Skip to content

PIIGS, ovvero come confondere le idee nella lotta al liberismo

8 maggio 2017

pigs

Sabato scorso sono andato a vedere PIIGS, il documentario di Adriano Cutraro, Federico Greco (co-autore del mitico Stanley and Us su Kubrick) e Mirko Melchiorre, perché credevo fosse un’analisi (critica) della crisi economico-finanziaria e della politica di austerity nell’Unione Europea.
Mi sbagliavo. È un film di propaganda. Il che, di per sé, non sarebbe neanche un problema, se non fosse che è approssimativo e confuso e salta ad alcune conclusioni, come quella che scegliere l’euro fosse un errore, senza spiegare perché e come.

PIIGS (acronimo poco gentile che sta per “Portogallo Italia Irlando Grecia Spagna”, cioè i paesi “periferici” della Ue, indicati anche come quelli più deboli dal punto di vista finanziario) è pieno di interventi di personaggi più o meno noti, solo in parte economisti. Ci sono Yannis Varoufakis, Paul De Grauwe, Warren Mosler, Stefano Fassina, Noam Chomsky, Erri De Luca, e soprattutto Paolo Barnand, vero ispiratore del documentario per ammissione esplicita degli autori.

La pellicola è piena di spunti, anche, alcuni particolarmente curiosi e poco noti. Come la storia di come fu fissato – nel 1981, in Francia – il tetto del 3% per il rapporto debito/Pil, regola principale, almeno formalmente, dei conti Ue (non si tratta peraltro di materiale originale ma di uno spezzone di una trasmissione Rai).
In parallelo, su un registro più prossimo al pubblico, PIIGS racconta la storia di una cooperativa sociale di Monterotondo vittima diretta della politica di austerity europea, perché la regola sui vincoli di spesa (il cosiddetto patto di stabilità interna imposto agli enti locali) le impedisce di ottenere dalla Pubblica Amministrazione quanto le spetterebbe per i servizi resi, e la costringe alla crisi.

Ma nella fretta di spiegare quanto sia pericoloso il liberismo economico, ispirato da Milton Friedman – che è fondamentalmente il ‘cattivo’ del film – e di quanto la Ue sia governata da ciechi burocrati nordeuropei, gli autori non sviluppano gli spunti più interessanti. E fanno un simpatico guazzabuglio, utilizzando a sproposito qui e là dichiarazioni dei personaggi intervistati. Seguono una linea politica che credo sia definibile “sovranista di sinistra”, finendo anche per contraddirsi.

Perché? Perché nei titoli di cosa PIIGS riporta un intervento di Giuliano Amato, e la voce narrante di Claudio Santamaria dice, più o meno: se mi fossi imbattuto prima in questa dichiarazione avrei capito meglio e mi sarei risparmiato molta fatica.

Ma cosa dice Amato di tanto illuminante? Spiega come ci sarebbe (stato) bisogno di una più stretta integrazione politico-economica tra i paesi Ue per far funzionare meglio l’euro e soprattutto rispondere meglio alla crisi partita dagli Usa (e qui occorre citare un film, non un documentario, come The Big Short, che fa capire bene cosa accadde).
Insomma, più Ue, più integrazione, più controllo di Bruxelles, non meno, non coordinando le politiche, ma unificandole, agendo come una vera Unione. Cioè il contrario di quello che vogliono i sovranisti.
Ed è anche per questo motivo, perché manca il necessario grado di unione, che sono possibili speculazioni internazionali, non sulla moneta unica, com’era prima, ma sui debiti e sui titoli di Stato dei singoli paesi europei.

Eppure c’era spazio per una narrazione critica non pasticciata. Spiegando la regola del 3%, si poteva discutere di come la Commissione europea abbia reagito in modo diverso allo sforamento secondo il Paese, con quell’atteggiamento di “forte coi deboli e debole coi forti” che anche la burocrazia europea ha. Perché l’Unione (che è dominata più dai rapporti intergovernativi e meno, purtroppo, dall’azione parlamentare) è teatro di braccio di ferro tra paesi e orientamenti politici (nella definizione di economia politica la parola politica non compare mica per caso).

Raccontando la storia del paper degli economisti Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff, tanto apprezzato dai liberisti europei e secondo cui c’è correlazione tra alto rapporto debito/Pil e bassa crescita, PIIGS poteva far capire meglio in cosa consistono i grossi errori rilevati da alcuni critici (la discussione sulla questione va avanti per anni).

Quando PIIGS affronta il caso dell’inflazione, anzi, del dogma dell’inflazione, che per la Bce deve essere tenuta di poco sotto il 2%, sembra sostenere la tesi che in fondo si può stampare quasi quanta moneta si voglia, e che l’inflazione non è un dramma, visto che gli Usa, quando è servito, hanno stampato dollari senza tanti scrupoli.
Il problema però è che gli Usa sono una superpotenza mondiale, e usano il rapporto di forza a proprio piacimento (entro certi limiti, comunque). Mentre l’Europa, come noto, è un gigante economico ma un nano politico, proprio perché manca della necessaria unità (sempre quella che non piace ai sovranisti) per fare alcune scelte.
Inoltre, perché una moneta funzioni (che sia l’euro o la lira) deve godere della necessaria fiducia delle persone. Quando manca la fiducia, la moneta ne risente, e con essa anche la vita delle persone che la usano.

Dopodiché, ben vengano le critiche all’austerity e al risultato mancato dagli economisti liberisti, visto che l’inflazione, almeno in certi paesi, non è aumentata gran che nonostante le cure da cavallo.

PIIGS parla della supremazia del liberismo e della firma nel 1992 trattato di Maastricht, ma senza citare minimamente il crollo dell’Unione Sovietica nel 1989 e tutte le conseguenze del caso (per esempio, fino ad allora il debito pubblico di alcuni paesi, come l’Italia, non era affatto un problema, anche perché c’era da difendere le democrazie europee contro il socialismo reale…). E toccando brevemente la questione della Brexit, ne fa un quadretto idilliaco, spiegando che ha vinto la volontà popolare, senza però farsi venire qualche dubbio o porsi qualche interrogativo (per esempio: l’uscita del paese che ha sostenuto maggiormente l’ortodossia liberista potrebbe togliere peso alle politiche di austerity?).

Parlando dell’Italia, PIIGS sembra rinverdire il ricordo-fake di un bellissimo passato che ci è stato tolto in nome della Ue. Un bellissimo passato in cui hanno governato per decenni la Dc e suoi alleati, che alla fine, lo sapevamo, avremmo rimpianto. Con Erri De Luca a spiegarci che il problema è che ci sono pochi giovani (seriously) e che dunque voi non siete abbastanza per lottare e vincere, al contrario di noi (il 68 ha vinto e non ce ne siamo mai accorti).
Qui non siamo al sovranismo di sinistra, ma al revanchismo da si stava meglio quando si stava peggio.

Infine, l’euro. In sostanza ne parlano come colpevole Mosler e Barnard, ma senza spiegare gran che. Barnard, in sostanza, dice che bisognerebbe uscire dall’euro però stando attenti che potrebbe essere un casino, dopo, se non attui le politiche giuste. E quindi?

 

Annunci
2 commenti leave one →
  1. Enzo Riccobono permalink
    12 maggio 2017 08:17

    è complicato Max, molto complicato. Ma per tutti eh! secondo me nessuno (tranne gli speculatori purtroppo) sa realmente cosa sta succedendo e perché. A un certo punto succederà qualcosa che costringerà tutti a scelte inedite

  2. Marco Togna permalink
    12 maggio 2017 09:51

    i soliti cialtroni.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: