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I Guardiani politicamente corretti della Galassia

29 maggio 2017

 

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La parola buonista è stata inventata da stronzi e viene usata con gioia liberatoria da peersone che spesso considerano le semplificazioni sciocche l’unico metro di giudizio, dato che non hanno tempo né voglia di fermarsi a riflettere.

Il concetto di politicamente corretto è invece ambiguo. Si può utilizzare in modo critico, per contestare un certo formalismo bacchettone, a cui magari poi non corrisponde una effettiva sensibilità (difendo la multiculturalità in orario di lavoro e nelle occasioni di prammatica poi però col cavolo che mi confondo con voi, banda di sfigati); oppure si può impiegare per definire um modo più favorevole e positivo di guardare alle differenze, che tiene in conto il rispetto per gli altri e anche il coinvolgimento con gli altri.
Lo userò in questo modo qui, per parlare dei Guardiani della Galassia 2.

Non è un mistero che io sia appassionato (da quando ero ragazzino) di produzioni Marvel. E il fatto di avere tre figli di età compresa tra i 6 e i 13 anni mi aiuta a mantenere viva la passione (vado al cinema con la scusa di portarci loro, in soldoni).  Dunque, il seguito delle avventure dei Guardiani mi è piaciuto, eccome.  Anche se forse meno del primo, che era piuttosto originale.

Perché mi è piaciuto? Perché è fantascienza epica allo stato puro, non è una sequenza di battaglie, perché è ricco di humor, ha una grande colonna sonora (pezzi noti-ma-non-così-famosi degli ani 70) e, ultimo ma non ultimo – arriviamo alla questione del politicamente corretto – veicola valori interessanti. L’amicizia, la diversità come ricchezza (anche tra diversi devi comunque condividere qualcosa, altrimenti non ti senti parte di un gruppo basato su affinità elettive, non su robe tipo il sangue, la razza, il cognome etc), la famiglia allargata, la paternità non biologica ma affettiva, l’amore e la capacità di perdonare.

Raccontato così, parrebbe un gran pippone, questo film prodotto da Disney, che negli ultimi anni sta cambiando decisamente le posizioni: prendere ad esempio Frozen. Invece no, perché  non è affatto didascalico, ha un ritmo veloce, è divertente. E, secondo me, lascia comunque qualcosa.

 

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Per amore e per politica

23 maggio 2017

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La frase di Debora Serracchiani “alla politica ho sacrificato il mio matrimonio” è oggi un po’ dappertutto, sui media. È una di quelle dichiarazioni – ma forse è solo un titolo inventato da noi giornalisti – che piacciono tanto, perché mescolano generi letterari diversi, in questo caso la politica e l’intimità, il rosa. Il politico che si confessa, che è un po’ come noi tutti, tolta la giacca, o il tailleur.

[Per inciso, la presidente del Friuli, intrevistata da Vanity Fair, è la stessa che qualche giorno fa ha avuto un’infelice uscita sullo stupro commesso da un rifugiato – che poi forse stupro non era, si è saputo poi]

Ovvio che la frase abbia generato anche numerosi commenti antipatici. In fondo non è un’epoca felice per la reputazione della maggior parte dei politici, e Serracchiani è solitamente anche un tipo diretto e aggressivo.

Io invece preferisco soffermarmi sulla questione del sacrificio. Perché, con tutta la passione e il rispetto che continuo a nutrire per la politica, non credo che un politico sacrifichi la propria vita per il bene comune (no, non credo affatto che la politica sia solo un magna magna e che generalmente i politici stiano lì per arricchirsi).

Voglio dire: fare politica è una scelta, prima di tutto. Non si fa politica se non piace fare politica. Anche se si tratta di una cosa simile alla chiamata vocazionale, anche se si può arrivare a odiare il proprio ruolo, c’è comunque un piacere personale, un interesse personale (no, lo ripeto, non nel senso di arricchimento) che resta il fondamento della propria scelta.
Poi, ovviamente, il politico deve essere anche portatore di interessi e ideali collettivi. Il politico migliore riesce a coniugare tali spinte, a rappresentare gli interessi e insieme a manifestare le proprie idee, la propria visione del mondo. C’è il piacere della relazione, il piacere della lotta, c’è il piacere del potere. Fa parte del gioco. Siamo persone.

