Skip to content

Dalle Tremiti a Taranto

13 gennaio 2016
(aggiornamento: le firme hanno superato quota 43.000 alle 9.30 del 14 gennaio)
La petizione al governo per bloccare le ricerche petrolifere vicino alle Tremiti e a Pantelleria è arrivata a 30.000 firme.
Ovviamente non è che una petizione di per sé risolva il problema, sostituendo l’attivismo e la vigilanza, però è un segnale utile. Ieri, in un’intervista a Repubblica Tv Matteo Renzi ha avuto un atteggiamento d’apertura suilla questione, dicendo in sintesi: voglio capire. Significa probabilmente che sta testando quanta presa abbia l’argomento sull’opinione pubblica, prima di capire se occorre cambiare posizione e intervenire.
Sostenere che quelle autorizzate sono solo ricerche e che dunque non c’è da preoccuparsi è una tesi debole (l’ha sostenuta ieri in particolare l’Unità online, che è un giornale più renzianista del quotidiano cartaceo). A che servono le prospezioni se non a cercare risorse da sfruttare?
Il punto non riguarda i pochi barili di petrolio che si possono estrarre dai mari italiani. Non sono in grado di condizionare in modo significativo i nostri bisogni energetici. Il punto sta nella necessità non solo di ricavare energia da fonti alternative e rinnovabili vere (solare, eolico, geotermico) ma anche di produrre le attrezzature che servono a ricavare, conservare e trasferire tale energia. Per esempio: produrre pannelli solari e non comprarli dalla Cina, nvestire in ricerca pubblica per migliorare lo stoccaggio di energia, facilitare l’uso autonomo dell’energia prodotta dagli utenti con il solare.
Un certo industrialismo sta nella filosofia di questo governo  e convive con (e spesso prevale su) un annunciato ambientalismo di maniera, ma spacciare l’esecutivo Renzi per il nemico pubblico numero uno dell’ambiente è assolutamente eccessivo. Il problema sta appunto soprattutto nella sopravvivenza ingombrante della old economy e della prevalenza dell’economy quale che sia su quella green.
Si vorrebbe salvare la manifattura e la produzione industriale, e con esse ovviamente i posti di lavoro, però poi manca il coraggio di andare fino in fondo e completare la transizione al green.
Ilva è probabilmente il simbolo di questa difficoltà. Il governo ha cercato per due anni di rimetterla in sesto varando quantità di decreti, ora si appresta a metterla in vendita o in affitto (che non è la stessa cosa), allungando la scadenza degli interventi di risanamento ambientale, mentre i dati sulla qualità dell’aria dicono però che la situazione a Taranto non sembra così migliorata.
Il rischio è quello che Ilva faccia una brutta fine, dilapidando migliaia di posti di lavoro, stretta tra la morsa della concorrenza internazionale da un lato e dell’inefficienza dall’altro. Invece serveirebbe guidare un progetto (pubblico) di riconversione o a una produzione sostenibile (esiste anche il riciclaggio dell’acciaio, per esempio) o a un’uscita definitiva dall’economia dell’acciao (anche se Taranto è un polo dove si concentrano anche altre attività fortemente inquinanti).
Annunci
No comments yet

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: