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Pensare globalmente, agire globalmente

8 marzo 2019

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Dopo decenni di slogan come “pensare globalmente, agire localmente”, “piccolo è bello” e ora la retorica di “prima la nazione”; dopo che per tanto tempo ci hanno detto che bisogna orientare soprattutto le abitudini dei consumatori e che i mercati sanno correggersi, dovremmo accorgerci che i cambiamenti climatici si possono affrontare solo se decidiamo e agiamo globalmente

Non è un caso che il 15 marzo si tenga un global strike, uno sciopero mondiale, per il clima. Perché la questione del cambiamento climatico è globale per definizione, e senza un accordo e un’azione internazionale, trovare soluzioni – ammesso che ce ne siano ancora – sarà impossibile.
La questione riguarda la qualità del futuro degli esseri umani, prima di tutto. Perché il cambiamento climatico a cui assistiamo è dovuto alle azioni umane. Su questo, i climatologi concordano. Non si tratta quindi di salvare il pianeta, o la natura, perché la Terra, che ha vissuto già almeno cinque estinzioni di massa, potrebbe fare benissimo a meno degli umani. Si tratta quindi di salvare noi stessi.

È chiaro, però, che quando parliamo di futuro, parliamo di un tempo lontano, anche se fossero soltanto i 12 anni ipotizzati dall’IPCC nell’ottobre scorso per evitare un aumento della temperatura globale che superi la soglia massima di sicurezza.
Tempi così sono fuori dalla portata dei politici, impegnati a rincorrere gli elettori nel giorno per giorno, e anche, molto spesso, dai pensieri di ognuno di noi, anche di chi ha figli, e dunque dovrebbe maggiormente preoccuparsi di cosa riserva loro il futuro.
Insieme a questo, va considerato che certi paesi potrebbero considerare vantaggiosi alcuni cambiamenti climatici. Lo scioglimento dei ghiacci artici potrebbe facilitare le rotte nevali e lo sfruttamento dei poli, per esempio. Le temperature più alte potrebbero aiutare a ridurre la dipendenza dall’importazione di energia.
Inoltre, da centinaia di anni, la nozione di progresso (nata prima della rivoluzione industriale) ci porta a ritenere di solito che con il tempo necessario siamo in grado di trovare soluzioni tecniche a tutti i problemi. Dunque, perché non anche al cambiamento climatico? Si tratta, come è evidente, di un atto di fede più che di un atteggiamento razionale.
Un altro aspetto negativo potrebbe però essere provocato paradossalmente dallo stesso allarmismo che accompagna la diffusione delle notizie sul clima (mescolate ovviamente con pettegolezzi su vip, foto di gatti, fatti di cronaca nera, spot pubblicitari) . L’idea che la situazione sia così drammatica può spingerci a pensare che i cambiamenti siano ineluttabili, talmente fuori dalla nostra portata da rendere inutile qualsiasi iniziativa.

Il rischio principale, però, è che se certi cambiamenti climatici si dovessero manifestare in modo catastrofico – per esempio con un innalzamento improvviso del livello delle acque o altri eventi di impatto drammatico sulla vita di migliaia o milioni di persone – l’attuale liberismo climatico di molti governi, oggi più propensi a coltivare scelte personali dei consumatori più che obblighi per i produttori, si trasformerebbe rapidamente in dittatura ambientale.

La questione climatica, poi, può diventare facilmente anche questione sociale e di classe. Perché chi è più ricco e potente potrà permettersi di vivere in aree più sicure, dal punto di vista climatico, sanitario, alimentare.

Il punto non è tanto quello di trovare un colpevole, un nemico a cui attribuire la responsabilità dei cambiamenti climatici. Per alcuni scienziati il cambiamento di epoca – la nascita del cosiddetto Antropocene – risale alla rivoluzione industriale. Per altri alla stagione dell’atomica. Per altri ancora alla scomparsa di gran parte della popolazione dell’America dopo la “scoperta” da parte degli esploratori europei. Per uno, in particolare, dall’inizio degli incendi appiccati volontariamente alle praterie.
Si tratta di scelte che sono anche ideologiche, in un certo senso, perché possiamo dire, secondo la narrazione che scegliamo, che il cambiamento climatico è colpa del capitalismo o semplicemente delle condizioni della storia umana.
È importante? Magari sì, ma quel che è più importante è disegnare una nuova rotta. Per questo, oggi, serve un’alleanza internazionale per il clima che coinvolga le persone, non che solleciti semplicemente a modificare i costumi secondo il proprio sentire etico ma che faccia cose come mettere fuori legge rapidamente i combustibili fossili, ridurre gli allevamenti intensivi, puntare sui trasporti pubblici collettivi.

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