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Lettera di un giornalista al M5S

28 febbraio 2013

Buongiorno.

Sono un giornalista, faccio questo lavoro da quasi 25 anni. Ho un contratto a tempo indeterminato, ma sono stato anche freelance, collaboratore o, come si dice, “abusivo di redazione”. Seguo in gran parte la cronaca politica, ma anche altri temi, dall’ambiente alla sanità. Per anni ho seguito la cronaca locale, anche la cronaca nera.

Ho le mie opinioni politiche e normalmente non ne faccio mistero. Anzi, proprio per il lavoro che faccio riterrei ipocrita celarle. Ma sono abituato, per formazione e professione, a informare correttamente, a prescindere dalle mie idee. O almeno, ci provo.
Lavoro, da oltre 12 anni, per un’agenzia stampa internazionale che non riceve finanziamenti pubblici e che non è allineata. E che ha anche un preciso codice etico e professionale. La prima regola, è quella di scrivere una notizia solo se c’è una fonte, almeno una fonte, diretta.E non sempre è facile.

Dopo aver letto quel che ho scritto fin qui, uno potrebbe comprensibilmente commentare: “E chi se ne frega”. Ma il motivo per cui mi sono dilungato sul “chi sono, cosa faccio”, è perché non siamo tutti uguali. E non facciamo tutti lo stesso genere di lavoro, nello stesso modo.

Quella dei giornalisti è una “classe” – non mi piace la parola casta, non siamo in India: e poi esiste anche la casta degli “intoccabili” – spesso non amata dall’opinione pubblica. Spesso anche a ragione. Ma siamo in buona compagnia, con gli avvocati, con altre professioni. E anche con i “politici” (ruolo che secondo me non dovrebbe essere una “professione”, ma se ne può discutere).

Da lunedì scorso anche gli eletti del Movimento Cinque Stelle a Camera e Senato sono anche loro “politici”. “Dipendenti” degli elettori, come usano dire alcuni – io preferisco “rappresentanti” – ma comunque politici.

Questo non significa che io provi a ottenere compiacenza da voi, anche se ovviamente mi piacerebbe fare scoop, è chiaro (è nella natura del giornalista, direi). Vorrei anzi che restassero ben distinti, i nostri rispettivi ruoli.

Quel che invece non apprezzo, e denuncio, è il considerare tutti i giornalisti come un “gruppo” asservito a qualcuno o qualcosa, un nemico.

Io faccio del mio meglio per informare il più correttamente i lettori, i clienti – le persone o gli enti che acquistano il notiziario prodotto dalla agenzia per cui lavoro – sulle cose che accadono e, nei limiti delle mie capacità e delle possibilità, anche su quelle che possono accadere, sulle tendenze.
Certo, ci sono giornalisti che fanno un altro lavoro, che tifano, che piegano le notizie alla bisogna.
Ho lavorato per alcuni anni in un quotidiano di partito, “l’Unità”, e lo rivendico. A me è capitato però, di tanto in tanto, di entrare in contrasto con “l’editore”, cioè il partito, o certi esponenti di partito, proprio perché le notizie che portavo e scrivevo non erano quelle che avrebbe voluto (e in diversi casi i miei capi hanno preso le mie parti).

Non pretendo trattamenti preferenziali da voi, per questo, però, ripeto.
(Mi è capitato anche, anni fa, ai tempi del “Vaffanculo day” di scrivere che nei commenti dei sostenitori di Grillo si trovava davvero di tutto, anche un certo numero di  razzisti. E qualche sostenitore, che non ha gradito, ha indicato il mio articolo tra quello dei giornalisti “servi”).

Pretendo invece che comunichiate, in modo diretto , chiaro, con tutti.
Non sapete qualcosa? Dite: “questo non lo so”. Non potete dire qualcosa? Dite: “Di questo non sono autorizzato a parlare”.
Però non impediteci di parlare con i “portavoce”, cioè deputati o senatori o consiglieri. Sono loro a dover decidere se lo vogliono fare o no.
Non ci spiegate come dobbiamo chiamarvi. Non funziona, non ha mai funzionato. E non è così che impedirete a certi giornalisti di scrivere falsità (o quelle che ritenete tali).
Anzi, è dal silenzio che nascono le mistificazioni.
L’informazione non è solo talk show e gossip. Siamo d’acc0rdo. E se non ci andate, ai talsk show, così come sono, secondo me è anche meglio (parlo da spettatore, cittadino e giornalista). Ma questo non esclude che si debba riconoscere un ruolo ai media. In modo trasparente, diretto, democratico.

Grazie dell’attenzione.

(Ps: Ci ha provato già un vostro “nemico”,  Massimo D’Alema, nel 1998, quando divenne premier, a “silenziare” i suoi ministri e gli uffici stampa: ma durò solo qualche settimana, perché da una parte c’è la vanità personale, dall’altra la necessità di comunicare)

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