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DJORGIO 2018 – Continuità nel cambiamento

19 febbraio 2018

DJORGIO copertina

Qui dentro trovate oltre 40 brani di diversi generi musicali, dall’alternative al jazz passando per la dance, la techno e il pop. Unica assente, la musica italiana (che ascolto poco, e che comunque potete sempre sentire alla radio: ormai le radio italiane sono piuttosto uniformi, in quanto a programmazione). Non c’è un ordine prestabilito. Solo comune denominatore tra tutti i brani, il fatto che mi siano piaciuti molto nel corso del 2017. Sono notoriamente onnivoro, musicalmente parlando, e quello che ne esce è un “grand mix”. Magari un po’ snob, perché alcune cose si sentono meno in giro.
Alcuni di questi pezzi li ritroverete poi nelle nostre feste. Buon ascolto.
Ah, consiglio comunque di sentire tutto, almeno una volta. Ma fate voi.

ps: le playlist si trovano anche su Spotify e Apple Music come DJORGIO2018

 

 

 

The Jesus and Mary Chain, Always Sad – I JAMC non fanno più pezzi rumorosi surf-punk come quelli degli anni 80, ma mi piacciono ancora. Dopo quasi anni di pausa sono tornati con un disco onesto, con tracce come questa, che ti restano in capoccia. Si tratta di una storia d’amore triste, adolescenziale (le mie preferite): due che si amano alla follia, che si trovano diversi, ma che poi lasciano. E dicono che saranno sempre tristi, “perché tu eri il meglio che ho mai avuto”.

 

Courtney Barnett & Kurt Vile, Continental Breakfast – Courtney Barnett è una giovane musicista australiana, Kurt Vile un cantautore statunitense. Non conoscevo nessuno dei due (anche se Vile suonava con i War On Drugs, di cui ho ascoltato pochissimi pezzi), ma questo genere di indie rock virtuoso e tranquillo mi piace (tutto l’album è così). Non ho ancora ben capito il significato della canzone, ma mi piacciono le strofe iniziali: You won’t believe what I coulda told ya / But I don’t believe I’ve the balls to let you know / I can say that ‘cause I’m a man / But I feel like a little boy… today – Non crederesti cosa potrei dirti / Ma non credo di avere le palle per fartelo sapere / Posso dirlo perché sono un uomo / ma mi sento come un ragazzino… oggi.

 


Sheer Mag, Just Can’t Get Enough – Gli Sheer Mag sono una band di Philadelphia, in circolazione da pochi anni, che potrebbe piacere anche ai miei amici più anziani e tradizionalisti, visto che suonano, spesso, come una band anni 70 di hard rock. Ma hanno una voce femminile, quella di Tina Halladay. Una voce distorta, la sua, come se cantasse al citofono (e questo ha disturbato i miei figli, quando gli ho fatto sentire in auto alcune canzoni). I testi uniscono discorsi di contestazione e storie d’amore (e infatti l’album si chiama Need To Feel Your Love).

 

Mount Kimble, You Look Certain (I’m Not Sure) – Quando non si sa come classificare un gruppo, lo si piazza in genere sotto l’etichetta alternative, o, come in questo caso, elettronica. Ecco, non so cosa suonino i Mount Kimble, un duo britannico che non conoscevo prima di questo disco, che usa molti suoni, campionamenti e cantanti diversi, ma mi piace.

 

Nabihah Iqbal, Something More – Nabihah Iqbal è una musicista e produttrice britannica più nota fin qui col nickname Throwing Shade (pseudonimo che significa più o meno “lanciare frecciatine”). Ha pubblicato con il suo vero nome un album che si intitola Weighing of Love, che ha rimandi alla new wave elettronica che ascolto da 30 anni e più, come i New Order. Questa canzone gira intorno a una domanda più o meno eterna: c’è qualcosa di più della nostra esistenza quotidiana?

