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Valerian, una questione di estetica

23 agosto 2017

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Un mio amico esperto di cinema dice che un film è prima di tutto qualcosa che si guarda, intendendo (credo di aver capito) che la prima dimensione è necessariamente quella estetica. Insomma, un film non può essere semplicemente una storia interessante. Deve soddisfare anche l’occhio, per così dire. Sembrerebbe banale, ma non lo è. Perché spesso parliamo invece delle storie che raccontano i film.

Vedendo Valerian  e la città dei mille pianeti, di Luc Besson (che in Italia esce il 21 settembre, ma che ho visto nei giorni scorsi a Montreal), il mio occhio è stato certamente soddisfatto.
È un bel film, dall’inizio alla fine. Le animazioni sono fantastiche. Gli scenari mi hanno ricordato spesso le immagini di Moebius, che peraltro disegnò quelli de Il Quinto Elemento, il film dello stesso Besson che uscì 20 anni fa, nel 1997. A quel film collaborò anche Jean-Claude Mézières, autore (con lo sceneggiatore Pierre Christin) proprio del fumetto (comparso per la prima volta nel 1967) Valerian e Laureline su cui è basata la nuova pellicola.

E la storia? Onestamente, l’intreccio è piuttosto scarso, anche se eviterò di fare spoiler. L’avventura dei due agenti federali galattici (Laureline è stata dimenticata nei titoli, ma c’è, eccome) è forse più interessante nella prima parte del film che non nella seconda. Ma anche il plot del Quinto Elemento in fondo non era gran cosa.

L’insieme è un melange di Avatar, Guerre Stellari (con una citazione facilmente riconoscibile) e i Guardiani della Galassia, cinematograficamente parlando (ma si dice che il fumetto Valerian abbia ispirato in parte Star Wars, e comunque i Guardiani della Marvel sono comparsi per la prima volta in albo nel 1969).
Il sottofondo musicale, poi, è decisaemente ispirato agli anni 70.

Merita, il film? Sì, se siete appassionati del genere, anche per farvi un’idea. Sono comunque due ore di belle immagini (e a me ha fatto tornare la voglia di guardare Il Quinto Elemento).

 

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Fatemi votare per una cosa comprensibile

26 luglio 2017

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Necessaria premessa: questo non è un post da analista, ma da elettore, ancora prima che attivista (verde, romano).

