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Cose che si possono dire anche senza essere esperti di terrorismo, religioni, teorie del complotto

28 luglio 2016

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(testo in divenire)

In queste settimane il livello del mio cazzeggio su Facebook è cresciuto. In modo direttamente proporzionale, direi, all’aumento di attentati e attacchi in Europa, e ancora più precisamente all’aumento vertiginoso di commenti su quegli episodi.

Non che non si possa commentare la violenza, l’orrore, ciò che genera paura e sbalordimento, o rabbia. E in quanto luogo d’incontro per eccellenza (virtuale e reale sono definizioni molto approssimative, secondo me, oggi), è normalissimo che Facebook sia utilizzato per dire a caldo quel che si prova, si pensa, si cerca di elaborare, si propone.

Fin qui, però,  mi sono astenuto dal commentare, ritenendo che il nostro vociare indistinto serva a poco, aldilà dello sfogo ( ma anche lo sfogo comunque è utilissimo).
Non sono neanche riuscito a scherzarci sopra, colto improvvisamente da pudicizia. Giorni fa stavo per farmi una foto da pirata, con le braccia incrociate e  una pistola ad acqua per mano, ma ho rinunciato, pensando che potesse essere di cattivo gusto. E ho tralasciato anche a battute tipo “vengo col Tir”. E Dio (ammesso che esista), sa quanto sono trucido su Facebook. O al terzo tempo del calcetto.
Mi viene anche il dubbio che il numero dei commenti social a questi eventi di fatto  rischi di alimentare l’emulazione, ma non ne sono sicuro. Di certo, diffonde il panico.
Ho rinunciato perfino a parlarne con gli amici, nel timore, fondamentalmente, di dire ovvietà (cosa a cui non si sfugge, ma che temo sempre più).
Nel frattempo, ho cercato di elaborare, in silenzio (un silenzio selettivo) .

Ma ci sono cose che si possono dire senza andare a scomodare esperti di terrorismo, di religioni, di teorie del complotto, psichiatri o militari? E serve a qualcosa, dirle?

I commentatori di professione dei media, dei giornali stampati soprattutto, lo fanno da decenni. E lo fanno non tanto per analizzare, quanto per orientare. Sia il pubblico che, più spesso, i politici e quelli che prendono decisioni (e che spesso, a torto o a ragione, ritengono quei media, e soprattutto i giornali, affidabili termometri della temperatura popolare).

Questo è il punto. Per non dire ovvietà, o perché si ritiene di non essere esperti,  vale poi la pena di lasciare terreno libero a chi intenda orientare la discussione in un modo che non ci piace? Di tenere per sé i dubbi?
Perché la discussione pubblica è essenziale. Non esiste politica, senza discussione. E io almeno, che non ho mai tenuto diari perché ritengo che scrivere sia un atto di comunicazione con gli altri, ne sono convinto.

Poi, c’è una questione specifica che riguarda chi ha figli, a cui deve (dovrebbe) spiegare quello che succede. Per me è anche più urgente, la necessità, visto che i miei figli sono per metà francesi, e che gli ultimi eventi in particolare stanno accadendo in maggioranza in Francia.

Dunque, sommariamente, le cose che osservo:

# Gli attentatori sono spesso giovani e giovanissimi

Hanno la stessa età media dei giovani rivoluzionari, militanti della lotta armata, etc etc dei decenni (e in alcuni casi dei secoli) passati, sono  20-30enni, hanno cioè l’età in cui lo slancio ideale è più forte e ci si mette più facilmente al servizio delle cause.

# Per compiere attentati e anche farsi saltare in aria non bisogna essere per forza malati di mente

Ma serve l’aspirazione a diventare invece eroi, sacrificando il proprio bene immediato e personale per un bene più grande. E le vittime, nel caso, quando non sono considerate corresponsabili, vengono ritenute vittime collaterali.

# La religione c’entra

Perché è il motore ideale della “lotta”, esattamente come c’entrano  in altri casi le ideologie (che per me sono religioni senza la trascendenza).
In tanti paesi extraeuropei in lotta contro il colonialismo e la sua eredità,  l’ideologia liberale (quella della classe borghese dei colonialisti) e quella socialista o comunista sono stati in momenti diversi il combustibile della lotta.
Oggi, nella lotta contro il potere dei regimi spesso dittatoriali che ne hanno preso il posto, è soprattutto l’Islam, il riferimento.
E lo stesso sembra avvenire da noi. L’Islam è l’ideologia di giovani ribelli. Che un tempo magari si radicalizzavano, in carcere, con il comunismo e la lotta armata (basti pensare agli anni 70).
(Ma ci sono comunque un sacco di attentati, realizzati o sventati, in Europa, organizzati non da gruppi islamici, ma da fascisti, anarchici, separatisti. Basta guardare il rapporto di Europol uscito qualche giorno fa)

#L’Islam però non è una religione con gerarchie chiare e precise

Non c’è un Papa, ci sono divisioni settarie significative. Non ci sono paesi musulmani che ci attaccano (magari che finanziano attività terroristiche fondamentaliste, questo sì). Quindi, non siamo in guerra con l’Islam, mentre eravamo in guerra (fredda) coi regimi comunisti. E siamo stati in guerra con  i nazi-fascisti.

