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Nella testa di Casapound

18 ottobre 2018

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Elia Rosati è un ricercatore milanese che si occupa da alcuni anni di gruppi neofascisti e neonazisti in Italia e in Europa, e che ha pubblicato da poco uno studio interessante su Casapound. Non si tratta di un’inchiesta giornalistica sui finanziatori o sui legami oscuri dell’organizzazione di Iannone e compagni, ma di una ricerca che ne traccia la storia politica, la strategia e i riferimenti culturali e ideologici, indicando la Tartaruga frecciata come un modello piuttosto originale nel panorama della destra radicale.

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Il testo – a cui farei un’unica osservazione negativa: la scrittura è un po’ sciatta – ricostruisce l’articolata galassia di Casapound, fatta di tante sigle, sedi, iniziative, pagine web (e anche di band musicali come gli ZetaZeroAlfa) e analizza anche il gramscismo di destra che ha ispirato le sue mosse.
In quell’idea mutuata da Gramsci, cioè la conquista della società prima che della politica, rientra anche la strategia comunicativa del gruppo, che da anni cerca – in diversi casi con successo – di entrare nel circuito mediatico invitando una serie di personaggi noti, politici o del mondo della cultura e dell’informazione (l’ultimo, Ermete Realacci, ambientalista, storico presidente di Legambiente, ex parlamentare Pd) per trovare legittimazione.

Le radici di Casapound (che viene percepito ancora come movimento-partito giovanile, anche se i suoi leader hanno ormai più di 50 anni) stanno dentro l’esperienza romana del Fronte della Gioventù, l’organizzazione giovanile del Msi, da cui fuoriuscì il gruppo di Meridiano Zero, che a un certo punto incrociò gli ex di Terza Posizione.  “La stessa Casapound Italia ha, all’origine… tre elementi cardine: la visione comunitaria/metapolitica (riletta da Gabriele Adinolfi), la militanza eretica dell’ultimo Fronte della Gioventù e la socialità sottoculturale del mondo White Power”, scrive Rosati.
Ciò che ne emerse fu un’organizzazione capace di fare entrismo o collateralismo (a partire da Fiamma Tricolore, poi col centrodestra e con la Lega) e di mimetizzarsi in certe occasioni.

Interessanti anche le pagine in cui Rosati analizza le figure di riferimento dichiarate di Casapound (un lunghissimo elenco, in cui compare anche Corto Maltese, per dire) e in particolare il legame col pensiero di Giovanni Gentile, il fisolofo mussoliniano il cui pensiero era invece sgradito al neofascismo italiano.

Nonostante le batoste elettorali a livello nazionale, Casapound non ha mai abbandonato la sua strategia di presentarsi alle urne, e ha registrato alcuni successi a livello locale. E, per Rosati, ora sono pronti a ripartire.

 

 

 

 

 

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Oggi siamo tutti verdi tedeschi, vorrei che fossimo tutti verdi italiani

16 ottobre 2018

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Lo scriveva un anno e mezzo fa un’amica, dopo il successo degli ecologisti in Olanda e Austria: oggi siamo tutti verdi olandesi, ieri eravamo tutti verdi austriaci, vorrei che fossimo tutti verdi italiani.  Adesso alla lista bisogna aggiungere i verdi in Baviera e a Bruxelles (dove è stata eletta anche un’italiana: Monica Frassoni, co-presidente dei Verdi europei).
Lesto, il responsabile stampa dei verdi italiani ha lanciato una pagina web con il titolo: partecipa all’onda verde. Ma se dici Onda Verde, in Italia, viene in mente il traffico.

Ovviamente, essendo un Paese che cerca sempre di proiettare qui quello che accade altrove (noi altrove abbiamo proiettato il fascismo, oltre che la cucina), per due giorni si è parlato tantissimo di verdi su e verdi giù. Ma come stanno le cose, in Italia?