  1. Continuo a ritenere che le sinistre (come le destre, i centri, etc) siano diverse, talvolta componibili, talvolta opposte, talvolta estranee etc. Quindi non capisco bene, lo sforzo di “unire la sinistra”, che è una cosa più simile a un mantra o a un’invocazione religiosa.
  2. Ciò nonostante, comprendo l’intenzione sentimentale, ma anche pratica (elettorale), di unire le forze tra organizzazioni, partiti, movimenti, gruppi etc etc di sinistra e centrosinistra o ecologiste non-Pd (è la definizione per me più vicina alla realtà), di fronte a un centrodestra che sta provando a riunirsi e a un M5s che ha accentuato i caratteri di forza revanscista di massa.
  3. Allora questa unità almeno elettorale si faccia sulla base delle cose su cui si è d’accordo nel voler fare se si andasse al governo. Per esempio, ma è solo un esempio, c’è il manifesto di Possibile che per me è una buona base di partenza (anche se il diavolo si nasconde nei dettagli, come è noto). Ma ovviamente non lo decido io. Insomma, si faccia un alleanza per qualcosa. Non contro qualcuno.
  4. Ovviamente, è opportuno ricordare che nel 2013 ci fu chiesto di votare per un’alleanza (senza Rifondazione comunista e altri, come la lista Ingroia) che doveva governare; è finita invece con la divisione interna e un governo di mini-coalizione Pd-etc-Alfano, dopo che è fallito anche il tentativo di un accordo con il M5s. E nel corso della legislatura la composizione è ulteriormente cambiata, ondeggiando qui e lì, anche a causa del massiccio cambio di casacche dei parlamentari. Quel governo, però, è stato sostenuto fino a oggi anche da Pier Luigi Bersani e dall’Mdp.
  5. Bisogna anche ricordare che di mezzo c’è stato il referendum costituzionale (anzi, il disgraziato e inutile referendum) del 4 dicembre, che ha segnato la sconfitta di Matteo Renzi dopo la lacerazione ulteriore del centrosinistra-sinistra (o quello che è).
  6. Ma Renzi è stato riconfermato dalla grande maggioranza dei militanti ed elettori Pd segretario. E siccome il Pd è un partito con un elettorato e un quadro di militanti e dirigenti  di centrosinistra (per quello che vuol dire il termine, ma credo ci siamo capiti), bisognerà confrontarsi anche con Renzi. E con il programma del Pd.
  7. Quindi occorre cercare di mediare (la mediazione è una parte della politica), bisogna evitare veti personali (nonostante lo stato tumultuoso dei rapporti tra una serie di esponenti politici), serve rappresentare le persone e i gruppi sociali a cui si pensa di rivolgersi, si deve organizzare la speranza.
  8. Si può anche decidere che contano più le differenze che le affinità elettive, certo. E di differenze, volendo, se ne trovano a bizzeffe. Il punto però è se ci si chiude in una scelta identitaria (legittimaoppure si vuole esercitare un’egemonia culturale e politica. E per farlo bisogna avere forza, che non è data solo dal numero di voti, ma certo anche da quanti voti si portano.
  9. Tutto questo ragionamento può saltare di fronte a uno scenario elettorale confuso, ovviamente. Uno scenario in cui nessuno schieramento è in grado di governare. E allora bisognerà comunque concorrere a trovare una soluzione. Perché in ogni caso il mondo (i processi produttivi, il cambiamento climatico, etc) non si ferma.

 

Il ventilatore della merda certe volte siamo noi (e non ce ne accorgiamo)

14 luglio 2017

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Una delle cose che questi anni di frequentazione dei social network dovrebbero averci fatto capire, è che far circolare a ripetizione post sui “nostri avversari” – io ci metto i fascisti, Trump, Salvini alcuni esponenti politici di vari partiti, soprattutto del centrodestra, ma anche del M5s e del Pd – rischia di produrre l’effetto di dargli maggiore visibilità.

Non è che sia una novità. Nel bene o nel male, purché se ne parli, è una frase che conosciamo tutti, attribuita un po’ impropriamente a Oscar Wilde, e prediletta dalla pubblicità.

Chi rilancia continuamente le mala-dichiarazioni e le mala-azioni, pensando di metterle nobilmente all’indice, non solo offre uno spazio in più, cioè la propria bacheca, alla propaganda, ma non fa i conti anche con un altro elemento: gli orientamenti dei nostri amici, e ancor di più dei nostri amici e conoscenti su Facebook ( e dei loro contatti), che non la pensano sempre come noi.

Coloro possono arrivare a considerare un proprio beniamino, un proprio paladino, il personaggio che invece noi schifiamo. Perché li rappresenta. Perché rappresenta la loro rabbia (comprensibile o meno che sia).

Questo, beninteso, non significa che ce l’abbiano con noi, che ci vogliano male. Odiano però magari l’idea che hanno di noi (buonista, radical chic, o semplicemente fesso etc: quella roba lì).

Ma, direte voi, e allora i media? I mass media (tv, radio e Internet) sono i primi a pompare certi personaggi. Verissimo. Lo fanno in parte perché è ovviamente giusto dare spazio a tutti nel sistema più o meno democratico dell’informazione. In parte perché i giornalisti sono innamorati, come molti di noi, del gossip e delle cazzate, del pop da due soldi, dello stronzismo, delle dichiarazioni di mezzo minuto (il mondo va veloce e del resto pure noi vogliamo soluzioni velocissime a qualsiasi problema: dal telefono che non funziona ai rifiuti,  passando per l’ondata dei migranti). In parte anche perché c’è un’agenda politica, per cui alcuni media pompano un personaggio pensando che così te lo faranno odiare (e ultimamente succede il contrario), altri perché credono che invece lo amerai. Più agende politiche però non significa che ci sia il complotto. Di solito c’è più casino che complotto.