Per principio, diffido di coloro che si dicono prestati alla politica, perché di solito parlano della politica come fosse un mondo a cui non appartengono, perché hanno un mestiere, una professione, una propria casa a cui tornare.  Nessuno però ha chiesto loro di fare politica.
E nessuno lo ha chiesto a quanti definiscono la politica un servizio (“per me la politica è un servizio alla comunità”) e si definiscono umili servitori.

Quest’idea della sacralità della politica fa esattamente da contraltare a quella che la politica faccia schifo (poi bisognerà dire anche dell’idea che hanno della politica coloro che non la conoscono, e che considerano il suo ruolo di mediazione una cosa sporca, aspettandosi dai leader politici un comportamento migliore del loro nella vita quotidiana, in cui siamo tutti abituati a fare mediazioni, perché viviamo una vita di relazioni).

Il risultato della concezione politica=schifo porta anche all’ipocrisia di non chiamare politici quelli che si comportano da e fanno i politici. Sono cittadini. O professionisti prestati alla politica, appunto.

Quindi, per tornare alla questione. Debora Serracchiani, come tutti, ha fatto delle scelte (anche non fare scelte è scegliere, come è noto). Come tanti altri, ha vissuto una storia d’amore finita male (e mi dispiace, sinceramente). Però, invece di prendere atto che è la vita, ha preferito scaricare sulla politica la questione.

Come se qualcuno l’avesse costretta a fare politica, appunto.

ps: vale la pena leggere (e nel mio caso rileggere) Felicità pubblica e felicità privata, di Albert O. Hirschman, che parla anche di questo

 

 

Fare i conti con Renzi (e con la realtà)

17 maggio 2017

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Matteo Renzi è stato riconfermato, con un bel po’ di voti, leader del Pd. Contemporaneamente, Renzi torna a crescere nei sondaggi di opinione sugli esponenti politici italiani, anche se oggi “pesa” la metà di pochi anni fa. Sembra aver perso, cioè, la spinta propulsiva tra i cittadini/elettori, anche se resta saldamente in sella tra iscritti e simpatizzanti dem.

È la realtà, e bisogna che i partiti e le aggregazioni di centrosinistra, di sinistra o comunque potenzialmente alleate del Pd facciano i conti con questo dato. Renzi può piacere o no, però è il leader di un partito che contende al Movimento Cinque Stelle il titolo di prima forza politica italiana.

Renzi sembra aver preso atto nell’ultimo periodo che il Pd non è in grado di andare da solo al governo, di raggiungere il famoso 40% delle Europee 2014 (quello per ottenere il premio con l’Italicum). Di qui, la proposta di una legge elettorale, il cosiddetto Mattarellum modificato, che premia le coalizioni e anche le desistenze, visto che per il 50% prevede collegi uninominali maggioritari e per il 50% voto di lista proporzionale.

Non so (non credo che qualcuno lo sappia con certezza) se questa proposta avrà i numeri per passare in Parlamento. Certamente passerà alla Camera, ma avrà forse qualche difficoltà al Senato, dove i numeri della maggioranza sono risicati. Non so neanche se Renzi, che ha cambiato idea varie volte e che è noto per la rapidità con cui lo fa, non modificherà ancora la proposta.

Però, a occhio, questo è forse il momento migliore per chi sostiene una prospettiva ulivista, con le elezioni in arrivo entro un anno. Quindi, credo sia il caso che gli ulivisti, appunto, comincino a dialogare con il Pd di Renzi. Cosa che non significa automaticamente candidare Renzi a premier.

Il fatto che in campo ci siano diverse forze, compresi gli scissionisti ex-Pd (l’Mdp), non è di per sé un problema. Si può uscire da un partito pensando di avere più forza sulle sue scelte, ma per farlo occorre raccogliere poi consenso e partecipare a un’alleanza.