Un riassunto di qual è la situazione l’avevo già fatto nel 2017 qui. Per questo dico che il paragone con i verdi tedeschi è assolutamente improprio, a parte il colore delle bandiere.

Rispetto a un anno e mezzo fa, la situazione del Sole che ride in Italia è peggiorata, con la sconfitta elettorale del 4 marzo che ha sconquassato tutto il centrosinistra, di cui i verdi erano una frazione (e ne ho scritto qui). Con la beffa che il colore verde se lo sono preso i leghisti, nella loro maggioranza gialloverde con il M5s.
Ma serve ribadire il concetto: l’esperienza storica dei Verdi italiani è finita, almeno nella forma che ha avuto fino a qui. E non serve a nulla l’ennesimo (ho perso il conto) attuale tentativo di rilanciare – con un documento che era quello delle scorse elezioni, in cui si inneggia a Papa Francesco e si fa il pollice verso al governo – un partitino di centrosinistra che ha perso praticamente tutti i suoi dirigenti storici, migrati o a vita privata, o nel Pd o in formazioni di sinistra sciolte o prossime allo scioglimento (Leu).

Ora, invece, nelle idee di Nicola Zingaretti, possibile vincitore delle prossime primarie Pd, l’idea è quella di tornare alla coalizione (archiviata la vocazione maggioritaria di Walter Veltroni e Matteo Renzi, anche perché il sistema elettorale è un altro), con un bel lumicino verde da inserire nella nuova Alleanza.
Intanto, alle europee, è immaginabile la presenza di un cartello ecologista, composto dai verdi e altri (Possibile?) che provi a sfruttare il momento.
I cartelli, però, sono sempre pericolosi, perché la maggior parte delle volte i contraenti litigano subito.

Ma dopo le elezioni? Resta sempre lo stesso punto: costituire una forza politica ecologista autonoma, che non sia il partitino dell’ambiente, ma che abbia un proprio pensiero complessivo sul mondo (sul lavoro, etc). Insomma, un’altra cosa. “Riportiamo i Verdi in cantina / con le religioni e la Playstation 2”, per parafrase i Cani (Non finirà).

 

Il fronte anti-sovranista alle Europee è una pessima idea

10 ottobre 2018

 

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L’idea che circola da qualche tempo in Italia di mettere in piedi un “Fronte Repubblicano” con dentro Pd, centristi, liberali, socialisti, radicali, ambientalisti e varia umanità, per sbarrare la strada al fronte sovranista-populista, magari organizzando una “lista unica” alle elezioni europee di maggio, mi pare, onestamente, una pessima idea. Che forse sopravvaluta anche il peso effettivo che avranno certi partiti di estrema destra in Europa. E di sicuro sottovaluta differenze politiche importanti.

Prima di tutto, c’è una questione molto tecnica, e cioè il fatto che alle europee il sistema di voto è proporzionale. Il proporzionale normalmente premia (in Italia) le singole liste, non gli assemblaggi. Capisco che si intenda fare numero, ma il punto è che poi al Parlamento Europeo occorre togliere ai sovranisti (e ai popolari-conservatori) più seggi possibile. Quindi l’opzione migliore è sempre quella di marciare divisi per colpire uniti.

Ovviamente la questione ha due aspetti intrecciati, uno italiano e uno europeo. Da un lato c’è un tentativo di rivalsa alle urne rispetto al governo gialloverde (di come e perché si è arrivati al governo Conte non parlo qui, ma non è un aspetto indifferente), dall’altro quello di arginare l’ondata sovranista nella Ue, in una fase in cui oltrettutto i popolari europei appaiono spaccati dalla vicenda dell’Ungheria di Viktor Orban (il cui partito estremista Fidesz è membro del Ppe).

Quando Marine Le Pen e Matteo Salvini giorni fa dicevano che bisogna impedire che il solito asse socialisti-popolari dominasse anche la prossima legislatura dell’Europarlamento, non si trattava di un giudizio assurdo. I problemi oggi dipendono anche da quella alleanza per spartirsi i posti di potere a Bruxelles, oltre che dall’ideologia liberista che ha ispirato per anni molte scelte europee.

