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Philip K. Dick e Silvio Berlusconi

6 febbraio 2013

(una cosa che scrissi a metà anni 90, e che servì poi a imbastire una sorta di “lezione” a ragazzi di Sinistra giovanile sull’importanza della fantascienza, anche, o soprattutto, per chi fa politica)

 

Se è vero che il presente è scritto nel passato, ci possiamo ragionevolmente aspettare che il nostro futuro sia illuminato almeno un po’ dalla fantascienza dei bei tempi andati?

Se credete che la vera macchina del tempo funzioni non tanto grazie a particelle ancora sconosciute e ai miracoli della microelettronica, ma quasi esclusivamente con l’energia del pensiero, allora andatevi a leggere un racconto di Philip K. Dick che si chiama “Yancy” (sono solo 23 pagine su una vecchia antologia dell’81, Urania 896). Scoprirete che l’arrivo sulla scena del Cavalier Berlusconi era già ampiamente previsto nel 1955 (e magari, chissà, anche in qualche quartina di Nostradamus). E che esiste qualche possibilità di ricacciarlo da dove è venuto.

Il titolo del racconto dickiano si rifà a un personaggio – John Edward Yancy, appunto – che da una decina d’anni compare regolarmente nelle trasmissioni tv di Callisto, una delle lune di Giove. Chi è Yancy? “Un uomo di mezza età, vicino ai sessanta, la faccia abbronzata, il collo rossastro, un sorriso amichevole”, “una specie di filosofo per famiglie”, “l’uomo più popolare in circolazione”, “il tipo più noioso e mediocre che ci si possa immaginare”. Dalla sua vecchia scrivania di rovere nello studio di casa – ma lo sfondo cambia spesso, mostrando scenari che sembrano tratti di peso dallo spot di “Forza Italia” – intrattiene milioni di spettatori con discorsi, massime e consigli, trasmessi parecchie volte al giorno, i cui temi vanno “dall’arte moderna all’uso dell’aglio in cucina, dal socialismo alle bevande intossicanti, dalla guerra alle bistecche, dall’educazione agli abiti femminili aperti sul davanti…”.

Nel frattempo dalla Terra, sede della federazione dei pianeti, una squadra di agenti viene inviata su satellite per capire perchè “la struttura politica di Callisto si stia muovendo in una direzione totalitaria” – come suggerisce l’analisi elaborata dai computer di Washington – pur senza mostrare i tipici sintomi dell’avvento di una dittatura. Sulla luna, infatti, tutto sembra a posto: ci sono due partiti, “uno un po’ più conservatore dell’altro”, niente prigionieri politici o campi di concentramento, tutti sono liberi di lamentarsi. “Eppure – osserva uno degli agenti – questa gente vive in una società a partito unico, con una linea di partito e un’ideologia ufficiale. Mostrano gli effetti di uno stato totalitario accuratamente controllato. Sono cavie… che se ne rendano conto o no”.

La chiave del mistero sta proprio in quel personaggio affabile e tranquillo che è Yancy – e che Dick identifica in realtà con il presidente Eisenhower, e i suoi “discorsi davanti al caminetto”: le sue opinioni, così nette sulle scelte quotidiane (come tagliarsi i capelli, a cosa giocare, etc.) risuonano di un vuoto assoluto sulle grandi questioni, riempito da frasi altisonanti. La sua è una personalità apolitica, senza punti di vista. E il suo pubblico finisce per assomigliargli: indifferente e passivo, acquista ciò che lui consuma in tv, legge le riviste che compaiono sul suo tavolo; “un’intera generazione sta crescendo aspettandosi da Yancy una risposta a tutto”. Ecco la radice del totalitarismo senza violenza: la persuasione: “la tortura e i campi di sterminio servono solo quando la persasione fallisce. Lì invece la persuasione funzionava benissimo”.

E allora scopriamo che Yancy è in realtà una personalità sintetica, un androide, ai cui vacui discorsi – in tv, nei film, nelle riviste, nei libri, nei fumetti, negli spot – lavorano centinaia di creativi, seguendo un copione imposto dall’alto, dalle compagnie commerciali che possiedono la luna. Un copione che però parla anche di “pericolo dall’esterno”, della “necessità di essere uniti”, di “guerra giusta”… perchè è una guerra contro Ganimede che si sta preparando, da anni.

Ma anche la videocrazia ha i suoi limiti. Succede così che sia proprio uno degli uomini-yance, un creativo che ha conservato l’anima, a ideare la strategia per battere i trust commerciali, con l’aiuto degli agenti della Terra: Yancy comincia gradatamente a dire cose meno banali, a diffondere attraverso l’uso dello stesso mezzo catodico – e i suoi codici – il germe del dubbio e della scelta individuale, l’idea della “complessità” (comunicata però nel modo più semplice possibile).

Così, invece che della solita birra, il bicchiere di Yancy si riempie di gin and tonic, o di limonata. Dimenticati i western, i suoi libri preferiti possono diventare le tragedie greche. Al posto della “Storie di Cani”, sul suo tavolo compare la rivista di psicologia. Anche la guerra può essere considerata una cosa giusta o ingiusta, ognuno deve decidere di testa propria. E così via. La morale è progressista: “Non ci sarebbe stata più nessuna risposta prefabbricata di Yancy”.

Un anno più tardi, nel ’56, Dick dedica un intero romanzo alla videocrazia futura, e a come difendersene (“Redenzione Immorale”, Urania 1013). Il suo personaggio principale, Allen Purcell, è ancora una sorta di uomo-yance, alla guida di un’agenzia che produce sceneggiati e soap opere infarcite di morale.

Dopo l’olocausto nucleare la Terra è in pace, e i confini del dominio umano hanno superato le galassie. Il pianeta costituisce un’unica società, governata dalla Redenzione Morale, o Remor, un totalitarismo bacchettone che rifugge della violenza fisica (di nuovo), ma che ricorre all’uso dello spionaggio tra coinquilini per controllare il rispetto dei precetti etici, e che affida a telenovele e trasmissioni da “dipartimento scuola educazione” la formazione della morale. La storia del passato è stata ampiamente depurata per giustificare il presente e c’è un’ampia lista di “letteratura degenerata” messa al bando per non corrompere i costumi dei cittadini (Joyce, Hemingway, etc.). Sfuggire alla Remor è impossibile, a meno di cercare esilio volontario nelle zone ancora radioattive o di farsi ospitare nella Casa di salute (governata dalla società degli psicologi, che però costituisce solo l’altra faccia del sistema).

Proprio quando Purcell riesce ad arrivare al vertice del gigante televisivo TM – il cuore della Remor, lo strumento del suo consenso – la sua trasformazione interiore si compie definitivamente: scopre di essere stato proprio a lui a profanare, seppure inconsciamente, la statua del maggiore Streiter – il “padre della patria” – e capisce di trovare intollerabile la Remor e i suoi condizionamenti. E allora, mentre le autorità si apprestano a togliergli il posto e cercano perfino di ucciderlo, il “creativo pentito” usa la sua risorsa nascosta, il senso dell’umorismo. Sarà proprio la tv a trasmettere la sua grande beffa in diretta: il programma più seguito della settimana rivelerà – con tanto di falsi esperti storici – che alla base di questa società pacificata c’è la “assimilazione attiva” dei riottosi, cioè il cannibalismo, praticato dal maggiore Streiter e dai suoi seguaci. Orrore, ma per ridere. E ridere per pensare. Insomma, sarà l’ironia che ci salverà, forse anche da Berlusconi. Parole che vengono da un futuro dietro le nostre spalle.

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