Poi, c’è il M5s. Che non è per nulla paragonabile al Front Natonal francese, nonostante gli sforzi propagandistici del Pd per fare dei populisti un tutto indistinto in cui spunta anche Grillo.
Nel M5s ci sono spinte di destra e di sinistra (storicamente molto di più, almeno nel corpo del movimento), e anche spinte, direi oggi maggioritarie, a farne il nuovo partito della pagnotta. Una cosa è ovviamente organizzare elettoralmente la rabbia (e il revanscismo, anche), altra cosa è portarla al governo.

Nelle scorse settimane ho parlato con parlamentari del Mdp che non escludevano affatto l’idea, dopo le prossime elezioni, di sostenere un governo grillino sulla base di alcuni punti irrinunciabili.
È ovviamente una scelta legittima, come immagino il Pd considerasse legittimo, dopo il voto del 2013, fare una coalizione con Alfano e Scelta Civica rinnegando l’alleanza con Sel.
È una scelta legittima, ma bisogna vedere se sarà realmente praticabile e soprattutto se vale la pena, in prospettiva, rispetto all’alternativa di una coalizione di centrosinistra.

ps: Forse non è ovvio, ma è un discorso laico, il mio. Non ispirato a una ipotesi frontista. E certamente non riguarda il voto locale, dove il confronto, o lo scontro, talvolta si basa su altro

L’Unità è morta, Viva la gente dell’Unità

16 maggio 2017

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Non credo di aver scritto molto, recentemente, a proposito dell’Unità, il giornale per cui ho lavorato per diversi anni (fino al 1999) come collaboratore, abusivo di redazione, redattore e vice caposervizio. Non l’ho fatto per disinteresse, ma principalmente per affetto verso i colleghi.

Lo faccio ora, da ex dipendente, da collega, da amico, senza alcuna pretesa.

Da oggi i giornalisti dell’Unità cartacea (la distinzione è importante) sono in sciopero, per protestare contro l’editore principale, il costruttore Pessina, che si comporta in modo antisindacale e, diciamolo, infame, negando gli stipendi se non vengono ritirate le cause, – pur vinte – e comportandosi con sprezzo verso i dipendenti, minacciati di tagli pesanti e con un giornale senza prospettive.

Non so quanto e come questo sciopero a oltranza andrà avanti. Il rischio è che l’astensione dal lavoro scivoli nella serrata, perché il giornale sembra essere considerato dall’editore di riferimento, cioè il Pd, un costo e non una risorsa.

Al Pd, impegnato nello scontro quotidiano con il Movimento Cinque Stelle, serve stare su Internet, aggressivamente. Ma sul web non c’è unita.it. C’è invece unita.tv, un sito di proprietà di un altro editore, EYU (società dello stesso Pd) , che NON è affatto in sciopero. Anzi, la notizia dello sciopero del giornale si ritrova, con qualche difficoltà, in basso nella pagina, accanto a una notizia di sport.

Unita.tv è un sito di battaglia, non di informazione. Lì c’è il nocciolo duro delle penne (anzi, delle tastiere) anti-Grillo, anti-opposizione interna, anti-(vecchia)sinistra. E’ un’arma social utilizzata con toni simili a quelli degli avversari.

La storia del declino del giornale è ormai una questione vecchia e non mi ci soffermo. Io stesso ho usufruito, per licenziarmi, di una “finestra” di uscita incentivata (pochi soldi e presi dopo un bel po’).
Se non funzionano molti giornali di carta e web, figurarsi ora l’Unità solo cartacea, nonostante un certo numero di validi colleghi che ancora ci lavorano con passione, pur sotto la mannaia.

Si sarebbero potute fare tante cose negli anni, ma il passato è, appunto, passato (per me avrebbero dovuto rilevare la testata i lavoratori, per trasformarla in altro, ma sono un noto sognatore). E la responsabilità non è solo di Matteo Renzi, che ha affrontato quest’ultimo tornante a modo suo, cioè arrogante e un po’ fanfarone.  È anche dei suoi predecessori.

L’Unità è morta.
Lo dico con affetto e rispetto, badate, mentre è pieno di gente che continua a portare carità pelosa o fare dichiarazioni pubbliche solo perché si sente in obbligo, perché c’è un rito.

