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Memorie di un presidente di seggio alle primarie

9 marzo 2016

Domenica scorsa ho fatto il presidente di seggio alle primarie del centrosinistra a Roma.
No, non sono del Pd, sono un attivista dei Verdi. E no, non mi hanno pagato per farlo. E’ stata una bella faticata da volontario (sono uscito di casa alle 6.45, sono tornato alle 3 di notte).

Perché ci sono andato? Perché me lo hanno chiesto i miei compagni. A cui era stato domandato di inviare un presidente “di garanzia” in un seggio elettorale, quello di piazza Zama, tra i più grandi di Roma. Di garanzia tra “giachettiani” e “morassuttiani”, o forse più precisamente tra due fazioni del Pd locale (intendo del Municipio) che si guardano in cagnesco.
Insomma, come verde ero ritenuto “super partes”.

Arrivo poco prima delle 7. Il gazebo di piazza Zama (in realtà via Siria, che inizia come ponte sulla ferrovia: a ogni treno, sembra che arrivi il temporale, a ogni passaggio di bus, il terremoto) è desolatamente vuoto. Un tavolo, due sedie e basta.
Io ho con me due scatoloni con le schede, i verbali e il resto del materiale. Ho anche, in una email, l’elenco degli scrutatori che saranno con me: sono 6, e chi me l’ha mandato mi ha detto anche di non accettare che altri si improvvisino scrutatori. Un altro indizio del clima ostile.

Dopo le 7.30, mentre sto leggendo un libro (per la cronaca: Città in Fiamme, un romanzo densissimo e bello, almeno fin dove sono arrivato) in attesa di veder spuntare qualcuno, arrivano gli scrutatori.
La prima è una ventenne dall’espressione un po’ incazzata (in realtà, capirò dopo, è proprio l’espressione sua abituale, e non è incazzata affatto), poi una giovane donna solare ed efficiente, un simpatico bancario, vestito da trekking, che si rivelerà subito fondamentale (è lui che rimedia due tavoli e altre sedie, che registra elettori come una macchina ed è dotato di grande senso pratico), un pensionato che mi chiamerà “preside’” tutto il giorno e che non sono ancora adesso riuscito a inquadrare (secondo me è un ex Dc), un consigliere municipale uscente che sembra un istruttore sportivo (e che mastica di politica quanto io di calcio, temo), un giovane silente che fa l’allenatore di basket (e che per questo sparirà praticamente per gran parte della giornata).

Con questa crew, alle 8 meno cinque facciamo fronte al primo elettore, ancora abbastanza disorganizzati. Alle 21.55, quando arriva l’ultimo votante (ma cazzo, fino ad allora dove stava? Non poteva passare prima?), ne avremo registrati 758, che non sono pochissimi, raccogliendo 1.479 euro.

Ho dovuto mandar via qualche elettore che non aveva un documento con foto e indirizzo. Oppure che aveva un documento con il vecchio indirizzo ma senza un certificato del Comune che dicesse che stava facendo il cambio di residenza (NB: per votare alle primarie serviva il certificato elettorale e un documento di identità valido, ma le indicazioni erano di accettare almeno persone con un documento di identità con indirizzo valido per votare in quel seggio). Ma si è trattato di poca roba, e certamente non erano aspiranti truffatori, solo persone che vanno in giro praticamente senza documenti.
E nessuno ha fatto storie, tranne una dirigente Pd di base che ha perfino telefonato alla sua Federazione per protestare. Ma quando il tipo ha chiamato me al cellulare, si è dovuto arrendere, e lo ha fatto senza problemi.
Un discreto numero di persone non sapeva che si votasse per il Municipio, e dunque ci ha restituito in bianco la scheda perché ignorava anche chi fossero i candidati.

In generale, gli elettori hanno più di 50 anni. Arrivano a coppie o a famiglie. Pochissimi 20-30enni. Più uomini che donne, ma non molti di più. Militanti o elettori, del Pd. Nessun “alieno”. Niente immigrati extra-Ue. Nessun ragazzo dai 16 ai 18 anni (uno, che però non si era preregistrato, e quindi non ha potuto votare).