 

The National, The System Only Dreams in Total Darkness – Confesso di non essermi mai filato fin qui The National, band che esiste da quasi 20 anni. Però quest’album (Sleep Well Beast), il settimo della loro storia, è bello e non può essere ignorato. The System Only Dreams in Total Darkness è il primo singolo uscito, secondo il gruppo è “un ritratto degli strani tempi in cui viviamo” ed è ispirata alla vittoria di Donald Trump.

 

Kamasi Washington, Knowledge – Ho scoperto Washington una sera, bloccato in macchina nel traffico (per fortuna mi succede raramente), mentre alla radio davano un suo concerto. Poi ho ascoltato i suoi relativamente pochi lavori (perché in realtà è anagraficamente giovane, anche se ha una cultura musicale piuttosto vasta) e finalmente l’ho visto suonare dal vivo a Roma, nell’estate 2017, con grande soddisfazione. Un gigante, anche fisicamente, del jazz contemporaneo, che però spazia negli stili. Credo che sentiremo parlare di lui un bel po’.

 

Ahmad Jamal, Marseille – l’americano Ahmad Jamal è una colonna del jazz contemporaneo. A 87 anni ha dato alle stampe un disco dedicato alla città che in molti amano (noi tra loro), contraltare di Parigi (ma noi amiamo anche Parigi, sia chiaro). La title track è presente in tre versioni: questa è quella cantata, anzi, parlata, dal rapper e poeta franco-congolese Abd al Malik. Il testo, che ha una struttura piuttosto classica, è di Jamal.

 

Daymé Arocena, Eleggua – Lei è una giovane cantante cubana, considerata un prodigio musicale da quando era bambina, che compone, canta, suona e dirige orchestre. E questo è solo un estratto da un bel disco che si chiama Cubafonia.

 

Amadou & Mariam, Ta Promesse – La coppia maliana più conosciuta del mondo musicale non registrava dischi da alcuni anni. A me era piaciuto molto l’album Dimanche à Bamako. Questo disco forse non è alla stessa altezza, ma mi piace. La canzone racconta la storia (vera) di un’assenza: quella di un marito che non si presenta al matrimonio.

 

M, Bal De Bamako – Sono da anni un fan di M, ovvero Matthieu Chedid (l’ho anche visto diversi anni fa in concerto a Parigi) e l’ho seguito in quasi tutti i suoi percorsi musicali, che ultimamente lo hanno portato in Mali, luogo-simbolo per una buona parte dei musicisti francesi, visto che in quel paese (francofono e ancora trattato come una colonia dai francesi, bisogna dire) si è combattuta una guerra con gli integralisti islamici che volevano appunto vietare la musica (Timbuktu, se lo avete visto, è la versione franco-africana degli eventi). L’album di M, Lamomali, ha appena vinto gli oscar della musica francese, Les Victoires (battendo il disco di Amadou e Mariam…)

 

Mexican Institute of Sound, Dame Un Besito – Da qualche anno i MIS sono diventati uno dei miei gruppi preferiti, nelle loro numerose manifestazioni. Il frontman Camilo Lara si inventa di continuo superband e collaborazioni con mezzo mondo, tra cui ultimamente i Calexico, e pochi anni fa hanno fatto un disco di canzoni di Morrissey rielaborate e cantate in spagnolo.. Fondono elettronica e musica messicana del 900 e in genere latina (soprattutto cumbia nell’ultimo periodo). Questo pezzo è un tipico esempio. Ma hanno scritto anche pezzi politici, sia pur ballabili,come Mexico: Quanto tiempo va pasar? Para que pueda mejorar / Todos somos victimas De un estado confiscado / Con un gobierno involucrado En las ganancias de el narco / Es una nación podrida Con la población herida.

 

Arcade Fire, Chemistry – Quest’album è stato abbastanza massacrato da Pitchfork, uno dei miei siti di riferimento per la critica musicale. Ma devo dire che non mi dispiace, questa versione pop-divertente del gruppo di Montreal.

