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Dischi volanti (il ritorno)

7 novembre 2018

 

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È da un po’ di mesi che non scrivevo di musica, ma ho ascoltato una serie di album nuovi (o riediti) interessanti, tra vecchi leoni (Elvis Costello) e giovanissime promesse (MHD), e volevo parlarne.

Prima di tutto, cose vecchie rieditate: Primal Scream, Bikini Kill, Stereolab, Echo and The Bunnymen.
Dei Primal Scream c’è in giro “Give Out But Don’t Give Up: The Original Memphis Recordings”, cioè le tracce originali, del 1993, di un album (“Give Out But Don’t Give Up”) che poi uscì nel 1994 in una versione diversa. In questa edizione ci sono 25 brani rispetto ai 12 dell’album storico. Ma soprattutto si tratta di un gran bel disco di rock’n’roll (e non solo, c’è anche un pezzo intotolato “Funky Jam”, per dire) con una notevole sezione fiati. Insomma, non esattamente una riedizione.

Poi, gli Stereolab, gruppo che ho scoperto abbastanza tardi (ai tempi della colonna sonora del film “High Fidelity”, in cui compariva Lo Boob Oscillator ). Ora è riuscita una serie di tre raccolte degli anni 90, che va sotto il titolo Switched On, di cui sto ascoltando il secondo volume, “Refried Ectoplasm”, che contiene probabilmente la produzione più sperimentale del gruppo. Interessante.

Le Bikini Kill erano un gruppo punk femminista degli anni 90, all’epoca delle riot grrl. Le conoscevo solo di nome, ma non avevo mai ascoltato un loro disco. Questa è una collezione di singoli, interessante anche per farsi un’idea di un genere musicale (il punk) che non è mai scomparso ma che vive invece in mille rivoli (punx not dead).

Infine, Echo and The Bunnymen, o della nostalgia degli anni 80. L’album “The Stars, The Ocean & The Moon” ripropone vecchi brani della band in versioni completamente nuove e diverse (come The Killing Moon al piano). Io l’associo al liceo e a MTV, inevitabilmente. Mi ha fatto un po’ lo stesso effetto di ascoltare “Mad World” dei Tears For Fears rifatta da Gay Jules e Michael Andrews.

Poi ci sono le novità novità. A partire da “19” di MHD, un giovane francese di origine africana al suo secondo album. Il suo stile è stato definito afro-trap, e forse la definizione è corretta. Lo dico per i miei coetanei che schifano il trap per principio, ma gradiscono per esempio Stromae (che è più elettronico). Un’ora di musica e racconti metropolitani, introdotta da un pezzo in cui figura Salif Keita, cioè una delle figure più importanti di quella che si chiama (chissà perché) world music. Il titolo “19” è un riferimento al diciannovesimo arondissement di Parigi (quello della Villette), cioè la zona più multiculturale (nera e araba, e povera, anche) della capitale francese. Il disco è bello, con un sacco di canzoni che possono diventare hit o inni, i testi (in francese) non sono sempre facili da capire.

Elvis Costello ha fatto un bel disco con gli Imposters, “Look Now”. Dopo tutto quello che ha suonato e registrato, devo dire che talvolta, sentendo l’album per la prima volta, ho avuto l’impressione di conoscere già alcune tracce. Ma credo dipenda dal fatto che è un disco MOLTO costelliano. Tra le canzoni che preferisco, “Under Lime”, “Burnt Sugar Is So Bitter”, Unwanted Number”, “Suspect My Tears”. Ma ne sto scoprendo altre.

“Immortelle”, delle Say Lou Lou, due ragazzette australiano-svedesi, mi ha fatto pensare un bel po’ al trip hop anni 90 e anche ai Goldfrapp. Non è un caso, credo, perché poi mi è capiutato di leggere una recensione del NME che dice cose simili.

L’ho ascoltato solo una volta finora, ma “Saturn” di Nao sembra un bel disco soul. Non male anche Petite Noir, un musicista belga-sudafricano che definisce il suo genere “Noirwave” e che ha pubblicato un album con sei tracce intitolato “La Maison Noir /The Black Album”. Ed è caruccio l’ultimo degli Jungle, “For Ever”, con “Heavy, California” e “Beat 54” che sembrano molto radiofoniche.
Per finire un po’ di jazz, in rapida rassegna. Devo ascoltarlo, meglio ma mi piace “L’Odysée” di Fred Pallem & Le Sacre du Tympan, un ensemble francese che non conoscevo, e che qui produce una quantità di tracce che sembrano colonne sonore di film immaginari. Interessanti anche “Universal Beings” di Makaya McCraven (soprattutto) e “Origami Harvest” di Ambrose Akinmusire, che hanno in comune il mix di jazz e hip hop.

 

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