Per Salvini la soluzione sarebbe quella di allearsi con i popolari, spostando il baricentro dell’Europarlamento a destra. Il leader leghista si basa sulla sua esperienza italiana, sul rapporto con Forza Italia e il centrodestra. Non a caso, Silvio Berlusconi è stato colui che ha sdoganato gli ex fascisti (e gli ex separatisti) portandoli al governo. Poi c’è il caso già citato di Orban e quello di altri partiti popolari dell’Europa orientale, che sono schierati nettamente a destra. C’è il Partito popolare spagnolo, che è nato anche sulle ceneri del franchismo. Ci sono i conservatori britannici che ormai agiscono come l’Ukip di Nigel Farage.

[In tutto questo, va ricordato che un pezzo del Pd, mesi fa, ha sperato di poter fare una maggioranza con il centrodestra e con la Lega pur di evitare che il M5s andasse al governo]

Ma ci sono anche dei punti a sfavore, nel ragionamento di Salvini. L’ex Front National della dinastia Le Pen è sempre stata avversario della destra francese, che l’ha ricambiato cercando di spaccare i lepennisti o di assumerne i contenuti (e comunque Le Pen è in una fase apparentemente calante oggi). I popolari tedeschi di Merkel non sono poi teneri con l’Afd o i vari estremisti di destra.

Questo non significa ovviamente che a certe condizioni, anche a fronte di un crollo dei socialisti, i conservatori europei, o una parte di essi, non finiscano ad accordarsi coi sovranisti, o che nascano maggioranze istituzionali inedite.

(Poi, per tornare all’Italia, bisogna vedere come andrà il M5s, che non ha intenzione di sedere in un gruppo con l’estrema destra, ma che deciderà alla fine come comportarsi e soprattutto se schierarsi con questa o quella alleanza per votare il prossimo presidente dell’Europarlamento. In ogni caso, sarebbe sbagliato regalare subito i grillini alla destra estrema).

Torniamo al “fronte anti-sovranista”. Esso dovrebbe rappresentare un baluardo a quelli che vogliono “smontare” la Ue, d’accordo. Però questo non ci dice nulla di come questo fronte intenda cambiarla, la Ue. Perché se l’idea è che l’Unione vada bene così come è stata fino ad oggi, se non si trovano soluzioni diverse a quella con cui è stata affrontata la crisi finanziaria, o con cui si affrontano gli scompensi territoriali all’interno della Ue, allora forse non si è capito proprio perché i sovranisti hanno il vento in poppa. E si finirà per avere meno, e non più, Europa (anche quella è una soluzione, ma che porterà a pesare meno nel mondo).

Certamente nel 2014 il Pd di Matteo Renzi non ha preso il 40% perché gli elettori hanno premiato il suo ruolo in Europa. Si è trattato di un voto di speranza dopo i primi mesi di governo in Italia. Oggi, quattro anni dopo, di quel 40% (che aveva fatto diventare il Pd il primo partito dei socialisti & democratici nella Ue) resta forse la metà, se va bene. Nel frattempo nel Pd c’è chi vorrebbe schierarsi col liberaldemocratico Emmanuel Macron (un presidente che si pretende anti-populista, come al solito molto attento agli interessi nazionali – starei per dire imperiali – francesi, oggi in calo stratosferico di popolarità) e chi guarda alla socialdemocrazia.

Non so se l’idea elettorale del Pd per le Europee sia quella che nel marzo 2018 gli elettori non avevano capito la bontà delle sue proposte e che sia meglio comunque tenersi la Ue com’è piuttosto che votare per i sovranisti. Se è così, auguri.
Ma non capisco bene perché altre forze politiche dovrebbero andare a suicidarsi su quella piattaforma.  Il Pd farà il suo congresso poco prima delle Europee, e sarà probabilmente in corto circuito (è successo ogni volta) per un bel po’ di mesi. Il che è un problema serio, perché il partito resta necessariamente un interlocutore per chi non vuole un ulteriore scivolamento a destra.