 

Beck, I’m So Free – Non è forse il migliore album di Beck, artista che non possiamo più definire “giovane” da un po’, ma Colors mi piace e mi mette allegria. Pieno di citazioni (qualcuno s’è arrabbiato per quella dei Police, scambiandola per un plagio), contiene canzoni energetiche come questa qui.

 

Alt-J, In Cold Blood – Confesso, è il primo album degli alt-J che ascolto, e da quello che ho letto in un’intervista di qualche mese fa questa canzone è quella che somiglia di più al loro stile precedente, mentre il nuovo album rappresenta soprattutto una svolta… Mi pare un buon misto tra alternative e pop, con i fiati che danno una dimensione epica al contesto. Il titolo è ispirato a un libro di Truman Capote (A sangue freddo, cronaca romanzata di un fattaccio di cronaca nera Usa), ma del testo, frankly, ho capito poco.

 

De La Soul, Memory Of.. (US) – Ai tempi il primo album dei De La Soul, 3 Feet High and Raising, uscito nel 1987  (in cui c’erano tantissime hit, come 3 Is The Magic Number), l’ho praticamente consumato. Poi dopo un po’ li ho persi di vista. Questo album, And The Anonymous Nobody, è il primo dopo 12 anni, ed è vario, perfino old school, e bello.

 

Omar, Gave My Heart/It’s So Interlude – Mi ricordo di Omar negli anni 90, ai tempi dell’acid jazz e del neo-soul, con una canzone che s’intitolava There’s Nothing Like This. Direi che è invecchiato bene. Questa traccia senza tempo può diventare un classico soul in pochi anni.

 

Sampa The Great, Flowers – Sampa è una cantante africana (nata in Zambia, cresciuta in Botswana), vissuta negli Usa e approdata in Australia. Il suo è una specie di hip-hop globale. Mi piace in particolare la sua voce. E mi piace questa strofa: All them bad vibes gonna make you sicker / All them bad minds gonna make you slicker / All them bad times gonna make skin thicker.

 

Sampha, (No One Knows Me) Like The Piano – Non c’entra niente con Sampa, ha solo un nome d’arte simile. Sentite e risentite questa ballata (Nessuno mi conosce come il piano a casa di mia madre…), ha un ritmo ripetitivo e tranquillizzante, e rappresenta bene tutto l’album. Sampha è un 30enne che ha lavorato con SBTRKT, Solange e Drake (se non li conoscete non vi preoccupate troppo: comunque il più famoso è Drake, il più bravo SBTRKT).

 

St. Vincent, Happy Birthday, Johnny – Anche St. Vincent, al secolo Annie Clark, è per me è una scoperta. L’album (Masseducation) è pieno di ritmi diversi, Happy Birthday, Johnny è solo un episodio, forse il più personale, dedicato a un vero o presunto caro amico tossico di St. Vincent, già protagonista di altre due canzoni negli anni passati. La canzone è anche un omaggio al poeta e musicista punk Jim Carroll.

 

The Heliocentrics, A World of Masks – Qualcuno la considera una jazz band, Apple Music se la cava classificandola come alternative. in realtà loro suonano diversi stili, anche il risultato dell’album, che sembra senza tempo, è omogeneo, bello.

 

Laurent De Wilde, Monk’s Mix – De Wilde è un musicista jazz francese, piuttosto noto, che da anni è affascinato da Thelonius Monk, di cui nel 2017 si celebrava il centenario della nascita. Questo pezzo è appunto un mix di temi famosi di Monk.

 

The Lyman Woodard Organization, Creative Musicians – Questo è un altro salto nel passato: la riedizione di un disco del 1975 del musicista jazz-funk Lyman Woodard e del suo gruppo. Ma è un album talmente attuale come sound che non ho potuto resistere.

