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L’Unità è morta, Viva la gente dell’Unità

16 maggio 2017

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Non credo di aver scritto molto, recentemente, a proposito dell’Unità, il giornale per cui ho lavorato per diversi anni (fino al 1999) come collaboratore, abusivo di redazione, redattore e vice caposervizio. Non l’ho fatto per disinteresse, ma principalmente per affetto verso i colleghi.

Lo faccio ora, da ex dipendente, da collega, da amico, senza alcuna pretesa.

Da oggi i giornalisti dell’Unità cartacea (la distinzione è importante) sono in sciopero, per protestare contro l’editore principale, il costruttore Pessina, che si comporta in modo antisindacale e, diciamolo, infame, negando gli stipendi se non vengono ritirate le cause, – pur vinte – e comportandosi con sprezzo verso i dipendenti, minacciati di tagli pesanti e con un giornale senza prospettive.

Non so quanto e come questo sciopero a oltranza andrà avanti. Il rischio è che l’astensione dal lavoro scivoli nella serrata, perché il giornale sembra essere considerato dall’editore di riferimento, cioè il Pd, un costo e non una risorsa.

Al Pd, impegnato nello scontro quotidiano con il Movimento Cinque Stelle, serve stare su Internet, aggressivamente. Ma sul web non c’è unita.it. C’è invece unita.tv, un sito di proprietà di un altro editore, EYU (società dello stesso Pd) , che NON è affatto in sciopero. Anzi, la notizia dello sciopero del giornale si ritrova, con qualche difficoltà, in basso nella pagina, accanto a una notizia di sport.

Unita.tv è un sito di battaglia, non di informazione. Lì c’è il nocciolo duro delle penne (anzi, delle tastiere) anti-Grillo, anti-opposizione interna, anti-(vecchia)sinistra. E’ un’arma social utilizzata con toni simili a quelli degli avversari.

La storia del declino del giornale è ormai una questione vecchia e non mi ci soffermo. Io stesso ho usufruito, per licenziarmi, di una “finestra” di uscita incentivata (pochi soldi e presi dopo un bel po’).
Se non funzionano molti giornali di carta e web, figurarsi ora l’Unità solo cartacea, nonostante un certo numero di validi colleghi che ancora ci lavorano con passione, pur sotto la mannaia.

Si sarebbero potute fare tante cose negli anni, ma il passato è, appunto, passato (per me avrebbero dovuto rilevare la testata i lavoratori, per trasformarla in altro, ma sono un noto sognatore). E la responsabilità non è solo di Matteo Renzi, che ha affrontato quest’ultimo tornante a modo suo, cioè arrogante e un po’ fanfarone.  È anche dei suoi predecessori.

L’Unità è morta.
Lo dico con affetto e rispetto, badate, mentre è pieno di gente che continua a portare carità pelosa o fare dichiarazioni pubbliche solo perché si sente in obbligo, perché c’è un rito.

Bisognerebbe prendere atto che il giornale è morto, non ha ragion d’essere (nel senso che non è in grado di campare e rappresentare nessuno, così, purtroppo), e affidare la testata a un istituto culturale in grado di difenderne memoria e archivi.
Insieme, bisognerebbe aiutare i suoi gornalisti e poligrafici a ricollocarsi, ad andare in pensione, a continuare a vivere. L’Unità è morta, ma la sua gente è viva.

Lasciatemi fare un po’ di retorica europeista

9 maggio 2017

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Non mi piacciono i confini, gli inni e le bandiere nazionali, ma se dovessi definirmi sulla base di una certa affinità elettiva direi che sono, soprattutto, romano ed europeo. Perché credo che l’aria della città renda liberi e ho insieme una formazione europea, un background politico, culturale, economico soprattutto europeo.