Le altre forze politiche, gli altri gruppi, pur con le loro limitate dimensioni e coi loro problemi, dovrebbero sforzarsi allora, di pensare in proprio alla loro proposta politica per l’Europa. Che non dovrebbe essere quello di fare di Bruxelles il capro espiatorio dei problemi italiani (come ha cercato di fare anche Renzi in certi momenti), ma invece quello di cercare di far progredire il progetto europeo, sempre che non sia troppo tardi.  Sapendo anche che la soluzione non passa stavolta per un’ennesima alleanza con tutti i popolari-conservatori.

 

Jack Ryan non delude

3 ottobre 2018

 

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Sto guardando, uno o due episodi alla volta (non sono uno da binge watching, non mi regge la pompa e la mattina mi sveglio presto), Tom Clancy’s Jack Rian, su Amazon Prime, e devo dire che non mi dispiace affatto.
Non c’entra nulla con i film con Harrison Ford, per citare solo il volto cinematografico più famoso dell’analista Cia creato da Clancy. Qui c’è azione, sì, ma non quanto in un film di un’ora e mezzo, e non ci sono plot stellari, da Caccia a Ottobre Rosso in poi. Non è neanche Homeland, anche se tocca il tema del terrorismo islamico (la prima stagione parla della caccia a un capo qaeidista tra Siria ed Europa). È forse più europeo  e sociologico  (Oddio, che ho detto) come taglio, quello di questa serie. Più concentrato sui personaggi, buoni e cattivi, sulle loro relazioni. Ovviamente (è pur sempre una produzione americana) i personaggi francesi sono un po’ stronzi e la Francia risulta un paese molto più razzista che gli Usa (di qui la radicalizzazione di alcuni immigrati e figli di immigrati, per farla breve).

John Krasinski, l’attore (e regista, e purtroppo non ho ancora visto il suo recente A Quiet Place)  che interpreta Ryan gioca molto sul profilo basso, conscio forse di avere a che fare con un ruolo intepretato da Harrison Ford, appunto. Ma è meglio così.

Avete rotto il cazzo, con gli anni 80

7 agosto 2018

 

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Non ho difficoltà ad ammetterlo: mi è piaciuto molto Stranger Things, mi piacciono Glow, The Americans e una quantità di serie ambientate nei mitici anni 80. Però, comincio ad averne abbastanza, anche molto, dell’uso di quel decennio come una sorta di dado da brodo Knorr dell’intrattenimento, per insaporire tutto.

Capisco che molti sceneggiatori di successo fossero ragazzini negli anni 80, e che dunque vogliano celebrare quel decennio di cui hanno conoscenza diretta. E non ho mai condiviso l’avversione di alcuni (come i sacerdoti musicali di Repubblica, Assante & Castaldo) per la musica del periodo. Ma la sbornia per gli 80, cominciata praticamente un minuto dopo la fine del decennio, sta durando decisamente troppo.

No, la mia non è avversione politica per un decennio improntato, secondo la versione ufficiale, al liberismo. Insomma, non ho nostalgia degli anni 70 né dei 60, i favolosi anni 60 con cui ci hanno rotto il cazzo per diverso tempo. In genere, non ho nostalgia.

In un passato così vicino (sono solo 30 anni…) certamente molti possono ritrovare la propria giovinezza. E poi ci sono stati i revival degli anni 50 (nei 70…), degli anni 40 (è durato poco, ma negli 80 c’era anche quello, per esempio nella moda, ma anche nella musica). E c’è spesso una tendenza al riciclaggio o alla reinterpretazione del passato, per produrre qualcosa di nuovo.

