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Mario Adinolfi è un personaggio di Tom Wolfe

28 gennaio 2016

 

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Dopo aver scritto, nel 1987, l’acclamato Il falò delle vanità, Tom Wolfe scrisse un saggio intitolato A caccia della bestia da un miliardo di piedi, un manifesto in cui spiegava (sintetitizzo molto) che la realtà è sempre più sorprendente della fiction e contestava alla letteratura americana l’allontanamento dal reale.

Poi, nel 1998, Wolfe ha scritto Un uomo vero, che racconta di questo avventuriero (una definizione antica, lo so, che suona berlingueriana) americano, Charles Crocker, un potente imprenditore immobiliare, capace di muoversi tra affari, politica e salotti. Una volta caduto, Crocker si rialza e si mette a fare… il predicatore.

Che c’entra Wolfe con Mario Adinolfi, oggi noto come direttore-editore de La Croce quotidiano e organizzatore del Family Day del 30 gennaio? Per capirlo, bisogna concentrarsi sulla sua biografia, che ne fa uno dei personaggi più “americani” (culturalmente parlando) in Italia.

Badate, non mi interessa un giudizio moralistico, né fare un’analisi delle sue eventuali contraddizioni (ne abbiamo tutti).
Mi chiedo invece se quello di Adinolfi sia un format destinato ad avere ampia diffusione. C’è almeno un precedente interessante: l’ex presidente della Camera Iren Pivetti: attivista cattolica-ultrà, politica e poi showgirl che a un certo punto sarebbe voluta tornare alla politica) .

Mario (lo conosco di persona da anni, ogni tanto ci scambio commenti) è stato tante cose, in vita sua (ha 45 anni), in alcuni casi contemporaneamente: attivista giovanile della Dc e poi del Ppi, giornalista – anche in Rai – e conduttore tv, leader di organizzazioni politiche outsider (Democrazia Diretta), promotore di progetti editoriali (falliti), cantante, organizzatore di scommesse collettive, campione di poker, candidato segretario del Pd, deputato (per meno di un anno), blogger (è la veste in cui l’ho conosciuto nel 2003) e altro ancora.
E’ stato anche sul punto di partecipare all’Isola dei Famosi. E ha raccontato più volte che Silvio Berlusconi voleva candidarlo in Forza Italia, ma che ha rifiutato.

C’è una costante, nella vita di Adinolfi. Quella non solo di apparire, ma di primeggiare, di farcela in qualche modo. Che è un desiderio comprensibilissimo e umano, intendiamoci: restare nella storia è un modo di continuare a vivere, per come la vedo io, soprattutto se non nutri grande speranze nell’Aldilà, in fondo.

E poi Mario non è capace di restare senza politica. Pur giocando su più fronti, assume sempre una posizione, cerca sempre uno spazio politico. La Croce oggi è il suo giornale di battaglia, non solo sulla questione delle unioni omosessuali (e delle adozioni da parte dei gay), ma anche su altri temi, come quello generazionale (in estrema sintesi, i vecchi hanno ipotecato il futuro dei giovani: quindi tagliamogli le pensioni).

Mi colpisce fino a un certo punto vedere un ex candidato (per quanto anomalo) alla guida del Pd, cioè il partito della Costituzione nato sulla tradizione antifascista Pci-Dc, che va in piazza con gente di Casapound o del Fronte Nazionale.
Penso da anni che sinistra e destra siano parole piuttosto vuote (a cui però siamo affezionati), che esistono forse sinistre e destre, e che comunque andrebbero ridefiniti i rapporti e le correlazioni.
E mi viene da ridere pensando al pokerista divorziato due volte, che non disdegna il linguaggio scurrile, ospite regolare di Radio Maria.
Ma credo che per Adinolfi il Family Day non sia tanto una questione di contenuti, quanto di affermazione di sé (e qui bisognerebbe rileggersi “Felicità privata e felicità pubblica” di Albert O. Hirschman).

Non lo dico per forza con riprovazione. Le idee viaggiano sulle gambe delle persone. Le persone hanno desideri, sogni, aspirazioni. L’importante è saperlo, sapere che è umano. Che non ci sono leader senza macchia e senza paura che vivono una vita tutta impegno.

Credo che Mario abbia scelto quella storia lì, quel segmento lì, perché ha individuato una possibilità di emersione. Deve aver pensato che, con la Chiesa ecologista e di sinistra (passatemi i termini) di Papa Francesco I, più attento alla povertà e al climate change, c’era spazio per rappresentare un’opinione schiettamente reazionaria (anche qui, passatemi il termine) in tema di diritti. Quanto poi abbia influito la sua storia personale non so (nel caso di Giuliano Ferrara, per esempio, lui stesso ha raccontato di aborti delle sue compagne: anni dopo la lotta all’interruzione volontaria di gravidanza è diventata una sua battaglia politica).

Quindi, riassumendo: il format di Adinolfi intreccia media. spettacolo e politica (soprattutto politica), e l’uomo ha la capacità di passare rapidamente da un ruolo all’altro, utilizzando in lunguaggio piuttosto pop, di cadere e rialzarsi (per esempio dopo gli insuccessi editoriali) senza ai perdere di vista l’affermazione di sé.

Ed è diverso, Adinolfi, da quei politici che oggi affollano il mercato politico (soprattutto Pd, centro, destra, soprattutto a livello locale): quelli sono portatori di voti personali, costruiti con relazioni; Adinolfi, che è un irrequieto, punta ai follower o adirittura ai fan, viaggia su movimenti di opinione che per natura sono liquidi.

Infine, un’osservazione ai critici: criticare, da eterodossi, qualcuno perché non è sufficientemente ortodosso e apparentemente si contraddice, è una contraddizione essa stessa. La Chiesa, che è tante cose, dunque anche un’entità idelogica e politica, accoglie con piacere i peccatori che ne accettino la supremazia.  E poi un divorziato non è un abortista. E la realtà è fortunatamente più composita: ci sono neri razzisti, gay di destra, etc etc., si trova spazio anche ai divorziati per la famiglia (in quanto entità ideale).

 

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