Questo non significa che pensi a un’Europa da difendere con i muri, né che dimentichi quello che l’Europa è stata per secoli: un luogo di guerre sanguinose e di imperialismo. Ma non credo che abbia rappresentanto soltanto questo e non guardo a noi europei come i cattivi del pianeta che ora debbono mettersi a capo chino e battersi il petto.
Non basterebbe neanche un po’, peraltro.

Credo che l’Europa debba unirsi il più rapidamente e compiutamente possibile. È singolare, scriveva qualcuno, che l’Europa venga percepita in quasi tutto il resto del mondo come un corpo unico e che invece spesso noi europei ci percepiamo così divisi.

È un discorso da élite?  Nell’Europa dei low cost, della generazione Erasmus e prima ancora di quella Interrail, ma anche solo nell’Europa dei prodotti di largo consumo e dei consumatori, non credo.

Unirci per fare cosa? Per esempio, per agire insieme contro il cambiamento climatico e aiutare i paesi più poveri (alla cui povertà abbiamo spesso contribuito) ad adattarsi ad esso. Per promuovere la pace e la giustizia sociale. Sapete, quel genere di cose lì.

Senza unione politica ci sarà solo un grande mercato, con buona pace dei sovranisti di destra e sinistra (direi di destra tout court, in fondo). Perché le dimensioni transnazionali dei fenomeni (il cambiamento climatico, ma anche la finanziarizzazione dell’economia e comunque il potere di alcune aziende-monstre) non si controllano o combattono tornando agli stati-nazione.

L’euro, tanto per fare un esempio, non funziona bene non perché c’è un eccesso di unità, ma per un deficit di condivisione. La Ue è ancora troppo intergovernativa, per fare un altro esempio, e un Parlamento europeo in grado di eleggere davvero un esecutivo è una soluzione migliore. Un’Europa federale, fatta di poteri centrali più forti e di ampia autonomia locale, dovrebbe essere il nostro obiettivo minimo subito.

Quello dell’Europa unita non è un destino certo. Non ho mai creduto all’inarrestabilità del progresso (che è un concetto nato con la rivoluzione industriale), anche se storicamente c’è una certa tendenza all’ampliamento delle comunità, spesso praticato con mezzi violenti.

Mi preoccupa invece il rischio di nazionalismi e imperialismi grandi e piccoli, che sono una trappola soprattutto per i lavoratori e per le persone più deboli. L’Unione Europea è nata dopo una guerra disastrosa, è stata una conquista. Ora facciamo un’altra tappa.

PIIGS, ovvero come confondere le idee nella lotta al liberismo

8 maggio 2017

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Sabato scorso sono andato a vedere PIIGS, il documentario di Adriano Cutraro, Federico Greco (co-autore del mitico Stanley and Us su Kubrick) e Mirko Melchiorre, perché credevo fosse un’analisi (critica) della crisi economico-finanziaria e della politica di austerity nell’Unione Europea.
Mi sbagliavo. È un film di propaganda. Il che, di per sé, non sarebbe neanche un problema, se non fosse che è approssimativo e confuso e salta ad alcune conclusioni, come quella che scegliere l’euro fosse un errore, senza spiegare perché e come.

PIIGS (acronimo poco gentile che sta per “Portogallo Italia Irlando Grecia Spagna”, cioè i paesi “periferici” della Ue, indicati anche come quelli più deboli dal punto di vista finanziario) è pieno di interventi di personaggi più o meno noti, solo in parte economisti. Ci sono Yannis Varoufakis, Paul De Grauwe, Warren Mosler, Stefano Fassina, Noam Chomsky, Erri De Luca, e soprattutto Paolo Barnand, vero ispiratore del documentario per ammissione esplicita degli autori.

La pellicola è piena di spunti, anche, alcuni particolarmente curiosi e poco noti. Come la storia di come fu fissato – nel 1981, in Francia – il tetto del 3% per il rapporto debito/Pil, regola principale, almeno formalmente, dei conti Ue (non si tratta peraltro di materiale originale ma di uno spezzone di una trasmissione Rai).
In parallelo, su un registro più prossimo al pubblico, PIIGS racconta la storia di una cooperativa sociale di Monterotondo vittima diretta della politica di austerity europea, perché la regola sui vincoli di spesa (il cosiddetto patto di stabilità interna imposto agli enti locali) le impedisce di ottenere dalla Pubblica Amministrazione quanto le spetterebbe per i servizi resi, e la costringe alla crisi.

