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La passata di pomodoro

24 giugno 2013

Se avete una quarantina d’anni e siete originari dell’Italia centro-meridionale, probabilmente avete vissuto anche voi l’epopea della passata di pomodoro fatta in casa. D’estate, col caldo reso ancora più insopportabile dalla bollitura della passata, tra il ronzio costante della macchinetta elettrica utilizzata per schiacciare i pomodori ((altre volte si era lavorato a mano, ma rischiando la slogatura, visti i quantitativi da passare) e l’odore pungente a coprirne qualsiasi altro.

Non so per quanti anni la mia famiglia – coi nonni paterni, e le famiglie dei quattro fratelli di mio padre – abbia coltivato l’usanza della produzione in serie di passata. Credo fino all’inizio degli anni 80.

Il pomodoro “liquido” veniva conservato in bottiglia – spesso erano vecchie bottiglie di birra, con un nuovo tappo di latta applicato grazie a una pressa a mano – in cantina, e ci si andava avanti di solito per un anno.

Ma prima c’era il rito della bollitura, che durava ore, con le bottiglie piene adagiate in un bidone del diesel riempito d’acqua e riscaldato grazie a un grosso fornello a gasa alimentato da una bombola (nel cortiletto, dai miei nonni, o sul balcone a casa nostra). Per evitare che le bottiglie si rompessero, si usavano fogli di carta di giornale per separarle. Ogni tanto , però, qualche bottiglia esplodeva comunque e risuonava una bestemmia.

Ripenso a quel periodo con un po’ di nostalgia, anche se i miei ricordi sono un po’ confusi e di certo mi infastidiva l’odore dei pomodori e il fatto che alla fine fossimo tutti macchiati di passata.

Ricordo di aver letto, anni fa, il racconto di una scrittrice australiana di origine italiana sulla pratica familiare della passata, importata laggiù tale e quale dell’Italia, che durava due o tre giorni nel giardino sul retro della casa . Un’usanza imbarazzante, per lei, che le impediva di uscire coi suoi amici. Ai quali raccontava una bugia: devo andare a trovare i miei parenti, devo partire, sono malata…

Oggi, fare la passata a casa è senza’altro una roba complicata, visti i tempi, e poco economica, se con meno di un’euro compri al supermercato una confezione decente. E poi mangiamo meno pasta di un tempo. Ma non avrei mai pensato di avere nostalgia per la “puzza” di pomodoro.

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6 commenti leave one →
  1. Corrado permalink
    24 giugno 2013 11:10

    Ma pure chi è meno anziano si ricorda di ste cose. 🙂 Mia nonna materna ha fatto le bottiglie di pomodoro fino almeno alla fine degli anni ’90.

  2. 24 giugno 2013 12:44

    io odiavo la passata fatta in casa perché aveva le “pellecchie” – inoltre la facevano le mie zie patrerne che sono tutt’oggi delle gran zoccole, ma l’idea in sé mi piace, dal punto di vista folkloristico- antropologico.

  3. 24 giugno 2013 12:44

    dimenticavo: ho trovato il posto molto poetico

  4. 25 giugno 2013 13:47

    Post bellerrimo.

    Detto questo, ho detestato tutte quelle estati, nessuna esclusa. Il tanfo di cipolla – tanto che cucino solo sughi rossi all’aglio – e quelle foglioline di basilico infilate a forza nel collo della bottiglia di vetro marrone. Peroni, Dreher. E ci fosse stata una casa che non avesse le porte spalancate, tutti in strada, con fornelloni più o meno improvvisati sull’uscio, passaverdure agli uomini, pentolame di alluminio alle donne.

    Essì che i pomodori non esistevano, dopo l’estate. Bisognava farla, la passata. Era nel Dna, credo. Pomodori. Che erano un frutto estivo, e dell’estate erano il colore, l’odore, il simbolo. E quanto eran buoni, quei pomodori. Mica l’acqua sferica che vendono ora, in qualunque stagione.

    Ma che odio, che puzza, che tortura. Che bei ricordi di nonne e nonni.

  5. 25 giugno 2013 14:40

    Io terrone modestia a parte annovero anche la partecipazione alla meno poetica uccisione del maiale…ruolo : mescolare il sangue che scendeva nel secchio per non farlo coagulare se no addio sangui
    naccio!

  6. 25 giugno 2013 22:39

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