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L’Unità è morta, Viva la gente dell’Unità

16 maggio 2017

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Non credo di aver scritto molto, recentemente, a proposito dell’Unità, il giornale per cui ho lavorato per diversi anni (fino al 1999) come collaboratore, abusivo di redazione, redattore e vice caposervizio. Non l’ho fatto per disinteresse, ma principalmente per affetto verso i colleghi.

Lo faccio ora, da ex dipendente, da collega, da amico, senza alcuna pretesa.

Da oggi i giornalisti dell’Unità cartacea (la distinzione è importante) sono in sciopero, per protestare contro l’editore principale, il costruttore Pessina, che si comporta in modo antisindacale e, diciamolo, infame, negando gli stipendi se non vengono ritirate le cause, – pur vinte – e comportandosi con sprezzo verso i dipendenti, minacciati di tagli pesanti e con un giornale senza prospettive.

Non so quanto e come questo sciopero a oltranza andrà avanti. Il rischio è che l’astensione dal lavoro scivoli nella serrata, perché il giornale sembra essere considerato dall’editore di riferimento, cioè il Pd, un costo e non una risorsa.

Al Pd, impegnato nello scontro quotidiano con il Movimento Cinque Stelle, serve stare su Internet, aggressivamente. Ma sul web non c’è unita.it. C’è invece unita.tv, un sito di proprietà di un altro editore, EYU (società dello stesso Pd) , che NON è affatto in sciopero. Anzi, la notizia dello sciopero del giornale si ritrova, con qualche difficoltà, in basso nella pagina, accanto a una notizia di sport.

Unita.tv è un sito di battaglia, non di informazione. Lì c’è il nocciolo duro delle penne (anzi, delle tastiere) anti-Grillo, anti-opposizione interna, anti-(vecchia)sinistra. E’ un’arma social utilizzata con toni simili a quelli degli avversari.

La storia del declino del giornale è ormai una questione vecchia e non mi ci soffermo. Io stesso ho usufruito, per licenziarmi, di una “finestra” di uscita incentivata (pochi soldi e presi dopo un bel po’).
Se non funzionano molti giornali di carta e web, figurarsi ora l’Unità solo cartacea, nonostante un certo numero di validi colleghi che ancora ci lavorano con passione, pur sotto la mannaia.

Si sarebbero potute fare tante cose negli anni, ma il passato è, appunto, passato (per me avrebbero dovuto rilevare la testata i lavoratori, per trasformarla in altro, ma sono un noto sognatore). E la responsabilità non è solo di Matteo Renzi, che ha affrontato quest’ultimo tornante a modo suo, cioè arrogante e un po’ fanfarone.  È anche dei suoi predecessori.

L’Unità è morta.
Lo dico con affetto e rispetto, badate, mentre è pieno di gente che continua a portare carità pelosa o fare dichiarazioni pubbliche solo perché si sente in obbligo, perché c’è un rito.

Bisognerebbe prendere atto che il giornale è morto, non ha ragion d’essere (nel senso che non è in grado di campare e rappresentare nessuno, così, purtroppo), e affidare la testata a un istituto culturale in grado di difenderne memoria e archivi.
Insieme, bisognerebbe aiutare i suoi gornalisti e poligrafici a ricollocarsi, ad andare in pensione, a continuare a vivere. L’Unità è morta, ma la sua gente è viva.

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