Bisognerebbe prendere atto che il giornale è morto, non ha ragion d’essere (nel senso che non è in grado di campare e rappresentare nessuno, così, purtroppo), e affidare la testata a un istituto culturale in grado di difenderne memoria e archivi.
Insieme, bisognerebbe aiutare i suoi gornalisti e poligrafici a ricollocarsi, ad andare in pensione, a continuare a vivere. L’Unità è morta, ma la sua gente è viva.

Lasciatemi fare un po’ di retorica europeista

9 maggio 2017

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Non mi piacciono i confini, gli inni e le bandiere nazionali, ma se dovessi definirmi sulla base di una certa affinità elettiva direi che sono, soprattutto, romano ed europeo. Perché credo che l’aria della città renda liberi e ho insieme una formazione europea, un background politico, culturale, economico soprattutto europeo.

Questo non significa che pensi a un’Europa da difendere con i muri, né che dimentichi quello che l’Europa è stata per secoli: un luogo di guerre sanguinose e di imperialismo. Ma non credo che abbia rappresentanto soltanto questo e non guardo a noi europei come i cattivi del pianeta che ora debbono mettersi a capo chino e battersi il petto.
Non basterebbe neanche un po’, peraltro.

Credo che l’Europa debba unirsi il più rapidamente e compiutamente possibile. È singolare, scriveva qualcuno, che l’Europa venga percepita in quasi tutto il resto del mondo come un corpo unico e che invece spesso noi europei ci percepiamo così divisi.

È un discorso da élite?  Nell’Europa dei low cost, della generazione Erasmus e prima ancora di quella Interrail, ma anche solo nell’Europa dei prodotti di largo consumo e dei consumatori, non credo.

Unirci per fare cosa? Per esempio, per agire insieme contro il cambiamento climatico e aiutare i paesi più poveri (alla cui povertà abbiamo spesso contribuito) ad adattarsi ad esso. Per promuovere la pace e la giustizia sociale. Sapete, quel genere di cose lì.

Senza unione politica ci sarà solo un grande mercato, con buona pace dei sovranisti di destra e sinistra (direi di destra tout court, in fondo). Perché le dimensioni transnazionali dei fenomeni (il cambiamento climatico, ma anche la finanziarizzazione dell’economia e comunque il potere di alcune aziende-monstre) non si controllano o combattono tornando agli stati-nazione.

L’euro, tanto per fare un esempio, non funziona bene non perché c’è un eccesso di unità, ma per un deficit di condivisione. La Ue è ancora troppo intergovernativa, per fare un altro esempio, e un Parlamento europeo in grado di eleggere davvero un esecutivo è una soluzione migliore. Un’Europa federale, fatta di poteri centrali più forti e di ampia autonomia locale, dovrebbe essere il nostro obiettivo minimo subito.

Quello dell’Europa unita non è un destino certo. Non ho mai creduto all’inarrestabilità del progresso (che è un concetto nato con la rivoluzione industriale), anche se storicamente c’è una certa tendenza all’ampliamento delle comunità, spesso praticato con mezzi violenti.

Mi preoccupa invece il rischio di nazionalismi e imperialismi grandi e piccoli, che sono una trappola soprattutto per i lavoratori e per le persone più deboli. L’Unione Europea è nata dopo una guerra disastrosa, è stata una conquista. Ora facciamo un’altra tappa.

PIIGS, ovvero come confondere le idee nella lotta al liberismo

8 maggio 2017

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Sabato scorso sono andato a vedere PIIGS, il documentario di Adriano Cutraro, Federico Greco (co-autore del mitico Stanley and Us su Kubrick) e Mirko Melchiorre, perché credevo fosse un’analisi (critica) della crisi economico-finanziaria e della politica di austerity nell’Unione Europea.
Mi sbagliavo. È un film di propaganda. Il che, di per sé, non sarebbe neanche un problema, se non fosse che è approssimativo e confuso e salta ad alcune conclusioni, come quella che scegliere l’euro fosse un errore, senza spiegare perché e come.

