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L’antipolitica è la politica che non vi piace

10 febbraio 2016

 

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La vittoria di Bernie Sanders per i democratici e di Donald Trump per i repubblicani nelle primarie in New Hampshire per la Casa Bianca sono state presentate oggi da gr e tg italiani come “la vittoria dell’antipolitica”. Reuters scrive invece che gli elettori del New Hampshire, disillusi dall’economia e dai politici tradizionali di Washington, hanno risposto all’appello dei candidati outsider.

Che cos’è l’antipolitica, insomma? E’ un’offerta politica diversa, la politica che non piace ad alcuni (che la definiscono anche “populismo”), è la politica che non piace all’establishment, che vorrebbe politici e politiche “rassicuranti”, che condividano i loro stessi valori (quali che siano e quale che sia il mio giudizio).
Certamente Trump e Sanders non sono la stessa cosa, l’unico punto in comune è di non essere “tradizionali”. Ma a ben guardare Trump, un miliardario un po’ fittizio (ci sono diversi dubbi sulla sua effettiva solidità finanziaria) che è anche un personaggio tv, non è esattamente un alieno, è il prodotto di un mix (affari-)politica-spettacolo che è in ascesa.

La definizione “anti-politica” è sbagliata e pericolosa per la stessa politica. Ed è un inganno, perché finge che le uniche politiche possibili siano quelle “moderate”, di preminenza del mercato, delle compatibilità, del mito della produttività.

E qui veniamo all’Italia, dove la “antipolitica” è rappresentata dal Movimento Cinque Stelle (e in parte dalla Lega Nord). La recente decisione di lasciare libertà di voto ai parlamentari sulla questione della stepchild adoption è stata letta (e proposta alla lettura degli elettori) da sinistra e dal Pd come una mossa opportunistica, che contraddice le scelte di principio, o per dipingere L’M5s come un gruppo in cui prevalgono le pulsioni di centrodestra.
Ma è esattamente la stessa posizione del Pd, che è alla prese da tempo con un vivace dibattito interno, e che sulla questione di allargare l’adozione del figlio del partner anche agli omosessuali rischia di dividersi.

La vicenda di Quarto, il Comune campano in cui le infiltrazioni delle Camorra sembrano non aver risparmiato neanche la nuova maggioranza M5s che ha vinto le elezioni, è stata utilizzata dal Pd come un esempio dell’incapacità di governo dei grillini, che peraltro  hanno gestito piuttosto male la vicenda a livello nazionale.
Anche qui, il Pd ha diversi problemi locali, numerosi amministratori inquisiti, manovre poco chiare (come in Sicilia, con la sospensione del tesseramento per la possibile “infiltrazione” di massa di persone legate a Totò Cuffaro). Le performance del M5s a livello locale (parliamo comunque di pochissimi comuni amministrati da loro) non sembrano entusiasmanti, però è pur vero che sono all’inizio, hanno bisogno di tempo.

Ancora, la vicenda della “multa” ai parlamentari che “disobbediscono” fa più che altro tenerezza (ma non stupisce, perché sono anni che i partiti ormai vannno dai notai per blindare patti con minacce di risarcimenti).
Quello  dei parlamentari che cambiano partito (anche parecchie volte in una legislatura, come per alcuni ex M5s) è un problema, e il fenomeno erode ulteriormente la credibilità della politica. Non esiste un “vincolo di mandato”, e nei decenni quello che ha funzionato è stato il collante ideologico e di gruppo (unito al timore della riprovazione e del’ostracismo). Ma dato che i partiti sono sempre più spesso organizzazioni liquide in cui le singole personalità si relazionano e i singoli portatori di consenso si infilano come meglio credono, è sempre più difficile mantenere l’unione.
Ovvio che la questione non si risolve per via giudiziaria. E ovvio anche che il trasformismo (che è una roba vecchia della politica italiana: esiste almeno dagli anni 60 dell’XIX secolo) premia chi governa, perché può promettere posti e prebende.
Ma già introdurre un meccanismo di sfiducia costruttiva, per cui puoi sfiduciare un governo solo se ne hai uno alternativo bello pronto (cosa che nella riforma costituzionale invece non c’è) aiuterebbe un poco, per esempio.

Chi scrive considera un’occasione mancata il fatto che nel 2013 non si sia arrivati a un’intesa di governo tra centrosinista e M5s. C’erano diversi punti di contatto, anche se ci sarebbero stati numerosi punti di scontro e rischi di crisi. Ma ci sarebbe stata una maggioranza formidabile (con un gran numero di parlamentari freschi di nomina, giovani, e donne) con un’ampia maggioranza reale, non ottenuta semplicemente grazie al Porcellum. Il paese avrebbe potuto godere rapidamente di alcune riforme non solo economiche (al netto del giudizio sul loro valore), e soprattutto si sarebbe imposta una maggioranza anti-austerità.

Purtroppo si è fatto di tutto (da entrambi gli schieramenti) per dimostrare l’incompatibilità di Pd e M5s (che non è una forza di sinistra, ma in cui ci sono spinte varie, e forse quella si sinistra socialconfusa è preminente) e si continua su quella strada, dopo un ventennio di guerra civile a parole tra Ulivo e Forza Italia.

Ps: trovo interessante questo appello di Aldo Giannuli al M5s a trasformarsi in un “vero” partito, che non si significa necessariamente faccia politica tradizionale. Immagino che sarà comunque lasciato cadere nel vuoto.

 

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One Comment leave one →
  1. Enzo permalink
    10 febbraio 2016 11:35

    decisamente un’occasione mancata, poi il renzismo e il casaleg-grillismo e la vacuità che si riempie di chiunque. Però alcune riflessioni sulla crisi della forma partito vanne fatte

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