Ma nella fretta di spiegare quanto sia pericoloso il liberismo economico, ispirato da Milton Friedman – che è fondamentalmente il ‘cattivo’ del film – e di quanto la Ue sia governata da ciechi burocrati nordeuropei, gli autori non sviluppano gli spunti più interessanti. E fanno un simpatico guazzabuglio, utilizzando a sproposito qui e là dichiarazioni dei personaggi intervistati. Seguono una linea politica che credo sia definibile “sovranista di sinistra”, finendo anche per contraddirsi.

Perché? Perché nei titoli di cosa PIIGS riporta un intervento di Giuliano Amato, e la voce narrante di Claudio Santamaria dice, più o meno: se mi fossi imbattuto prima in questa dichiarazione avrei capito meglio e mi sarei risparmiato molta fatica.

Ma cosa dice Amato di tanto illuminante? Spiega come ci sarebbe (stato) bisogno di una più stretta integrazione politico-economica tra i paesi Ue per far funzionare meglio l’euro e soprattutto rispondere meglio alla crisi partita dagli Usa (e qui occorre citare un film, non un documentario, come The Big Short, che fa capire bene cosa accadde).
Insomma, più Ue, più integrazione, più controllo di Bruxelles, non meno, non coordinando le politiche, ma unificandole, agendo come una vera Unione. Cioè il contrario di quello che vogliono i sovranisti.
Ed è anche per questo motivo, perché manca il necessario grado di unione, che sono possibili speculazioni internazionali, non sulla moneta unica, com’era prima, ma sui debiti e sui titoli di Stato dei singoli paesi europei.

Eppure c’era spazio per una narrazione critica non pasticciata. Spiegando la regola del 3%, si poteva discutere di come la Commissione europea abbia reagito in modo diverso allo sforamento secondo il Paese, con quell’atteggiamento di “forte coi deboli e debole coi forti” che anche la burocrazia europea ha. Perché l’Unione (che è dominata più dai rapporti intergovernativi e meno, purtroppo, dall’azione parlamentare) è teatro di braccio di ferro tra paesi e orientamenti politici (nella definizione di economia politica la parola politica non compare mica per caso).

Raccontando la storia del paper degli economisti Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff, tanto apprezzato dai liberisti europei e secondo cui c’è correlazione tra alto rapporto debito/Pil e bassa crescita, PIIGS poteva far capire meglio in cosa consistono i grossi errori rilevati da alcuni critici (la discussione sulla questione va avanti per anni).

Quando PIIGS affronta il caso dell’inflazione, anzi, del dogma dell’inflazione, che per la Bce deve essere tenuta di poco sotto il 2%, sembra sostenere la tesi che in fondo si può stampare quasi quanta moneta si voglia, e che l’inflazione non è un dramma, visto che gli Usa, quando è servito, hanno stampato dollari senza tanti scrupoli.
Il problema però è che gli Usa sono una superpotenza mondiale, e usano il rapporto di forza a proprio piacimento (entro certi limiti, comunque). Mentre l’Europa, come noto, è un gigante economico ma un nano politico, proprio perché manca della necessaria unità (sempre quella che non piace ai sovranisti) per fare alcune scelte.
Inoltre, perché una moneta funzioni (che sia l’euro o la lira) deve godere della necessaria fiducia delle persone. Quando manca la fiducia, la moneta ne risente, e con essa anche la vita delle persone che la usano.

Dopodiché, ben vengano le critiche all’austerity e al risultato mancato dagli economisti liberisti, visto che l’inflazione, almeno in certi paesi, non è aumentata gran che nonostante le cure da cavallo.

