciatta – ricostruisce l’articolata galassia di Casapound, fatta di tante sigle, sedi, iniziative, pagine web (e anche di band musicali come gli ZetaZeroAlfa) e analizza anche il gramscismo di destra che ha ispirato le sue mosse.
In quell’idea mutuata da Gramsci, cioè la conquista della società prima che della politica, rientra anche la strategia comunicativa del gruppo, che da anni cerca – in diversi casi con successo – di entrare nel circuito mediatico invitando una serie di personaggi noti, politici o del mondo della cultura e dell’informazione (l’ultimo, Ermete Realacci, ambientalista, storico presidente di Legambiente, ex parlamentare Pd) per trovare legittimazione.

Le radici di Casapound (che viene percepito ancora come movimento-partito giovanile, anche se i suoi leader hanno ormai più di 50 anni) stanno dentro l’esperienza romana del Fronte della Gioventù, l’organizzazione giovanile del Msi, da cui fuoriuscì il gruppo di Meridiano Zero, che a un certo punto incrociò gli ex di Terza Posizione.  “La stessa Casapound Italia ha, all’origine… tre elementi cardine: la visione comunitaria/metapolitica (riletta da Gabriele Adinolfi), la militanza eretica dell’ultimo Fronte della Gioventù e la socialità sottoculturale del mondo White Power”, scrive Rosati.
Ciò che ne emerse fu un’organizzazione capace di fare entrismo o collateralismo (a partire da Fiamma Tricolore, poi col centrodestra e con la Lega) e di mimetizzarsi in certe occasioni.

Interessanti anche le pagine in cui Rosati analizza le figure di riferimento dichiarate di Casapound (un lunghissimo elenco, in cui compare anche Corto Maltese, per dire) e in particolare il legame col pensiero di Giovanni Gentile, il fisolofo mussoliniano il cui pensiero era invece sgradito al neofascismo italiano.

Nonostante le batoste elettorali a livello nazionale, Casapound non ha mai abbandonato la sua strategia di presentarsi alle urne, e ha registrato alcuni successi a livello locale. E, per Rosati, ora sono pronti a ripartire.