PIIGS (acronimo poco gentile che sta per “Portogallo Italia Irlando Grecia Spagna”, cioè i paesi “periferici” della Ue, indicati anche come quelli più deboli dal punto di vista finanziario) è pieno di interventi di personaggi più o meno noti, solo in parte economisti. Ci sono Yannis Varoufakis, Paul De Grauwe, Warren Mosler, Stefano Fassina, Noam Chomsky, Erri De Luca, e soprattutto Paolo Barnand, vero ispiratore del documentario per ammissione esplicita degli autori.

La pellicola è piena di spunti, anche, alcuni particolarmente curiosi e poco noti. Come la storia di come fu fissato – nel 1981, in Francia – il tetto del 3% per il rapporto debito/Pil, regola principale, almeno formalmente, dei conti Ue (non si tratta peraltro di materiale originale ma di uno spezzone di una trasmissione Rai).
In parallelo, su un registro più prossimo al pubblico, PIIGS racconta la storia di una cooperativa sociale di Monterotondo vittima diretta della politica di austerity europea, perché la regola sui vincoli di spesa (il cosiddetto patto di stabilità interna imposto agli enti locali) le impedisce di ottenere dalla Pubblica Amministrazione quanto le spetterebbe per i servizi resi, e la costringe alla crisi.

Ma nella fretta di spiegare quanto sia pericoloso il liberismo economico, ispirato da Milton Friedman – che è fondamentalmente il ‘cattivo’ del film – e di quanto la Ue sia governata da ciechi burocrati nordeuropei, gli autori non sviluppano gli spunti più interessanti. E fanno un simpatico guazzabuglio, utilizzando a sproposito qui e là dichiarazioni dei personaggi intervistati. Seguono una linea politica che credo sia definibile “sovranista di sinistra”, finendo anche per contraddirsi.

Perché? Perché nei titoli di cosa PIIGS riporta un intervento di Giuliano Amato, e la voce narrante di Claudio Santamaria dice, più o meno: se mi fossi imbattuto prima in questa dichiarazione avrei capito meglio e mi sarei risparmiato molta fatica.

Ma cosa dice Amato di tanto illuminante? Spiega come ci sarebbe (stato) bisogno di una più stretta integrazione politico-economica tra i paesi Ue per far funzionare meglio l’euro e soprattutto rispondere meglio alla crisi partita dagli Usa (e qui occorre citare un film, non un documentario, come The Big Short, che fa capire bene cosa accadde).
Insomma, più Ue, più integrazione, più controllo di Bruxelles, non meno, non coordinando le politiche, ma unificandole, agendo come una vera Unione. Cioè il contrario di quello che vogliono i sovranisti.
Ed è anche per questo motivo, perché manca il necessario grado di unione, che sono possibili speculazioni internazionali, non sulla moneta unica, com’era prima, ma sui debiti e sui titoli di Stato dei singoli paesi europei.

Eppure c’era spazio per una narrazione critica non pasticciata. Spiegando la regola del 3%, si poteva discutere di come la Commissione europea abbia reagito in modo diverso allo sforamento secondo il Paese, con quell’atteggiamento di “forte coi deboli e debole coi forti” che anche la burocrazia europea ha. Perché l’Unione (che è dominata più dai rapporti intergovernativi e meno, purtroppo, dall’azione parlamentare) è teatro di braccio di ferro tra paesi e orientamenti politici (nella definizione di economia politica la parola politica non compare mica per caso).

Raccontando la storia del paper degli economisti Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff, tanto apprezzato dai liberisti europei e secondo cui c’è correlazione tra alto rapporto debito/Pil e bassa crescita, PIIGS poteva far capire meglio in cosa consistono i grossi errori rilevati da alcuni critici (la discussione sulla questione va avanti per anni).

Quando PIIGS affronta il caso dell’inflazione, anzi, del dogma dell’inflazione, che per la Bce deve essere tenuta di poco sotto il 2%, sembra sostenere la tesi che in fondo si può stampare quasi quanta moneta si voglia, e che l’inflazione non è un dramma, visto che gli Usa, quando è servito, hanno stampato dollari senza tanti scrupoli.
Il problema però è che gli Usa sono una superpotenza mondiale, e usano il rapporto di forza a proprio piacimento (entro certi limiti, comunque). Mentre l’Europa, come noto, è un gigante economico ma un nano politico, proprio perché manca della necessaria unità (sempre quella che non piace ai sovranisti) per fare alcune scelte.
Inoltre, perché una moneta funzioni (che sia l’euro o la lira) deve godere della necessaria fiducia delle persone. Quando manca la fiducia, la moneta ne risente, e con essa anche la vita delle persone che la usano.

