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Macellerie da incubo

28 aprile 2017

macelleria

Per un quarto di secolo sono stato vegetariano – con qualche strappo, pochi, nel corso degli anni, anche perché la carne mi è sempre piaciuta.
Poi, circa tre anni fa, sono tornato a mangiarne – con qualche senso di colpa, tanto che finora non ne ho mai parlato in pubblico – ma sulla base di una scelta precisa.
Soffrivo di gastrite e con le verdure la situazione non migliorava; i miei tre figli e la mia compagna consumavano, consumano, più o meno abitualmente carne e salumi, e dunque ero sottoposto alla tentazione (sì, ne parlo come di un peccato, appunto); infine, ero giunto alla conclusione che se gli altri animali onnivori non si fanno gran scrupolo a uccidere e mangiare, anche gli esseri umani, pur percependo la sofferenza, possono farlo, naturalmente (qualsiasi cosa significhi il termine natura).

Nel corso dei mesi ho continuato a consumare carne (l’ho sempre comunque cucinata per i miei figli, a cui non ho imposto la mia scelta, anche quando ero vegetariano), ma anche alimenti tipicamente veggie, come soia, tofu, seitan. E ho anche ridotto il consumo di latte e, per quanto possibile, di formaggi (ho i valori dei trigliceridi, certi grassi nel sangue, alti). Contradditorio? Sì, forse.

Due notti fa, per la prima volta, ho avuto un incubo da macelleria, che mi ha lasciato abbastanza sconcertato. E ho deciso di tornare a essere vegetariano, o comunque di consumare sempre meno carne. Anche se non so riuscirò ad abbandonare i derivati del latte.

Non ricordo i dettagli precisi del sogno, ma mi trovavo in un locale in cui persone macellavano o amputavano animali vivi. C’era sangue ovunque. E soprattutto, alcuni animai avevano un volto umano. Io cercavo di attraversare quei corridoi senza guardarli in faccia, e provando soprattutto a passare inosservato.

Quando smisi di mangiare carne per la prima volta, nel 1988, fu il risultato di un percorso di convincimento collettivo, di una decisione condivisa, a cui partecipai con mio fratello, la mia ragazza e alcuni amici. Non feci alcuno sforzo, alcun sacrificio, anche se mangiare carne mi piaceva (mentre non mi è mai piaciuto il pesce). Un po’ come fanno i tossici che vogliono smettere di farsi, cominciai a scalare le quantità. Poi smisi, più o meno alla fine dell’estate.
Ho raccontato parte dell’esperienza di essere vegetariani in No Compromise.

Oggi ritengo che mangiare la carne sia un atto normale, cioè comprensibile. I nostri antenati Sapiens erano cacciatori-raccoglitori e lo sono rimasti anche dopo la rivoluzione agricola, quando hanno cominciato in modo sostanziale a umanizzare la Terra e le altre specie. Ciò è stato possibile perché i Sapiens sono grandi predatori di gruppo, che hanno saputo organizzare la violenza in un modo mai sperimentato prima. E che oggi hanno creato un sistema di produzione del cibo attraverso lo sfruttamento degli animali che somiglia in modo impressionante a quello dei lager.

Non credevo che sarei arrivato a scriverlo, ma quel ho scritto lo penso davvero. E con ciò, non intendo affatto offendere le vittime dei genocidi (di nessun genocidio, anche se quello nazista certamente rappresenta l’esempio più noto e più complesso, in termini di pianificazione e organizzazione) ma ricordare una cosa di cui dovremmo essere consci. E cioè, che la nostra economia alimentare è costruita sulla violenza e sulla sofferenza degli animali. Anche solo per ottenere un bicchiere di latte o un uovo.
Se non avete letto Eating Animals (Se niente importa), di Jonathan Safran Foer, ve lo consiglio. Una lettura garbatissima, non temete, ma onesta.

Per essere chiarissimi: non sto paragonando esseri umani ad animali (anche se siamo tutti animali, e non ritengo che gli umani siano superiori: sono solo predatori senza eguali). Sto affermando che i sistemi totalitari e comunque le ideologie che producono genocidi considerano i potenziali nemici essere inferiori. Alla stregua di animali, appunto, secondo il pensiero comune.

C’è contraddizione tra tutto questo e il fatto di apprezzare un filetto cotto a puntino, un panino con la salsiccia, il pollo fritto? No. Un macellaio può amare i fiori? Certo. Una donna di sani principi può spezzare il collo a una gallina? Sì.
Anche qui, non vorrei essere frainteso. Noi esseri umani siamo contradditori.
Il punto non è risolvere (tutte) le contraddizioni, personali e soprattutto collettive – cosa che non ritengo possibile oggi, né domani, magari dopodomani, chissà – ma conviverci, sapendolo. Provando a fare meglio.
Le contraddizioni della storia umana sono tantissime. E accanto all’elenco delle cose buone, ci sono quelle cattive. Spesso come due facce della stessa medaglia. Banalità, certo, che però tendiamo a dimenticare.

Quindi, so anche che il piacere che mi provoca un certo alimento è intimamente connesso alla sofferenza dell’animale che è stato ucciso (sacrificato) perché ne potessi godere.

Possiamo fare tutti a meno della carne? Non lo so. Certo, possiamo provare a mangiarne meno. Se non per non imporre sofferenze agli altri animali (in fondo gli altri animali non sembrano farsi di questi problemi), almeno perché gli allevamenti intensivi oggi sono responsabili di una percentuale molto ampia di gas a effetto serra, per esempio. Il 20% circa, secondo alcune stime.

La mia è una scelta etica (o un tentativo etico)? Sì. Però vorrei ricordare che le “scelte etiche” non sono solo atti individuali che attengono alla coscienza. Noi non mangiamo né cani né gatti, né scimmie, non perché non siano commestibili, ma perché li sentiamo vicini. Tanto che mangiare un gatto, o un cane, è un reato. Come è un reato maltrattare animali che pure potremmo mangiare.

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