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Lode della globalizzazione

12 gennaio 2015

Nel supermarket kosher di Porte de Vincennes potevamo tranquillamente ritrovarci in tanti, non perché necessariamente ebrei o filo-israeliani, ma perché estimatori di un cibo mediterraneo da tempo globalizzato.

Ci pensavo, mentre guardavo venerdì scorso le immagini dell’assedio delle forze speciali francesi ad Amedy Koulibali.

Per Koulibaly, immagino, quel supermercato – cioè un luogo di consumi –  incarnava invece un simbolo dell’ebraismo, di una identità precisa. Quello che mangi è quello che sei, insomma.
Strano però quanto quest’idea possa valere per la cucina ebraica ma non per i ristoranti cinesi. O per i posti dove vendono kebab.

Koulibaly e quelli come lui però non sono soli, a condividere quest’idea del mondo. A pelle, mi viene da associarli a quegli amministratori del Nord Italia che per anni hanno combattuto battaglie contro il kebab. O alla passata giunta comunale di Roma che, tra i suoi primi atti, cancellò i cosiddetti menù multietnici nelle mense scolastiche.

A questi che chiamiamo identitari – e che però difendono non l’identità, ma una variante separatista, chiusa e stupida di essa – non scorderemo mai di ricordare che i pomodori o il caffè, grandi simboli della tradizione italiana,  vengono dall’America. Per gente che vorrebbe fare la “guerra del cibo”, è davvero una brutta pecca.

E’ vero che sei quello che mangi. E dunque se cucini e mangi secondo i giorni e la voglia le lasagne, il tabulé, il curry, il crumble, l’avocado in salsa e via dicendo – parlo di cose di cui sono goloso – un’identità ce l’hai, eccome: sei di fatto quel che più si avvicina a un cittadino del mondo, almeno dal punto di vista culinario.

Poi, vabbe’, magari al tempo stesso sei razzista od omofobo, oppure un ladro o un pedofilo, o anche solo un misogino. Nessuno è perfetto, e questa  è una delle cose terribilmente interessanti dell’essere umani.

Oppure sei conscio del fatto che sarebbe meglio consumare alimenti di stagione ed evitare prodotti esportati da enorme distanze, raccolti magari da gente sfruttata e che ha poco da mangiare, ma pensi di poter fare qualche strappo.

Però, la globalizzazione è anche quella cosa che , pur avendo prodotto (e producendo) schiavitù, morte, miseria e malattie poi porta il quotidiano francese Liberation a titolare oggi “Nous sommes un peuple”, Noi siamo un popolo. Un titolo che non solo farebbe incazzare a morte Koulibaly e i suoi ispiratori – e anche leghisti e identitari di destra, ma pure un certo numero di nazionalisti di sinistra, temo – ma anche quelli che per secoli hanno cercato una definizione di popolo che fosse la più precisa possibile.

Il dizionario Sabatini Coletti (quello che usa il Corriere.it, uno dei primi che ho trovato online) per esempio dice di popolo: “Collettività relativamente omogenea di uomini accomunati da lingua, cultura, origini, tradizioni (indipendentemente dal fatto che vivano in uno stesso e unico stato)”. Cioè, fatemi capire, quelli che hanno sfilato ieri a Parigi e in Francia sono questo popolo (di uomini: e le donne?) qui? O invece sono un popolo di cittadini, che restano tali pur essendo di colore diverso, professando religioni differenti o non professano alcuna una atei o agnostici, le cui famiglie provengono da posti geograficamente diversi?

Ecco, la migliore risposta alla globalizzazione “cattiva” è la globalizzazione “buona”.

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