Dopodiché, ben vengano le critiche all’austerity e al risultato mancato dagli economisti liberisti, visto che l’inflazione, almeno in certi paesi, non è aumentata gran che nonostante le cure da cavallo.

PIIGS parla della supremazia del liberismo e della firma nel 1992 trattato di Maastricht, ma senza citare minimamente il crollo dell’Unione Sovietica nel 1989 e tutte le conseguenze del caso (per esempio, fino ad allora il debito pubblico di alcuni paesi, come l’Italia, non era affatto un problema, anche perché c’era da difendere le democrazie europee contro il socialismo reale…). E toccando brevemente la questione della Brexit, ne fa un quadretto idilliaco, spiegando che ha vinto la volontà popolare, senza però farsi venire qualche dubbio o porsi qualche interrogativo (per esempio: l’uscita del paese che ha sostenuto maggiormente l’ortodossia liberista potrebbe togliere peso alle politiche di austerity?).

Parlando dell’Italia, PIIGS sembra rinverdire il ricordo-fake di un bellissimo passato che ci è stato tolto in nome della Ue. Un bellissimo passato in cui hanno governato per decenni la Dc e suoi alleati, che alla fine, lo sapevamo, avremmo rimpianto. Con Erri De Luca a spiegarci che il problema è che ci sono pochi giovani (seriously) e che dunque voi non siete abbastanza per lottare e vincere, al contrario di noi (il 68 ha vinto e non ce ne siamo mai accorti).
Qui non siamo al sovranismo di sinistra, ma al revanchismo da si stava meglio quando si stava peggio.

Infine, l’euro. In sostanza ne parlano come colpevole Mosler e Barnard, ma senza spiegare gran che. Barnard, in sostanza, dice che bisognerebbe uscire dall’euro però stando attenti che potrebbe essere un casino, dopo, se non attui le politiche giuste. E quindi?

 

Macellerie da incubo

28 aprile 2017

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Per un quarto di secolo sono stato vegetariano – con qualche strappo, pochi, nel corso degli anni, anche perché la carne mi è sempre piaciuta.
Poi, circa tre anni fa, sono tornato a mangiarne – con qualche senso di colpa, tanto che finora non ne ho mai parlato in pubblico – ma sulla base di una scelta precisa.
Soffrivo di gastrite e con le verdure la situazione non migliorava; i miei tre figli e la mia compagna consumavano, consumano, più o meno abitualmente carne e salumi, e dunque ero sottoposto alla tentazione (sì, ne parlo come di un peccato, appunto); infine, ero giunto alla conclusione che se gli altri animali onnivori non si fanno gran scrupolo a uccidere e mangiare, anche gli esseri umani, pur percependo la sofferenza, possono farlo, naturalmente (qualsiasi cosa significhi il termine natura).

Nel corso dei mesi ho continuato a consumare carne (l’ho sempre comunque cucinata per i miei figli, a cui non ho imposto la mia scelta, anche quando ero vegetariano), ma anche alimenti tipicamente veggie, come soia, tofu, seitan. E ho anche ridotto il consumo di latte e, per quanto possibile, di formaggi (ho i valori dei trigliceridi, certi grassi nel sangue, alti). Contradditorio? Sì, forse.

Due notti fa, per la prima volta, ho avuto un incubo da macelleria, che mi ha lasciato abbastanza sconcertato. E ho deciso di tornare a essere vegetariano, o comunque di consumare sempre meno carne. Anche se non so riuscirò ad abbandonare i derivati del latte.

Non ricordo i dettagli precisi del sogno, ma mi trovavo in un locale in cui persone macellavano o amputavano animali vivi. C’era sangue ovunque. E soprattutto, alcuni animai avevano un volto umano. Io cercavo di attraversare quei corridoi senza guardarli in faccia, e provando soprattutto a passare inosservato.