 

Ellen Allien, MMA – Ellen Allien è una dj tedesca ormai matura (50 anni), che suona techno come se non ci fosse un domani. MMA è la sigla di Arti Marziali Miste (Mixed Martial Arts), o full contact, e la cadenza marziale di questo lungo pezzo solo musicale è chiara.

 

Austra, Future Politics –  Questo è elettropop+politica. Potrebbe sembrare la musica di una Bjork meno rarefatta, potrebbe passare per dance, e in effetti è ballabile, ma è soprattutto un inno alla politica, questa canzone, basata sulla convinzione che la tecnologia ci libererà dal capitalismo, come ha spiegato la cantante del gruppo canadese, Katie Stelmanis.

 

Jlin, Enigma – Devo rassicurare i miei vecchi amici vecchi, che sono i destinatari ideali delle compilation che faccio: quando parlo di musica elettronica, NON sto parlando di quelle robe anni 70 come i Kraftwerk (che pure rispetto e ho lungamente ascoltato)… ma di musica contemporanea che comprende tantissimi stili. Enigma ne è un esempio. E questa non è una canzone, è un ritmo, piuttosto.

 

Giraffage, Slowly – Giraffage è lo pseudonimo di Charlie Yin, un produttore di musica elettronica diventato noto per i suoi remix di classici RnB. Probabilmente è roba troppo raffinata per voi, che la prenderete per disco. Ma mi piace come suona.

 

J Hus, Did You See – Questa canzone probabilmente piacerà ai vostri figli ma non a voi. J Hus è un rapper britannico ventenne, che con questo brano (cantato con uno slang per gggiovani) è arrivato piuttosto in alto nelle classifiche GB.

 

Syd, Know – Syd è la leader della band RnB The Internet, al suo primo album solo. Ha una voce bellissima che emerge anche grazie a sonorità (rigorosamente elettroniche) a volte minimaliste. Know è una storia di amore e sesso che deve restare segreta.

 

SZA, Doves In The WindSolána Imani Rowe fa parte di una bella e ampia generazione di cantanti americane di RnB. Questa canzone è dedicata a Forrest Gump, come un buon esempio di uomo con cui fare sesso, perché vuole di più che una scopata.

 

Jonwayne, Out Of Sight – Questo tipo si chiama Jonathan Wayne, ha meno di 30 anni e fa un tipo di rap musicalmente minimale. My momma always told me I was never in the here and now / My head in the past, my feet in the future, comincia la canzone, che racconta le difficoltà di crescere e il sentimento della solitudine, perché pensi di essere l’unico sfigato, che gli altri siano tutti persone di successo, mentre stiamo tutti combattendo la stessa battaglia.

 

LCD Soundsystem, Tonite – Ho dovuto ascoltare diverse volte il disco nuovo di LCD Soundsystem (cioè James Murphy), dopo una pausa di alcuni anni, per capire che mi piace, molto. Ha un suono cupo, testi cupi. Everybody’s singing the same song / It goes “tonight, tonight, tonight, tonight, tonight, tonight” / I never realized these artists thought so much about dying (Tutti cantano la stessa canzone / fa: stanotte, stanotte, stanotte, stanotte, stanotte / non avevo mai realizzato che questi artisti pensano così tanto alla morte), e continua spiegando che moriamo tutti ma che è fico comunque pensare che vivrai per sempre. Però si può anche fare a meno di seguire le parole, e ballare.

 

Soulwax, Missing Wires – da quando il duo belga ha iniziato a somigliare in maniera così forte ai Chemical Brothers? L’album s’intitola From Deewee, e ha un suono piuttosto sintetico, con una robusta presenza della batteria. Li ho ascoltati a momenti, durante gli anni, e probabilmente il loro album che conosco meglio è Any Minute Now, del 2004, che suonava nettamente più rock. L’impressione qui invece è davvero quella di sentire qualcosa di vicino ai Chemical Bros (band a cui resto affezionato) dell’ultimo decennio. Il risultato è piacevole.