Negli anni 80 c’era un (presunto) ordine del mondo facilmente comprensibile – da una parte gli Stati Uniti e l’Occidente, dall’altra l’Urss e i suoi alleati, non il casino attuale…  – che magari ispirava sicurezza a tante persone. Lo capisco.

A me rompe, da anni, prima di tutto la noiosa certezza musicale di tante feste, di amici o meno, contraddistinte dalla sfilza di prevedibili successi anni 80. Ci sono pezzi che ho amato e che oggi mi fanno vomitare, dopo averli sentiti così tante volte, accompagnati da gridolini d’entusiasmo, come fosse un regalo e non una condanna. Un po’ come rivedere sempre  “Una poltrona per due” a Natale:  bello, ma dopo un po’ diventa patologico.

Ecco, questa è l’essenza della nostalgia, quel misto di rimpianto e di felicità nel ritrovare il passato. Esattamente quel che non sopporto. Non sopporto la riproposizione degli anni 80 perché è come una droga (culturale) per cercare di assicurarsi serenità, per sedarsi.

Vivere in una specie di eterno presente (politicamente, oggi questo mi sembra accada) in cui l’unico passato da ricordare, l’unico punto di riferimento, sono i mitici anni 80, in cui eravamo tanto felici. Altro che horror.

 

L’altro canaro

2 agosto 2018

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C’è stato un momento, leggendo “Il Canaro / Magliana 1988: Storie di una vendetta“, in cui mi sono domandato se davvero Luca Moretti non avesse messo su carta le memorie di Pietro De Negri. Perché il racconto che fa di quella storia che un po’ tutti conoscono, almeno per sentito dire, sembra davvero il lucido memoriale del protagonista.

Invece no. Luca ha dato voce al Canaro dopo aver letto le carte del processo, gli articoli, interviste a chi c’era, e ovviamente, la confessione di De Negri. Un classico della cronaca nera e romana, quel verbale pubblicato dal Messaggero nel 1988 (ricordo di averlo letto anch’io, all’epoca).

Non è un libro compiaciuto, quello che ha scritto Luca. Eppure il rischio, visto l’argomento, c’era eccome. La storia ha trovato posto nell’immaginario locale e nazionale per la sua morbosità, con quella lunga cronaca minuto per minuto della tortura da “macelleria messicana”, nonché per il rovesciamento delle parti, perché il torturatore è in fondo la vittima del torturato (se si aderisce al punto di vista di De Negri e a quello che raccontano le cronache dell’epoca).
Un protagonista, De Negri, che peraltro, dopo il verbale, ha deciso di non raccontarsi, ha scelto il silenzio come condizione per riprendere a vivere e soprattutto per consentire di vivere alla sua famiglia, credo.

Insomma, un libro sobrio, e ragionevolmente breve. Che racconta tutta la storia e anche quel pezzo di Roma che si chiama Magliana (Nuova), nota da tempo per la famigerata banda ma non per le sue caratteristiche. E Luca, che viene da Ostia, riesce meglio di un trattato sociologico a spiegare che cos’é (forse è meglio dire cos’era?), quel quartiere.

Dischi 2018

11 maggio 2018

 

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Essendo ormai prossime le idi di maggio, diciamo che avrei un bel po’ di materia per una nuova compilation dei pezzi migliori che ho ascoltato fin qui quest’anno. E dunque, qui trovate intanto qualche giudizio sommario e qualche consiglio.

Non potevo non cominciare da Cosmo, una fissa recente (per la quale devo ringraziare mr. Gianni Music, cioè l’organizzatore del Die Half Festival). Trovo il suo album Cosmotronic tutto bello, perciò non mi limito a segnalare solo una delle canzoni che ha fatto al Concerto del Primo Maggio, Animali, il cui testo andrebbe usato come argomento dialettico con sentinelle in piedi, sostenitori, ma includo anche Sei la mia città, che è la mia preferita.