Quando smisi di mangiare carne per la prima volta, nel 1988, fu il risultato di un percorso di convincimento collettivo, di una decisione condivisa, a cui partecipai con mio fratello, la mia ragazza e alcuni amici. Non feci alcuno sforzo, alcun sacrificio, anche se mangiare carne mi piaceva (mentre non mi è mai piaciuto il pesce). Un po’ come fanno i tossici che vogliono smettere di farsi, cominciai a scalare le quantità. Poi smisi, più o meno alla fine dell’estate.
Ho raccontato parte dell’esperienza di essere vegetariani in No Compromise.

Oggi ritengo che mangiare la carne sia un atto normale, cioè comprensibile. I nostri antenati Sapiens erano cacciatori-raccoglitori e lo sono rimasti anche dopo la rivoluzione agricola, quando hanno cominciato in modo sostanziale a umanizzare la Terra e le altre specie. Ciò è stato possibile perché i Sapiens sono grandi predatori di gruppo, che hanno saputo organizzare la violenza in un modo mai sperimentato prima. E che oggi hanno creato un sistema di produzione del cibo attraverso lo sfruttamento degli animali che somiglia in modo impressionante a quello dei lager.

Non credevo che sarei arrivato a scriverlo, ma quel ho scritto lo penso davvero. E con ciò, non intendo affatto offendere le vittime dei genocidi (di nessun genocidio, anche se quello nazista certamente rappresenta l’esempio più noto e più complesso, in termini di pianificazione e organizzazione) ma ricordare una cosa di cui dovremmo essere consci. E cioè, che la nostra economia alimentare è costruita sulla violenza e sulla sofferenza degli animali. Anche solo per ottenere un bicchiere di latte o un uovo.
Se non avete letto Eating Animals (Se niente importa), di Jonathan Safran Foer, ve lo consiglio. Una lettura garbatissima, non temete, ma onesta.

Per essere chiarissimi: non sto paragonando esseri umani ad animali (anche se siamo tutti animali, e non ritengo che gli umani siano superiori: sono solo predatori senza eguali). Sto affermando che i sistemi totalitari e comunque le ideologie che producono genocidi considerano i potenziali nemici essere inferiori. Alla stregua di animali, appunto, secondo il pensiero comune.

C’è contraddizione tra tutto questo e il fatto di apprezzare un filetto cotto a puntino, un panino con la salsiccia, il pollo fritto? No. Un macellaio può amare i fiori? Certo. Una donna di sani principi può spezzare il collo a una gallina? Sì.
Anche qui, non vorrei essere frainteso. Noi esseri umani siamo contradditori.
Il punto non è risolvere (tutte) le contraddizioni, personali e soprattutto collettive – cosa che non ritengo possibile oggi, né domani, magari dopodomani, chissà – ma conviverci, sapendolo. Provando a fare meglio.
Le contraddizioni della storia umana sono tantissime. E accanto all’elenco delle cose buone, ci sono quelle cattive. Spesso come due facce della stessa medaglia. Banalità, certo, che però tendiamo a dimenticare.

Quindi, so anche che il piacere che mi provoca un certo alimento è intimamente connesso alla sofferenza dell’animale che è stato ucciso (sacrificato) perché ne potessi godere.

Possiamo fare tutti a meno della carne? Non lo so. Certo, possiamo provare a mangiarne meno. Se non per non imporre sofferenze agli altri animali (in fondo gli altri animali non sembrano farsi di questi problemi), almeno perché gli allevamenti intensivi oggi sono responsabili di una percentuale molto ampia di gas a effetto serra, per esempio. Il 20% circa, secondo alcune stime.

La mia è una scelta etica (o un tentativo etico)? Sì. Però vorrei ricordare che le “scelte etiche” non sono solo atti individuali che attengono alla coscienza. Noi non mangiamo né cani né gatti, né scimmie, non perché non siano commestibili, ma perché li sentiamo vicini. Tanto che mangiare un gatto, o un cane, è un reato. Come è un reato maltrattare animali che pure potremmo mangiare.