PIIGS parla della supremazia del liberismo e della firma nel 1992 trattato di Maastricht, ma senza citare minimamente il crollo dell’Unione Sovietica nel 1989 e tutte le conseguenze del caso (per esempio, fino ad allora il debito pubblico di alcuni paesi, come l’Italia, non era affatto un problema, anche perché c’era da difendere le democrazie europee contro il socialismo reale…). E toccando brevemente la questione della Brexit, ne fa un quadretto idilliaco, spiegando che ha vinto la volontà popolare, senza però farsi venire qualche dubbio o porsi qualche interrogativo (per esempio: l’uscita del paese che ha sostenuto maggiormente l’ortodossia liberista potrebbe togliere peso alle politiche di austerity?).

Parlando dell’Italia, PIIGS sembra rinverdire il ricordo-fake di un bellissimo passato che ci è stato tolto in nome della Ue. Un bellissimo passato in cui hanno governato per decenni la Dc e suoi alleati, che alla fine, lo sapevamo, avremmo rimpianto. Con Erri De Luca a spiegarci che il problema è che ci sono pochi giovani (seriously) e che dunque voi non siete abbastanza per lottare e vincere, al contrario di noi (il 68 ha vinto e non ce ne siamo mai accorti).
Qui non siamo al sovranismo di sinistra, ma al revanchismo da si stava meglio quando si stava peggio.

Infine, l’euro. In sostanza ne parlano come colpevole Mosler e Barnard, ma senza spiegare gran che. Barnard, in sostanza, dice che bisognerebbe uscire dall’euro però stando attenti che potrebbe essere un casino, dopo, se non attui le politiche giuste. E quindi?

 

Macellerie da incubo

28 aprile 2017

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Per un quarto di secolo sono stato vegetariano – con qualche strappo, pochi, nel corso degli anni, anche perché la carne mi è sempre piaciuta.
Poi, circa tre anni fa, sono tornato a mangiarne – con qualche senso di colpa, tanto che finora non ne ho mai parlato in pubblico – ma sulla base di una scelta precisa.
Soffrivo di gastrite e con le verdure la situazione non migliorava; i miei tre figli e la mia compagna consumavano, consumano, più o meno abitualmente carne e salumi, e dunque ero sottoposto alla tentazione (sì, ne parlo come di un peccato, appunto); infine, ero giunto alla conclusione che se gli altri animali onnivori non si fanno gran scrupolo a uccidere e mangiare, anche gli esseri umani, pur percependo la sofferenza, possono farlo, naturalmente (qualsiasi cosa significhi il termine natura).

Nel corso dei mesi ho continuato a consumare carne (l’ho sempre comunque cucinata per i miei figli, a cui non ho imposto la mia scelta, anche quando ero vegetariano), ma anche alimenti tipicamente veggie, come soia, tofu, seitan. E ho anche ridotto il consumo di latte e, per quanto possibile, di formaggi (ho i valori dei trigliceridi, certi grassi nel sangue, alti). Contradditorio? Sì, forse.

Due notti fa, per la prima volta, ho avuto un incubo da macelleria, che mi ha lasciato abbastanza sconcertato. E ho deciso di tornare a essere vegetariano, o comunque di consumare sempre meno carne. Anche se non so riuscirò ad abbandonare i derivati del latte.

Non ricordo i dettagli precisi del sogno, ma mi trovavo in un locale in cui persone macellavano o amputavano animali vivi. C’era sangue ovunque. E soprattutto, alcuni animai avevano un volto umano. Io cercavo di attraversare quei corridoi senza guardarli in faccia, e provando soprattutto a passare inosservato.