Non conoscevo Cosmo, che viene da Ivrea, è piuttosto giovane (1982) e ha già una band alle spalle (Drink To Me). Fa pop elettronico in italiano e in questo momento mi pare una delle novità italiane più interessanti. Ma sto ancora cercando di capire molti dei suoi testi, confesso…

 

Altra cosa che ascolto spesso in questi giorni, l’album Knock Kcnock di Dj Koze, un disc jockey e produttore tedesco che ha anche una sua etichetta, Pampa. Il suono di questo disco è difficilmente etichettabile, perché è pieno di influenze. Dentro c’è ovviamente la dance, musica elettronica, ma ci sono anche blues e soul, e molte voci diverse a cantare. Questo sotto è un piccolo trailer dell’album. La mia canzone preferita è Planet Hase.

 

I Sonido Gallo Negro sono una band mexicana che conoscevo già: mischia cumbia (ritmo di origine colombiana ma ormai divenuto global), western, ritmi anni Sessanta. Quella sotto è la title track dell’album, Mambo Cosmico. Nel disco c’è anche una bella versione del classico Quien Serà.

 

Posso dire che a me le En Vogue piacciono, da anni, o qualcuno si turba? Cantano insieme dal 1989, hanno sempre fatto RnB. Il mio pezzo preferito è questo del video, Blue Skies.  L’album si chiama Electric Café, e ci sono anche alcuni pezzi che suonano molto Motown, come Have a Sat (con Snoop Dogg). Cioè, gira gira, ti ritrovi agli anni Sessanta, altro che Ottanta (e per fortuna).

 

Ditemi voi se questo pezzo, Everyone Acts Crazy Nowadays, della Unknow Mortal Orchestra, non suona come una canzone di Prince. Per me, sì, parecchio, almeno all’inizio. Anche se la UMO com Prince non c’entra nulla: è una band neozelandese, presuntamente psichedelica (almeno fino al penultimo album, suppongo). L’altra canzone che mi piace particolarmente dell’album Sex & Food è This Doomsday.

 

Ho scoperto gli Young Fathers (che il 16 luglio suonano a Umbria Jazz) grazie a Trainspotting 2, nella cui colonna sonora il gruppo scozzese conta diversi pezzi. Definirlo rap, il loro, mi pare riduttivo. Direi, anche qui, che è un mix di culture musicali.

 

 

Quant’è fica Now You Got Me Hooked degli Against All Logic! Sì, ok, la classificherete come dance, quello che vi pare (io direi funk elettronico, ma vabbe’), ma è fica. E l’album (2012-2017, ma non è un’antologia) è in gran parte su questa linea. ALL è in buona sostanza lo pseudo di Nicolas Jaar, un giovane artista statunitense di origine cilena.

 

Seun Kuti è com’è noto, il figlio di Fela Kuti. Lo ascolto saltuariamente da anni, non mi dispiace, sento moltissimo l’influenza del padre (che non è necessariamente un limite). Questa Black Times è proprio un distillato di Afrobeat, come dice Pitchfork (una delle riviste online di musica che leggo per sapere delle nuove uscite). Da quel che capisco è un disco fortemente politico, non legato solo all’orizzonte della Nigeria. Nella canzone c’è anche la chitarra di Carlos Santana, ma devo ammettere che sarebbe interessante anche senza. L’album si chiama Last Revolutionary.

 

Del primo disco delle Hinds ho già scritto l’anno scorso o giù di lì. Sono quattro ragazze spagnole che cantano in inglese e fanno garage rock. Questa Club è una delle migliori tracce dell’album nuovo.

 

Conoscevo i Calexico vagamente, e qualche settimana fa li ho visto in concerto a Roma. In realtà, ero andato per il loro gruppo spalla, Mexican Institute of Sound, ma mi sono divertito anche con loro. Sono una band dell’arizona, che suonano da 20 anni e passa rock e tex-mex. Under The Wheels è un buon esempio del loro stile.