 

Pixx, I Bow Down – Ci sono diverse canzoni che mi piacciono in questo album, che pure non ha avuto grande accoglienza dalla critica. La citazione nella canzone (To put a name on it/Would be to nail the age of anxiety), che mi piace nella sua ripetitività, viene da L’Età dell’Ansia, un poema di W. H. Auden del 1948.

 

Rose Elinor Dougall, Colour of Water – Probabilmente vi ritroverete come me a canticchiare questo motivo, dopo un po’. Perché melodia e ritmo vanno insieme. Bello l’inizio in crescendo di chitarra. Lei è un’altra 30enne britannica già musicalmente matura, dopo aver cominciato con una band di ragazzine pop con un’estetica anni 60, le Pipettes.

 

Los Campesinos!, 5 Flucloxacillin – Questa è una band britannica molto idealista, già dal nome ispirato.L’album parla di medicinali e malattia mentale, e questa canzone in particolare tratta di un antibiotico e dei farmaci prescritti per qualsiasi cosa, che però in realtà non funzionano. Ma si direbbe, dalla musica, una di quei pezzi di successo che diventano subito la colonna sonora di qualche pubblicità.

 

Priests, JJI thought I was a cowboy because I smoked Reds è la frase-simbolo del pezzo rockabilly dei Priests, un gruppo Usa sostanzialmente punk, che sono stati eletti loro malgrado band anti-Trump.

 

Rat Boy, Turn Round M8 – Quello di Rat Boy è un misto di garage e rap, e in effetti mi ha ricordato Jamie T (un altro britannico che somiglia ai Beastie Boys e ai Clash) o gli Streets. Questo è l’album di debutto. La canzone, che è piena di riferimenti ardui da capire se non usate Genius.com per leggere i testi (e anche così, è difficile), parla di violenza e rapine urbane.

 

Tony Allen, On Fire – Tony Oladipo Allen è stato il batterista di Fela Kuti e a quasi 80 anni è passato attraverso numerosi stili musicali, techno compresa, nelle sue collaborazioni. Qui siamo in un misto di jazz e Afrobeat, complesso. Anche se questo pezzo è forse più vicino alle sue origini jazz, appunto.

 

Orchestre Le Mangelepa, Kanemo – Loro sono una band storica africana: originari del Congo orientale, poi trapiantati in Kenya, ma influenti in tutta l’Africa dell’Est, suonano dal 1976, pur tra diversi cambi di formazione. Con l’uscita del nuovo album del 2017, Last Band Standing, hanno fatto la loro prima tournée in Europa e sono arrivati a un pubblico più vasto (come me).

 

Tootard, Laissez Passer (ma nella compilation c’è Musiqa) – I Tootard vengono dalle alture del Golan, cioè quella zona formalmente siriana occupata alcuni decenni fa da Israele. Cantano, in arabo, delle difficoltà di vivere senza passaporto ma con un eterno lascia-passare. Suonano un mix interessante di musica arabo-africano e reggae, e sono al secondo album. Un villaggio, una natura e una montagna / La nostra storia è cominciata qui / Le nostre canzoni parlano di speranza, dicono le prime strofe di Musiqa.

 

Liars, Cliché Suite – Altro gruppo fin qui a me sconosciuto, anche se in realtà più che di una band si tratta del lavoro di Angus Andrews, e della sua musica d’avanguardia che mischia stili. Cliché Suite è una specie di ballata medievale stravolta che potrebbe fare anche da colonna sonora western, e mi piace pure per questo.

 

MGMT, When You Die – Dato il titolo, questa canzone non poteva che essere alla fine della compilation. Sugli MGMT (che un tempo si chiamavano The Management) non ho un’opinione certa. Ho comprato il loro album precedente, che era altalenante. Questo è il secondo brano tratto dal nuovo disco, e parla, come si sarà capito, di morte, ma con una melodia godibilissima.

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