Quando smisi di mangiare carne per la prima volta, nel 1988, fu il risultato di un percorso di convincimento collettivo, di una decisione condivisa, a cui partecipai con mio fratello, la mia ragazza e alcuni amici. Non feci alcuno sforzo, alcun sacrificio, anche se mangiare carne mi piaceva (mentre non mi è mai piaciuto il pesce). Un po’ come fanno i tossici che vogliono smettere di farsi, cominciai a scalare le quantità. Poi smisi, più o meno alla fine dell’estate.
Ho raccontato parte dell’esperienza di essere vegetariani in No Compromise.

Oggi ritengo che mangiare la carne sia un atto normale, cioè comprensibile. I nostri antenati Sapiens erano cacciatori-raccoglitori e lo sono rimasti anche dopo la rivoluzione agricola, quando hanno cominciato in modo sostanziale a umanizzare la Terra e le altre specie. Ciò è stato possibile perché i Sapiens sono grandi predatori di gruppo, che hanno saputo organizzare la violenza in un modo mai sperimentato prima. E che oggi hanno creato un sistema di produzione del cibo attraverso lo sfruttamento degli animali che somiglia in modo impressionante a quello dei lager.

Non credevo che sarei arrivato a scriverlo, ma quel ho scritto lo penso davvero. E con ciò, non intendo affatto offendere le vittime dei genocidi (di nessun genocidio, anche se quello nazista certamente rappresenta l’esempio più noto e più complesso, in termini di pianificazione e organizzazione) ma ricordare una cosa di cui dovremmo essere consci. E cioè, che la nostra economia alimentare è costruita sulla violenza e sulla sofferenza degli animali. Anche solo per ottenere un bicchiere di latte o un uovo.
Se non avete letto Eating Animals (Se niente importa), di Jonathan Safran Foer, ve lo consiglio. Una lettura garbatissima, non temete, ma onesta.

Per essere chiarissimi: non sto paragonando esseri umani ad animali (anche se siamo tutti animali, e non ritengo che gli umani siano superiori: sono solo predatori senza eguali). Sto affermando che i sistemi totalitari e comunque le ideologie che producono genocidi considerano i potenziali nemici essere inferiori. Alla stregua di animali, appunto, secondo il pensiero comune.

C’è contraddizione tra tutto questo e il fatto di apprezzare un filetto cotto a puntino, un panino con la salsiccia, il pollo fritto? No. Un macellaio può amare i fiori? Certo. Una donna di sani principi può spezzare il collo a una gallina? Sì.
Anche qui, non vorrei essere frainteso. Noi esseri umani siamo contradditori.
Il punto non è risolvere (tutte) le contraddizioni, personali e soprattutto collettive – cosa che non ritengo possibile oggi, né domani, magari dopodomani, chissà – ma conviverci, sapendolo. Provando a fare meglio.
Le contraddizioni della storia umana sono tantissime. E accanto all’elenco delle cose buone, ci sono quelle cattive. Spesso come due facce della stessa medaglia. Banalità, certo, che però tendiamo a dimenticare.

Quindi, so anche che il piacere che mi provoca un certo alimento è intimamente connesso alla sofferenza dell’animale che è stato ucciso (sacrificato) perché ne potessi godere.

Possiamo fare tutti a meno della carne? Non lo so. Certo, possiamo provare a mangiarne meno. Se non per non imporre sofferenze agli altri animali (in fondo gli altri animali non sembrano farsi di questi problemi), almeno perché gli allevamenti intensivi oggi sono responsabili di una percentuale molto ampia di gas a effetto serra, per esempio. Il 20% circa, secondo alcune stime.

La mia è una scelta etica (o un tentativo etico)? Sì. Però vorrei ricordare che le “scelte etiche” non sono solo atti individuali che attengono alla coscienza. Noi non mangiamo né cani né gatti, né scimmie, non perché non siano commestibili, ma perché li sentiamo vicini. Tanto che mangiare un gatto, o un cane, è un reato. Come è un reato maltrattare animali che pure potremmo mangiare.

