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Impara a imparare. “Remigio”, di Roberto Bonzi

5 febbraio 2016

 

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Mi sono appassionato subito alla lettura di Remigio: Ovvero come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la matematica di Roberto Bonzi (Invarchi per gli amici blogger), forse perché sono un adolescente tardivo (molto tardivo), dentro.

Remigio è il secondo libro uscito per una collana di testi divertenti sulla matematica, Gaus Party, finanziata col crowdfunding (il primo volume era di un altro amico, il prolifico Luciano Canova).
So che Roberto ci ha messo un po’ di tempo, a scrivere il suo libro (che non è così divertente, ma non è un difetto), ma direi che l’attesa comunque vale la pena.

Non so per quale pubblico sia stato immaginato, ma secondo me è un libro che può appassionare i nostri figli, a condizione ovviamente di farglielo scoprire, non di fargli sospettare che glielo stai imponendo.
Perché non è difficile, per molte cose, immedesimarsi in Remigio, a partire dalla paura della matematica.
Perché la matematica fa paura? Forse la risposta migliore è quella suggerita dal libro: per il modo in cui si insegna. Non è l’unica risposta, ovviamente, ma è interessante, soprattutto per chi, come me, a un certo punto, da studente delle medie inferiori, ha sviluppato il terrore della matematica (soprattutto ha iniziato a pensare di non poter imparare), e vorrebbe che i suoi figli non avessero lo stesso problema.

Ma Remigio (che è illustrato benissimo da Giorgio Amici) non parla solo di questo, dell’imparare a imparare (della fatica che costa e della grande prospettiva che apre, perché impari che i limiti sono molto stesso nella tua testa).
Racconta della prima cotta, racconta del bullismo (e di come reagire, in un modo anche troppo pacifista, secondo me: ma forse a 50 anni mi sta riemergendo l’educazione da borgataro con cui è cresciuto mio padre, e che pure mi ha solo sfiorato),
della capacità di comunicare e di fare amicizia dei ragazzi, nonostante i luoghi comuni su una gioventù resa apatica e isolata dai telefonini; della tecnologia retrò; del rapporto con gli adulti, della mancanza . E lo fa con un tocco leggero.

Il finale fin troppo positivo mi ha indisposto, per un attimo. Poi però mi sono chiesto se un libro che immagino destinato ai ragazzi possa, e in che modo, avere un finale troppo aperto, o dichiaratamente incerto, preoccupante. Immagino che queste domande se le sia fatte anche Roberto. E sono giunto alla conclusione che forse non è così importante.

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