L’atmosfera, nel seggio, è a tratti tesa, tra scrutatori e tra scrutatori e rappresentanti di lista. Le due ragazze sono morassuttiane (nel frattempo ho nominato vice presidente la 20enne, anche perché è stata la prima ad arrivare). Il consigliere,  il pensionato e il giovane allenatore sicuramente giachettiani. Il bancario è giachettiano pure lui, ma è soprattutto una persona affabile e disponibile. Un vero volontario.
Frecciatine che non colgo, qualche battuta sui candidati presidenti del municipio, critiche.

Il consigliere passa ore e ore in piedi, senza mangiare né andare al bagno, col telefono che squilla a ripetizione. Si è scelto il ruolo di accompagnatore degli elettori alle urne per mettere la scheda. Non si allontana mai dal gazebo, anche perché nel frattempo il pensionato e l’allenatore se ne sono andati (senza dirmi un cazzo, e vabbe’), ed evidentemente teme problemi, brogli o non so che.
Quando a un certo punto del primo pomeriggio gli dico per la ventesima volta di andare almeno a pisciare, perché altrimenti rischia di sentirsi male (gli cito pure la storia di Tycho Brae, morto proprio per lo scoppio di una vescica trascurata…), mi risponde che non può perché poi gli fanno “storie” lo “criticano” e insomma vuole evitare “problemi”.
Alla fine, in un momento in cui non ci sono più elettori in vista, si decide ad andare e mi sento sollevato come se avessi pisciato io.

Alla fine, quando si avvicina l’ora della chiusura del seggio (ah, dalle 18.30 per avere luce abbiamo attivato un generatore elettrico a benzina che puzza come si può immaginare, e fa altrettanto rumore) il consigliere se ne esce con la cazzata: facciamo lo spoglio delle schede qui nel gazebo. Mi spiega che non si fida, teme non so che.
Allora, dopo aver allontanato i rappresentanti di lista, mi incazzo e faccio il coatto: andiamo a fare lo spoglio al chiuso, nella sezione Pd di San Giovanni, pure se mi telefonassero Giachetti o Morassut in persona. Sti cazzi. Sono il presidente, piove e fa freddo, non mi rompessero i coglioni.

A fare lo spoglio (e contare i soldi) impeghiamo più di due ore. Esco dalla sezione con gli scatoloni (me ne hanno ammollato pure quello di un altro seggio, mortacci loro), accompagno a casa un gentilissimo rappresentante di lista (se fosse stato dei Verdi sarebbe stato perfetto, davvero) e vado al Comitato Primarie, al Flaminio.
Parcheggio bene la macchina (la doppia fila sembra un must) e mi incollo gli scatoloni.
Arrivo in una babele tipo catasto. Un presidente di seggio che esce dice che era entrato alle 0.30, ora sono le 2. Non ce la posso fare, anche perché la mattina mi devo alzare alle 6.30 per andare a lavorare (colpa mia, lo so, me la sono cercata).
Quindi, altro pezzo da coatto: dico che se non mi fanno lasciare almeno soldi e registro, mollo tutto e me ne vado, fanculo. Tanto hanno già annunciato prima di mezzanotte che ha vinto Giachetti (so dalla chat di Palazzo Chgi che Renzi gli ha già telefonato) e quindi so benissimo che fine faranno le schede (non è importante, in finale, se i registri sono stati riempiti bene: e noi almeno abbiamo fatto un lavoro certosino di ricontrollo).

Vince non so come la mia linea e riesco dopo 30 minuti a consegnare il tutto, lasciando poi gli scatoloni con le schede in uno stanzone d’ufficio, mentre Andrea Romano sta litigando con i democratici di non so che municipio, accusandoli di esere passati avanti (io in realtà mi sono proprio fiondato incurante delle file, ma non do nell’occhio…).

 

 

 

 

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One Comment leave one →
  1. Enzo permalink
    11 marzo 2016 15:29

    bravo! divertente, rende bene l’idea del casino.
    che poi secondo me a Morassut non gliene frega niente, serviva a rendere le primarie meno scontate con un l’impegno di candidati autorevoli, per non dare l’impressione che tutto è deciso da Renzi

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