Musica per veterani

24 aprile 2017

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È più di un mese che non scrivo nulla qui. Sono stato occupato altrove. Però ho continuato ad ascoltare nuova musica, e avevo voglia di parlarne qui per i miei 25 lettori. Questa volta ci sono un sacco di segnalazioni di gruppi ultradecennali, ma anche qualche nuova leva.

Comincio dai Soulwax: da quando il duo belga ha iniziato a somigliare in maniera così forte ai Chemical Brothers? Il disco nuovo si intitola From Deewee, e ha un suono piuttosto sintetico, con una robusta presenza della batteria. Li ho ascoltati a momenti, durante gli anni, e probabilmente il loro album che conosco meglio è Any Minute Now, del 2004, che suonava nettamente più rock. L’impressione qui invece è davvero quella di sentire qualcosa di vicino ai Chemical Bros (band a cui resto affezionato) dell’ultimo decennio. Il risultato è piacevole. Il pezzo che preferisco probabilmente è Trespassers.

Sono un vecchio fan di Jamiroquai, fin dal primo 45 giri (anzi, un mini cd), nel 1992, che ogni tanto ascolto per nostalgia. Erano sette anni che non usciva un nuovo disco di Jason Kay e soci, e quest’album, Automaton, è bello. Il suono è facilissimamente riconoscibile (con melodie che mi ricordano soprattutto il secondo disco, The Return of The Space Cowboy) ma insieme c’è qualche differenza, cioè il peso crescente, ma non invadente, dell’elettronica. Jamiroquai è riuscito a costruire uno stile che amalgama black music anni 70, dance disco, suoni degli anni 80, che funziona ancora oggi.

Ancora, per i veterani. Non mi ha emozionato Spirit, dei Depeche Mode, gruppo che apprezzo, almeno per i classici tra 80 e 90. Nell’album ho trovato pochi spunti orecchiabili o soluzioni musicali originali, e testi un po’ retorici. Invece, mi pare un bel ritorno quello di The Jesus and Mary Chain, con un album intitolato Damage and Joy. Scordatevi il rumore degli anni 80 (quello di pezzi come Never Understand, per capirci, che sembrava un mix di surf e industrial). No, il suono è quello della seconda fase dei fratelli Reid, alternative rock più melodico, che in fondo era già anticipato dalla canzone Just Like Honey. Il mio pezzo preferito è Always Sad.

Non conoscevo i Rolling Blackouts Coastal Fever, che ho scoperto con l’album The French Press, un mini lp di soli sei pezzi. E’ indie rock, con un suono potente che ogni tanto pare arrivare dal passato (armonie non sconosciute, insomma). Il mio pezzo preferito: Sick Bug.

Da qualche settimana su Netflix è tornato The Get Down, serie originale sulla nascita dell’Hip Hop a New York. La seconda stagione è all’altezza della prima ed è anche cambiata, con l’uso massiccio di cartoons originali. La colonna sonora è sempre interessante, ma il secondo album (che contiene praticamente tutti pezzi originali) secondo me non è all’altezza del primo.

Che altro c’è? Sto ascoltando Damn., il nuovo album di Kendrick Lamar, di cui ho letto almeno una recensione entusiasta. Mi sta mettendo alla prova, perché il suo punto forte sono i testi. Intanto,  mi sto appassionando a Loyalty, forse il pezzo più facile, in cui compare anche Rihanna. Interessante anche Rap Album Two di Jonwayne. E sempre per i veterani, sono usciti Hits and Pieces di Marc Almond, praticamente il The best of, e un’edizione rimasterizzata per il ventennale di Either Or di Elliott Smith.

 

Come in Olanda?

17 marzo 2017

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Come ha scritto un’amica su Facebook, oggi siamo tutti verdi olandesi, ieri eravamo tutti verdi austriaci, vorrei che fossimo tutti verdi italiani. Indubbiamente, il successo degli ecologisti dei Paesi Bassi è una notizia, come lo è stato l’elezione a presidente della Repubblica in Austria di Alexander Van der Bellen. Ma i Verdi stanno andando bene in diversi altri paesi euroepi (e anche negli Usa, dove qualcuno li accusa di aver fatto il gioco di Trump, ma vabbe’).