Però, se siamo su un social, comunque, possiamo (e dobbiamo, secondo me) evitare di fare da cassa di risonanza di quelli che riteniamo i nostri avversari.

Ovviamente, le denunce sono legittime. Però, denunciare, e denunciare e denunciare ancora alla lunga, non serve a nulla (se non a tacitare la propria coscienza e a sembrare pure fissati). Non fa più rumore e, come dicevo, rischia di avere l’effetto opposto.

Vale lo stesso discorso, secondo me, anche se l’effetto è in parte diverso, per gli allarmi sul cambiamento climatico, sullo scioglimento dei ghiacci, sulla scomparsa delle specie animali. Ehhh sì, una tragedia, un problema gravissimo, bisognerebbe fare qualcosa, ehhh… a proposito, ma che ha fatto la Roma? (o: che c’è su Netflix? Andiamo a fare l’aperitivo? Hai visto che fico sto telefono? ecc ecc).

Gli allarmi senza alcuna idea di azione servono soltanto a deprimerci e a convincerci che tanto non ci possiamo fare nulla. Cosa che non è esattamente vera: possiamo fare qualcosa, per piccola che sia (fosse anche soltanto smettere di usare certi prodotti), e possiamo condividere idee per farlo (Lo so, in fondo anche questa rischia di essere una pia illusione, ma mi sembra preferibile alla certezza del nulla).
E magari ogni tanto possiamo anche uscire dai social per parlarne, e per organizzare la speranza.

 

Noi benpensanti di sinistra, i migranti, i poveri, il M5s e il professor Ricolfi

27 giugno 2017

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(post necessariamente lungo e in divenire)

Comincio con un’ammissione: nonostante mi consideri un ecologista e rifletta da anni sulla sostanziale inutilità dei termini destra e sinistra (e sul fatto che esistano semmai delle destre e delle sinistre e non soltanto, che possono essere sovrapposte, alleate, contrapposte, etc), per semplicità mi riconosco nell’espressione “benpensante di sinistra” utilizzata sul Messaggero dal sociologo Luca Ricolfi  (che oggi poi ha usato l’orrido termine buonista in un’intervista al Fatto) per definire una certa “sinistra cieca” sull’immigrazione, che non capisce il distacco dal suo popolo e il fatto che la povertà sia “il problema sociale numero uno dell’Italia”.

Io non mi sento offeso dalle parole di Ricolfi, il cui messaggio nello spazio di un’intervista su un giornale rischia di risultare confuso con il solito insulto verso la sinistra che potrebbe pronunciare un Gasparri qualsiasi.
No. Cerco di capire quale sarebbe la soluzione migliore, al problema, cioè l’immigrazione, dato che secondo Ricolfi il M5s, a differenza della sinistra (questo concetto dal significato chiaro come Spirito Santo, appunto) “prende sul serio il problema” e capisce le esigenze dei propri elettori.
Perché Ricolfi non fornisce appunto soluzioni, si limita a esprimere un plauso per il ministro dell’Interno Marco Minniti, autore di una normativa che ha anche inasprito i controlli sui migranti. Il sociologo, in fondo, fa sua l’equazione + attenzione per i migranti – attenzione per i poveri. Che è assolutamente discutibile.

Se un problema esiste, da noi, non è l’immigrazione (che è un problema per chi è costretto o si sente costretto a emigrare, semmai).  È l’impatto delle migrazioni sulle condizioni di vita dei lavoratori e dei cittadini dei paesi ospitanti, soprattutto in questi anni di crisi.