#Ci sono differenze tra culture che possono creare problemi di convivenza

E per questo alcuni temono che i musulmani (certi musulmani) non rispettino alcuni valori che tipici della cultura occidentale, dunque chiedono che siano obbligati a farlo.
E’ un problema che va affrontato, ma è vero anche che ci sono alcuni che non concordano su quali siano i nostri valori (le radici cristiane  o i diritti degli omosessuali, per esempio, mentre per altri tutto ciò può stare comunque insieme). Anche perché le culture sono frutto di commistioni, non solo di tradizioni.

#E’ vero anche che le vittime di Stato lslamico e altre organizzazioni armate jihadiste sono soprattutto di religione islamica, magari di confessione diversa (sciiti).
Ma questo succede in paesi del Medio Oriente o in Africa, comunque dove è largamente presente la religione islamica, nelle sue varianti. Cioè, lontano , da un’altra parte.
La nostra mancanza d’empatia, con la scarsa attenzione che prestiamo alle notizie sui massacri, non è così strana. Da una parte c’è il fatto che abbiamo bisogno di un meccanismo di protezione psichica che ci protegga dall’eccesso di sofferenza. Guardare e sapere ci fa stare male, ma essendo lontano che ciò accade, possiamo distogliere lo sguardo nella speranza di non essere toccati, e torniamo rapidamente alle nostre vite.
Dall’altra, parliamo di persone che avvertiamo come completamente diverse (e/o inferiori). Che parlano un’altra lingua, hanno un altro tenore di vita, non sono vestiti come noi, sono abituati a un altro livello di violenza etc etc.
Insomma, non sono noi.

#Noi, invece, siamo abituati a decenni di sostanziale pace, in Europa. Sì, c’è stato il terrorismo (e il panico diffuso di oggi non è tantissimo diverso: ho conosciuto persone straniere che in quegli anni pensavano che in Italia si camminasse tra le pallottole vaganti). Poi c’è stata la guerra nella ex Jugoslavia. Ma anche gli jugoslavi non erano noi.
Abbiamo però rimosso il fatto, apparentemente, che la violenza di massa è sempre stata presente nella storia dell’Europa (e di quasi tutto il resto del mondo), per tutte le sue generazioni.

#Noi invochiamo solitamente la responsabilità personale e siamo solerti a distinguere (io, tu, lui, voi), però siamo poi prontissimi a colpevolizzare altre culture, società e masse (loro)

Quindi parliamo di islamici, arabi, africani, etc. come se fossero gruppi ben connotati, mentre noi invece siamo distinguibili campanile per campanile, dialetto per dialetto, uno per uno
Il problema è che lo stesso fanno gli altri (una massa indistinta di popoli, culture, individui)  i quali, va però ricordato, hannospesso subito secoli di colonialismo e imperialismo (che alle nostre economie ha portato cospicui vantaggi, alle loro un po’ meno).
E dovremmo sempre tenerlo presente, quando parliamo di sviluppo, economia, benessere, democrazia.

# Il noi e loro è poi messo in dubbio da attentati compiuti da persone nate e cresciute in Occidente

Ora, si può anche dire: se non fosse stato permesso a migranti musulmani di trasferirsi in paesi occidentali ciò non sarebbe accaduto. Ma, a parte il fatto che anche se fosse vero, è impossibile pensare di spostare oggi decine di milioni di persone chissà dove, parliamo di individui e/o gruppi che vivono in un contesto completamente diverso.
E poi, è come se qualcuno sostenesse che Cosa Nostra negli Usa o la ‘ndrangheta in Australia non sarebbero arrivate, se si fosse impedita l’emigrazione italiana.O che non ci sarebbe stato il nazismo, se a Adolf Hitler fosse stato impedito di trasferirsi in Germania dall’Austria.
Non tutti i paesi poi sono come la Francia, che ha un’idea molto rigida di cittadinanza e inclusione e tende a confinare le religioni in uno spazio solo privato (ghettizzandole). Altri paesi hanno un approccio multiculturale e non hanno avuto fin qui problemi (o meglio, hanno avuto problemi con i nazisti che non vogliono immigrati). Gli Stati Uniti sono un altro tipo di convivenza ancora.

# L’idea di respingere nuovi migranti e rifugiati per timore che tra essi si nascondano attentatori, o che poi lo diventino data l’impossibilità di convivenza tra culture, ha senso? Non so se ne abbia, ma il problema è: è fattibile? Perché se si rimuovessero le cause della invasione, gli invasori sarebbero i primi a esserne sollevati.

# Infine, garantire la nostra sicurezza a ogni costo, è possibile? Al punto di chiedere lo stato di emergenza, misure eccezionali? Quello che sta accadendo in Francia, dove lo stato di emergenza c’è ed è stato prolungato, non sembra confermarlo. E in Italia quello che ha sradicato il terrorismo (di sinistra, non quello stragista-fascista di cui sappiamo sempre troppo poco) non sono state le leggi speciali (che hanno fatto diversi morti), ma le infiltrazioni delle forze di sicurezza e la reazione di massa.

 

 

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One Comment leave one →
  1. Enzo permalink
    28 luglio 2016 14:37

    ti avventuri in un terreno paludoso, un sacco di stimoli e di riflessioni, che si contraddicono, anche, con la tua solita bella leggerezza e profondità allo stesso tempo e stimolano, ti stimolano, al contempo riflessioni opposte con tecnica ermeneutica tutta particolare

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