Questo successo può provocare un aumento dei consensi ai Verdi anche in Italia? Vi anticipo la risposta: forse. Ma con molti dubbi.

Ogni Paese è storia a sé.  Van der Bellen (che non è più il leader dei Verdi) è stato votato contro l’estremo destro Norber Hofer. Mentre i Verdi olandesi hanno probabilmente intercettato la rabbia di parte dell’elettorato laburista (come del resto alcuni partiti di sinistra) che non ha gradito la coalizione coi liberali (conservatori) di Mark Rutte.
Ma certo, le tendenze e le influenze esistono, e quindi è possibile che in situazioni diverse il successo possa essere contagioso.

Da noi il Sole che Ride esiste da 30 anni, anche se dal 2008 è assente dal Parlamento (c’è una senatrice che consente ai Verdi di prendere il 2 per mille come partito, ma è stata eletta con il M5s).
Il partito a espresso alcuni ministri (pochi), ha raggiunto al massimo il 3,78% alle Europee del 1989, il 3,04 al Senato nel 1992, il 2,79% alla Camera nello stesso anno.

Dopo il 2009 il partito ha perso diversi pezzi, andati in sostanza con Sel, con il Pd e con il M5s.
Esiste anche un gruppo-associazione-lobby, i Green Italia, di cui fa parte la co-presidente dei Verdi Europei, Monica Frassoni (che insieme a due ex senatori Pd, ex esponenti di Legambiente, lo guida di fatto), e che in Parlamento ha il riferimento principale nell’ex Pd Pippo Civati, fondatore di Possibile.
A livello nazionale oggi i Verdi valgono l’1% o anche meno, secondo i sondaggi. Tutti i suoi portavoce, praticamente, sono usciti dai Verdi una volta terminato il mandato (in alcuni casi per passare ad altro partito).
Dopo aver rotto con la cosiddetta sinistra radicale, anche a causa dell’insuccesso elettorale, nel 2013 i Verdi hanno fatto cartello con la formazione dell’ex giudice Antonio Ingroia (Rivoluzione Civile).
Attualmente fanno sostanzialmente il tifo per un ritorno all’Ulivo e sembrano interessati alle evoluzioni del Campo Progressista di Giuliano Pisapia, ma insieme mantengono i contatti con il sindaco di Napoli Luigi De Magistris, che sembra avere aspirazioni a livello nazionale.

In Italia, paese che ha avuto il più grande partito comunista dell’Europa occidentale, esiste oggi il più grande partito populista o anti-sistema, cioè il M5s (che originariamente raccoglieva istanze soprattutto ambientaliste: le cinque stelle simbolizzano acqua, ambiente, trasporti, sviluppo ed energia).

Detto tutto questo, lo spazio di manovra dei Verdi, in questo contesto, è certamente pochino (anche se in Francia, per esempio, i Verdi hanno lungamente vivacchiato prima di fare il botto elettorale). Ma c’è. Con un certo numero di condizioni.

1. I Verdi non possono essere solo il partito dell’ambiente. Perché l’ambiente è da anni una materia traversale (anche se poi è più parlare di green che altro…), perché i Verdi non sono un’associazione ambientalista. E poi, si può essere sostenitori del Wwf e avercela coi rom, mentre non si può essere ecologisti e razzisti.
I Verdi devono parlare di qualità della vita, diritti, lavoro (che non sono i soliti lavori green) e anche di non lavoro (reddito di cittadinanza, per esempio).