Quindi, proverei a ragionare sui punti seguenti, sapendo che spesso le contraddizioni non possono essere risolte, ma vanno bilanciate (sono uno sporco moderato, sì, lo so):

  1. Dire a chi è razzista che è razzista non basta e non risolve il problema.
    Ma non si può neanche pensare, al contrario, di giustificare chi è razzista provando a spiegare che il problema non è la razza ma le caratteristiche della cultura di provenienza (per esempio, l’Islam: non siamo noi a essere razzisti, ma siete voi che siete islamici).
  2. L’intolleranza verso gruppi culturali etnici geografici etc è un fenomeno abbondantemente difuso nel corpo della società e nelle sue varie articolazioni politiche, anche a sinistra, da tempo.
    Ma non soltanto per ragioni di carattere più o meno economico (tu straniero arrivi e accettando condizioni di salario peggiori abbassi anche i nostri standard o ci rubi direttamente il lavoro): si prenda il caso dei Rom, che sono sempre stati al margine della società.
  3. Il problema della possibile pressione economica da parte dei migranti esiste (importo braccia buon mercato e tolgo lavoro a te qui), ma esiste anche quello della delocalizzazione (tolgo il lavoro a te qui e lo trasporto dove ci sono braccia a buon mercato).
  4. Esiste un problema di sicurezza (in alcune statistiche del ministero dell’Interno emerge che gli stranieri autori di certi reati sono sovra-rappresentati rispetto all’incidenza statistica degli immigrati in Italia) ed esiste un problema di percezione della sicurezza, che ovviamente non sono la stessa cosa.
  5. Secondo alcuni studi (discutibili quanto volete), esiste un problema di limite percentuale oltre il quale la presenza di stranieri su un dato territorio suscita tensioni.
  6. C’è un problema di invidia sociale di gruppo per il quale aiutare migranti, rom o comunque strati sociali non solo (o per forza) deboli ma percepiti come diversi significa automaticamente trascurare i propri cittadini.
  7. La questione del cosiddetto ius soli temperato riguarda principalmente il punto 6: c’è chi teme che riconoscere la cittadinanza potrebbe indebolire la propria posizione.

 

Vanno però tenute a mente anche alcune altre cose, pur a rischio di essere didascalici:

  1. Le migrazioni di esseri umani sono una costante storica (e i conflitti che ne sono eventualmente nati o che le hanno provocate, anche).
  2. Le migrazioni attuali sono effetto di violenze, cambiamenti climatici e/o semplicemente della ricerca di prospettive di miglioramento economico; ma più in generale sono conseguenze di fenomeni storici, e soprattutto dello sfruttamento globale (che non ha portato solo progresso e benessere, appunto).
  3. Ma anche se le migrazioni sono causate di fenomeni storici, purtroppo non basta soltanto spiegarlo; le persono vogliono risposte rapide.
  4. Per impedire tali spostamenti bisogna rimuoverne le cause oppure bloccarli a prescindere.
  5. Al di là delle considerazioni etiche e politiche (considerato anche che esiste una dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e una Organizzazione delle Nazioni Unite, che c’è una pratica decennale di intervento umanitario anche armato, etc) bisogna valutare se tentare di bloccare le migrazioni con il ricorso alla forza, con muri, rimpatri o affidando i controlli a paesi extra Ue che non rispettano i diritti umani, sia poi realmente praticabile.

Qualcuno a questo punto dirà: tutto questo lo sappiamo, però bisogna essere concreti.
E allora proviamo, noi che crediamo nei valori di eguaglianza, libertà e solidarietà e bla bla bla a essere concreti.
Perché l’alternativa è il rafforzarsi di posizioni di suprematismo di sinistra, o meglio di una democrazia social-nazionale: ci rubate il lavoro e le donne, restatevene a casa vostra, pure se avete problemi (anzi, combattete lì contro i padroni).

