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Perché un’alleanza “liquida” Pd-Grillo potrebbe funzionare

27 febbraio 2013

* Nel 2009 Grillo voleva candidarsi a segretario del Pd
* Bersani punito per sostegno a Monti in governo con Pdl
* Programma M5S più vicino a sinistra che alla destra
* Uniti su legge per impedire a Berlusconi di ripresentarsi
di Massimiliano Di Giorgio
ROMA, 27 febbraio (Reuters) – Sembra passato un secolo, ma sono trascorsi solo tre anni e mezzo da quando Beppe Grillo, nell’estate del 2009, annunciò che voleva candidarsi alle primarie per il nuovo leader del Partito democratico, dopo le dimissioni di Walter Veltroni.
Alla fine la sua iscrizione al Pd fu respinta come “provocatoria”, e le primarie furono vinte da Pier Luigi Bersani.
Risale ad allora la battuta di Piero Fassino, che commentò: “Grillo metta in piedi una organizzazione, si presenti alle elezioni e vediamo quanto voti prende”.
Alle politiche di domenica e lunedì il Pd ha preso alla Camera 8.644.000 di voti, il Movimento 5 Stelle di Grillo 8.689.000 diventando la singola lista più votata.
Ieri, nel suo primo commento dal vivo a più di 24 ore dalla chiusura delle urne, Bersani ha evocato la possibilità di governare proprio con il suo mancato competitor interno.
L’apertura al M5s non deve stupire, anche se negli ultimi mesi la polemica tra Pd e grillini ha raggiunto punte altissime. Quella di Bersani, infatti, sembra quasi una scelta obbligata, sia per le indicazioni che vengono dagli elettori che per la possibile convergenza su alcuni punti di programma.

VOTO DI PROTESTA CONTRO IL GOVERNO TECNICO
Prima di tutto, c’è una questione di tendenze elettorali. In queste elezioni, dicono gli analisti, i democratici, accreditati come i vincitori dai sondaggi, hanno perso moltissimi voti verso il M5s. Un milione, secondo Swg. Mentre per l’Istituto Demopolis un quarto dei voti a Grillo viene da ex elettori Pd.
Una parte dei voti poi, dicono le analisi, sono andati all’alleato Sinistra Ecologia e Libertà, il partito di Nichi Vendola, che peraltro non ha brillato.
Questo sembrerebbe indicare che il Pd – che ha perso complessivamente circa 3,5 milioni di voti rispetto al 2008 – non ha saputo rappresentare a sufficienza un’istanza di cambiamento agli occhi di una parte dei suoi stessi elettori, che tra il “Pdmenoelle”, come lo chiama Grillo, il Pdl e il premier uscente “Rigor Montis” hanno scelto M5S.
Il punto debole del Pd, infatti, sembrerebbe quello di aver appoggiato per oltre un anno il governo tecnico, sostenuto da una larga coalizione in cui c’era anche il “nemico” per antonomasia, Silvio Berlusconi.
Quella scelta fu digerita male da una parte del partito e dei suoi sostenitori, ma Bersani rivendicò il “senso di responsabilità” in un momento in cui lo spread tra titoli di Stato italiani e tedeschi era alle stelle e i conti pubblici erano sfuggiti al controllo.
Successivamente, il leader disse che avrebbe potuto “vincere sulle macerie” ma di aver preferito pensare all’interesse del Paese. Alla fine, a “staccare la spina” al governo fu poi il Pdl di Berlusconi nel dicembre scorso, rompendo gli accordi.

GOVERNO DI CAMBIAMENTO
Ma ieri Bersani, accusato da alcuni di aver condotto una campagna elettorale “soft”, mentre Grillo riempiva le piazze e Berlusconi prometteva la restituzione dell’Imu, ha avuto uno scatto e ha lanciato la proposta di un “governo di cambiamento” proprio con il M5S, che ha spesso indicato come un gruppo populista e poco democratico.
E ha bocciato invece chiaramente l’idea di una nuova intesa con Berlusconi, senza neanche nominare Monti.
I punti di programma che il leader Pd ha evocato potrebbero trovare il consenso del movimento di Grillo, che già in Sicilia ha dato vita a un’inedita intesa col governatore democratico Rosario Crocetta.
“La riforma delle istituzioni e della politica, la moralità pubblica e privata, la difesa dei ceti più esposti alla crisi, l’impegno per una nuova politica europea del lavoro”, ha scandito Bersani.
Ieri lo stesso Grillo, pur escludendo “inciuci” con i partiti tradizionali, ha detto di essere pronto a valutare “tema per tema” il voto. Due giorni fa, un neoeletto deputato del M5s, il romano Alessandro Di Battista, aveva già lanciato un amo al Pd, spiegando che i grillini sarebbero pronti, per esempio, a votare una legge sul conflitto d’interessi.
Tema di scontro da un ventennio tra centrosinistra e centrodestra e materia incandescente dal momento che potrebbe impedire a Berlusconi, proprietario di un impero multimediale, di candidarsi alle prossime elezioni, che saranno probabilmente anticipate, secondo molti osservatori.
Alessandra Moretti, ex portavoce di Bersani e componente della direzione nazionale del Pd, ha raccolto subito l’invito e durante la puntata di Ballarò di ieri sera ha inserito il conflitto di interessi tra i punti principali di un ipotetico governo centrosinistra-grillini.

UN MOVIMENTO “DI SINISTRA”
Anche se Grillo ha raccolto molti voti in uscita dal centrodestra – un terzo circa, dicono gli analisti di flussi elettorali – il programma del movimento è molto più caratterizzato a “sinistra”, non fosse che per la grande importanza che viene attribuita al ruolo dello Stato in tema di sanità, scuola e trasporti, o per la richiesta di un sussidio di disoccupazione garantito. Ma anche per l’indicazione a sostenere l’economia “reale” rispetto a quella finanziaria, per esempio con il divieto di incroci azionari tra banche e industrie.
E potrebbe piacere al Bersani delle “lenzuolate” anche il riferimento all’abolizione dei monopoli di fatto e l’allineamento delle tariffe dei servizi a quelle europee.

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Trackbacks

  1. E’ passato solo un mese (ovvero, io aspetterei a sparare sull’M5S, e attenti alla spocchia) | il sub (senza muta né uniforme)

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