2. I Verdi non possono essere la ruota di scorta ambientalista della “sinistra” (generalizzo: non esiste una sinistra, esistono diverse sinistre, anche in conflitto tra loro), una roba tipo sinistra + ambiente.
Perché quello ecologista (che forse è una delle novità più interessanti, politicamente, del dopoguerra e comunque del post ’68) è un pensiero autonomo, non legato cioè alla tradizione marxista o a quella liberista-liberale, che sono entrambi pensieri “produttivisti” (con buona pace delle diffuse ironie sulla decrescita felice). I Verdi possono anche essere alleati di formazioni di sinistra, se lo ritengono necessario, ma non devono comportarsi da “fratelli minori”.

3. I Verdi devono porsi l’obiettivo di organizzare la speranza. C’è già chi prova a far fruttare la rabbia. Non basta dire che “il Pianeta va a rotoli”, ma occorre indicare delle soluzioni che mettano insieme grandi idee e pratiche quotidiane. Dettare l’agenda significa questo.

4. I Verdi hanno bisogno di tornare ad avere una leadership politica riconoscibile, mentre oggi c’è un portavoce, Giobbe Covatta, che in realtà non è un rappresentante, ma un testimonial.
Quindi occorrono coraggio, fiducia e altre persone che ci mettano le idee e la faccia. Non è questione di fare primarie sul web, né di fare ennesime costituenti, ma di aprire il dialogo e costruire una leadership collettiva.

5. Sul web (e sui social) i Verdi non devono fare primarie, appunto, ma investire energie e un po’ di soldi. Perché è lì che si sono trasferite notizie e discussioni, ma è anche lì che passano tante persone. Ma la rete non sostituisce il territorio: e quindi incontrare le persone resta sempre importante.

 

 

Operazione nostalgia per Malaussène

8 marzo 2017

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Avrete letto da qualche parte che Daniel Pennac ha scritto, dopo quasi 20 anni, un nuovo romanzo della saga di Malaussène, che esce in italiano ad aprile. S’intitola, in francese, Le Cas Malaussène: Ils m’ont menti. L’ho letto già, e mi è piaciuto, e ora aspetto il secondo tomo. Perché, come in una serie tv, il primo s’interrompe sul più bello.
Ovviamente non farò alcuno spoiler.

Operazione nostalgia? Certo che lo è. E non ci trovo nulla di strano, di scandaloso. I lettori si affezionano ai personaggi. Anche gli autori, pur se più spesso a un certo punto finiscono per odiarli, perché vorrebbero scrivere qualcosa di diverso ed essere apprezzati anche per quello.
Pennac, che oggi ha più di 70 anni, ha scritto davvero un sacco di romanzi, racconti e saggi, opere teatrali e fumetti, ma sarà ricordato inevitabilmente per Malaussène (di cui ha pubblicato sei libri in 14 anni, tra il 1985 e il 1999; e ora cìè questo nuovo ciclo). Credo non gli dispiaccia, anche perché, almeno per me, sono bei romanzi, a cui sono affezionato.
Sì, mi è piaciuto anche Journal d’un corps, uscito nel 2012 (Storia di un corpo). O Come un romanzo. O signori bambini. O Cabot-Caboche (Abbaiare Stanca), il primo che abbia letto quando stavo imparando il francese.
Ma Malaussène è Malaussène (e per me ha anche un significato personale, perché è associato alla storia d’amore e di vita con la  mia compagna).

Anche Le Cas Malaussène parla di letteratura, ovviamente, sarebbe difficile il contrario. Dell’incrocio e dell’intreccio tra letteratura e reale (qualunque cosa sia la realtà), raccontando una storia che è anche un thriller surreale. Come Pennac ha già fatto.
In un’epoca in cui c’è anche Internet (che ha un peso nel romanzo: in fondo a fine anni 90 la Rete era una recente scoperta), mi è sembrato di leggere tra le righe un riferimento a un episodio di Black Mirror. Ma forse guardo molto più la Rete (e Netflix) io di Pennac.

Se non vi ricordate molto dei precedenti libri, non vi preoccupate. C’è una lunga nota con i riferimenti di tutti i (numerosi) personaggi principali, che sono tutti lì, in quel bell’universo letterario che è Malaussène.