  1. Occorre tutelare i lavoratori, tutti i lavoratori, dal punto di vista delle regole e dei salari, attraverso la legislazione nazionale e quella europea, in modo da evitare la compressione dei diritti.
  2. La condizione principale per ridurre i conflitti tra migranti e residenti (al netto della propaganda politica che soffia sul fuoco, sia per calcolo che per ideologia) è quella di aumentare la felicità collettiva. E cioé: bisogna trasformare le periferie in città; tutti devono avere diritto a una casa e all’assistenza, a servizi minimi decenti, a un ambiente non degradato. Centro e periferia devono accogliere in modo uguale (o meglio: il centro deve accogliere di più) i migranti e/o rifugiati, che non vanno ammassati.
    La periferia non può essere il luogo dove accumulare e cercare di scaricare i problemi.

  3. Bisogna aumentare il livello di (percezione della) sicurezza sia attraverso l’uso delle forze dell’ordine che attraverso sistemi di sorveglianza che, soprattutto, mediante le politiche di prossimità e di sicurezza partecipata. Avere un quartiere più vivo e solidale, sottoposto al controllo collettivo dei suoi abitanti, lo rende anche più sicuro per tutti.
  4. Per aiutare gli immigrati a casa loro bisogna spendere soldi. Neanche tanti, in fin dei conti, ma si tratta di aumentare il contributo allo sviluppo in alcuni paesi (che non può essere contributo a creare semplicemente condizioni di libero mercato, ma standard minimi di vita) e finanziare l’adattamento al cambiamento climatico in altri. Aiutare alcuni a tornare e altri a restare dignitosamente. Quindi bisogna decidere dove prenderli, questi soldi.
  5. La cultura serve, e l’educazione civica anche.
    Magari non risolvono da sole i problemi, ma facilitano la comprensione e ne diminuiscono l’impatto. Sapere chi sono i migranti, da dove vengono e perché vengono, aiuta. E queste informazioni devono viaggiare nei luoghi collettivi, a partire dalla scuola e dalla rete.
  6. Anche in questo caso, serve più Unione Europea e non meno.
    Se gli altri paesi non vogliono ospitare migranti (ma ricordiamo che numerosi paesi europei, alcuni con un passato o un presente coloniale, hanno una popolazione di origine straniera molto più numerosa, sia in termini assoluti che percentuali, dell’Italia) possono pagare o contribuire in altro modo. Ma non possono eludere la questione.
  7.  (6 bis, meglio). L’intervento umanitario armato, se non in condizioni di urgenza assoluta per crisi gravissime, non porta da nessuna parte. E l’Unione Europea (di cui l’Italia fa parte, non è un  può chiedere ad altri di mostrare le proprie virtù se non è in grado di dare l’esempio (e questo vale per tanti altri temi, a partire dalla lotta al cambiamento climatico). Quindi, la Ue deve avere un approccio unitario, occuparsi delle aree geografiche prossime e, soprattutto, cercare di aiutare.

La materialità dei supporti (e un po’ di dischi)

9 giugno 2017

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Una delle cose piacevoli di avere un abbonamento ad Apple Music, l’ho già detto, è di poter sentire praticamente quasi tutti gli album vecchi e nuovi che voglio. Ma, da (vecchio) appassionato anche della materialità dei supporti musicali, mi pesa talvolta di non poterli scaricare per farci antologie su cd o mixarli (male, ma mixarli). Un conoscente, più giovane, mi ha detto che fare cd è una roba da anni 90. Ne prendo atto, ma dato che fino a metà dei 90… facevo addirittura le cassette, ammetto di essere un poco retrò, per questi aspetti.

Ciò detto. Nelle ultime settimane ho ascoltato (talvolta più volte) un po’ di dischi nuovi (nonché un’antologia del 2005 di Paola&Chiara, confesso). Comincerei da quello di Paul Weller, A Kind Revolution. Avendo amato Weller soprattutto nel periodo degli Style Council (e anche dei Jam, che però ho scoperto dopo), devo dire che anche se i suoi dischi di questo ventennio mi piacciono, non mi restano così in mente. Nel nuovo album (più precisamente nella Special Edition, che non ho ancora esplorato completamente), ci sono comunque 29 pezzi con un sacco di versioni strumentali e dei remix, e tanti ospiti (da Boy George a Robert Wyatt, per dire). Ballate, pezzi quasi funky. Tra le mie preferite, New York e One Tear (sia nelle versioni originali che nei remix).
Per vedere Weller in Italia bisogna aspettare settembre. Ma non verrà a Roma, mannaggia.

Un altro bel disco è Common Sense, del giovane J Hus, che è in testa alle classifiche britanniche.  In questi giorni sto ascoltando spesso Closed Doors, ma il suo brano più famoso credo sia Did You See. La definizione rap è piuttosto generica: la sua musica è un misto di hip hop, garage, elettronica, Afrobeats.

Ancora. El Michels Affair è una band che spesso gioca coi suoni dei Wu Tang Clan (uno dei più importanti gruppi rap classici Usa: lo dico per i miei vecchi amici ‘gnoranti). Non li conoscevo, li ho scoperti con questo Return To 37th Chamber, che fa eco al loro più famoso Enter The 37th Chamber. E’ musica in gran parte strumentale, in parte retrò, la vedrei bene come colonna sonora di un thriller musicale. Tra i brani preferiti: Tearz, Snakes, Shaolin Brew.

La techno, direi, o piace o no. A me piace, e pure parecchio. E mi piace questo disco di Ellen Allien, Nost, che è pieno di gran pezzi (anche per fare jogging…). La Allien è una dj tedesca non giovanissima (48 anni), che suona una techno piuttosto essenziale, come quella dei rave anni 90 (ho memoria di alcune feste rganizzate nei centri sociali romani). Tra le tracce che preferisco ci sono sicuramente Mma, Electric Eye, Jack My Ass.

Devo continuare ad ascoltare, per farmi un’idea èiù precisa: Hopeless Fountain Kingdom di Halsey (che mi piaciucchia), A World Of Masks degli Heliocentrics (idem), Black Origami di Jlin (sono un po’ scettico), Party di Aldous Harding e Pure Comedy di Father John Misty.

I Guardiani politicamente corretti della Galassia

29 maggio 2017

 

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La parola buonista è stata inventata da stronzi e viene usata con gioia liberatoria da peersone che spesso considerano le semplificazioni sciocche l’unico metro di giudizio, dato che non hanno tempo né voglia di fermarsi a riflettere.

Il concetto di politicamente corretto è invece ambiguo. Si può utilizzare in modo critico, per contestare un certo formalismo bacchettone, a cui magari poi non corrisponde una effettiva sensibilità (difendo la multiculturalità in orario di lavoro e nelle occasioni di prammatica poi però col cavolo che mi confondo con voi, banda di sfigati); oppure si può impiegare per definire um modo più favorevole e positivo di guardare alle differenze, che tiene in conto il rispetto per gli altri e anche il coinvolgimento con gli altri.
Lo userò in questo modo qui, per parlare dei Guardiani della Galassia 2.

Non è un mistero che io sia appassionato (da quando ero ragazzino) di produzioni Marvel. E il fatto di avere tre figli di età compresa tra i 6 e i 13 anni mi aiuta a mantenere viva la passione (vado al cinema con la scusa di portarci loro, in soldoni).  Dunque, il seguito delle avventure dei Guardiani mi è piaciuto, eccome.  Anche se forse meno del primo, che era piuttosto originale.

Perché mi è piaciuto? Perché è fantascienza epica allo stato puro, non è una sequenza di battaglie, perché è ricco di humor, ha una grande colonna sonora (pezzi noti-ma-non-così-famosi degli ani 70) e, ultimo ma non ultimo – arriviamo alla questione del politicamente corretto – veicola valori interessanti. L’amicizia, la diversità come ricchezza (anche tra diversi devi comunque condividere qualcosa, altrimenti non ti senti parte di un gruppo basato su affinità elettive, non su robe tipo il sangue, la razza, il cognome etc), la famiglia allargata, la paternità non biologica ma affettiva, l’amore e la capacità di perdonare.

Raccontato così, parrebbe un gran pippone, questo film prodotto da Disney, che negli ultimi anni sta cambiando decisamente le posizioni: prendere ad esempio Frozen. Invece no, perché  non è affatto didascalico, ha un ritmo veloce, è divertente. E, secondo me, lascia comunque qualcosa.

 

Per amore e per politica

23 maggio 2017

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La frase di Debora Serracchiani “alla politica ho sacrificato il mio matrimonio” è oggi un po’ dappertutto, sui media. È una di quelle dichiarazioni – ma forse è solo un titolo inventato da noi giornalisti – che piacciono tanto, perché mescolano generi letterari diversi, in questo caso la politica e l’intimità, il rosa. Il politico che si confessa, che è un po’ come noi tutti, tolta la giacca, o il tailleur.

[Per inciso, la presidente del Friuli, intrevistata da Vanity Fair, è la stessa che qualche giorno fa ha avuto un’infelice uscita sullo stupro commesso da un rifugiato – che poi forse stupro non era, si è saputo poi]

Ovvio che la frase abbia generato anche numerosi commenti antipatici. In fondo non è un’epoca felice per la reputazione della maggior parte dei politici, e Serracchiani è solitamente anche un tipo diretto e aggressivo.

Io invece preferisco soffermarmi sulla questione del sacrificio. Perché, con tutta la passione e il rispetto che continuo a nutrire per la politica, non credo che un politico sacrifichi la propria vita per il bene comune (no, non credo affatto che la politica sia solo un magna magna e che generalmente i politici stiano lì per arricchirsi).

Voglio dire: fare politica è una scelta, prima di tutto. Non si fa politica se non piace fare politica. Anche se si tratta di una cosa simile alla chiamata vocazionale, anche se si può arrivare a odiare il proprio ruolo, c’è comunque un piacere personale, un interesse personale (no, lo ripeto, non nel senso di arricchimento) che resta il fondamento della propria scelta.
Poi, ovviamente, il politico deve essere anche portatore di interessi e ideali collettivi. Il politico migliore riesce a coniugare tali spinte, a rappresentare gli interessi e insieme a manifestare le proprie idee, la propria visione del mondo. C’è il piacere della relazione, il piacere della lotta, c’è il piacere del potere. Fa parte del gioco. Siamo persone.

Per principio, diffido di coloro che si dicono prestati alla politica, perché di solito parlano della politica come fosse un mondo a cui non appartengono, perché hanno un mestiere, una professione, una propria casa a cui tornare.  Nessuno però ha chiesto loro di fare politica.
E nessuno lo ha chiesto a quanti definiscono la politica un servizio (“per me la politica è un servizio alla comunità”) e si definiscono umili servitori.

Quest’idea della sacralità della politica fa esattamente da contraltare a quella che la politica faccia schifo (poi bisognerà dire anche dell’idea che hanno della politica coloro che non la conoscono, e che considerano il suo ruolo di mediazione una cosa sporca, aspettandosi dai leader politici un comportamento migliore del loro nella vita quotidiana, in cui siamo tutti abituati a fare mediazioni, perché viviamo una vita di relazioni).

Il risultato della concezione politica=schifo porta anche all’ipocrisia di non chiamare politici quelli che si comportano da e fanno i politici. Sono cittadini. O professionisti prestati alla politica, appunto.

Quindi, per tornare alla questione. Debora Serracchiani, come tutti, ha fatto delle scelte (anche non fare scelte è scegliere, come è noto). Come tanti altri, ha vissuto una storia d’amore finita male (e mi dispiace, sinceramente). Però, invece di prendere atto che è la vita, ha preferito scaricare sulla politica la questione.

Come se qualcuno l’avesse costretta a fare politica, appunto.

ps: vale la pena leggere (e nel mio caso rileggere) Felicità pubblica e felicità privata, di Albert O. Hirschman, che parla anche di questo