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A Israele servirebbe un vero “rottamatore”

30 novembre 2012

Tra un’offensiva a Gaza e la tregua con Hamas, e soprattutto ora che l’Autorità nazionale palestinese di Abbas ha ottenuto lo status di stato osservatore all’Onu, Israele si avvia mestamente al voto anticipato, a gennaio.

E proprio ora che gli servirebbe un rottamatore vero, qualcuno capace di mandare in pensione politici molto spesso di lungo e lunghissimo corso,  che sembrano incapaci soprattutto di accorgersi dei cambiamenti nel mondo che li circonda, non ce l’ha, o almeno non pare.
Qualcuno capace di trasformare l’economia di guerra permanente di Israele, stato oltrettutto sovrassistito economicamente dagli alleati – come i palestinesi peraltro campano di sussidi internazionali – in un’altra cosa.

Il vincitore annunciatore c’è già: Bibi Netanyahu, leader del Likud, di destra. Ha 63 anni, è in politica da 30 anni, ha fatto il premier negli anni 90 e fino a pochi anni fa sembrava avviato al tramonto politico.

A sfidarlo ci sono Shaoul Mofaz, 64 anni, già generale e ministro della Difesa, capo di Kadima, partito centrista. Tzipi Livni, 54 anni, già ministro, uscita da Kadima (e prima dal Likud) quando ha perso la leadership e ora intenzionata a farsi un suo partito di centrosinistra.  Shelly Yachimovich, 52 anni, giornalista, leader del Labour, alla cui guida è arrivata un anno fa. Si tratta dell’esponente politico più “nuovo” della scena israeliana.

Poi ci sono una sfilza di partitini nazional-religiosi che sono stati fin qui alleati un po’ di tutti, ma soprattutto del Likud, che oggi è coalizzato con il partito di Avigdor Lieberman, 54 anni, Yisrael Beiteinu, che è nazionalista, e revi-sionista (il neologismo è mio, sta per revisionismo sionista) ma non confessionale. E ci sono altri partitini liberali o di sinistra, compresa una formazione più o meno verde.

In teoria la maggioranza dei partiti in Israele (in cui risiede una minoranza non piccolissima di arabi cittadini israeliani ) sostengono l’idea di uno stato palestinese indipendente (mentre Hamas, che controlla Gaza, in teoria sostiene ancora la distruzione di Sion, e questo è bene sempre ricordarlo).
Il problema è che poi però tra una rivendicazione da una parte e dall’altra, tra un lancio di razzi e un assassinio mirato, ecc ecc, tutto questo resta sulla carta. E nel sangue versato.

Peggio. Con la famosa primavera araba i governanti di Israele si sono fatti prendere dal panico, al punto da far pensare che avrebbero preferito trattare con dittatori assassini che in fondo non toccassero gli interessi israeliani piuttosto che con democrazie, come è una democrazia vera quella di Tel Aviv e Gerusalemme (i paragoni con l’apartheid sono come al solito emotivamente attraenti ma fuorvianti, come quello dell’Olocausto palestinese tirato fuori ogni 3×2, dimenticando però i massacri di palestinesi in Giordania e Libano).

Quello che sta accadendo ora – con tutta la retorica di ieri e oggi con il mondo che ce l’ha con Israele per il voto all’Onu – la chiamerei sindrome da Masada. O, meglio, da Fort Apache. Il fortino assediato dai nemici cattivi che stanno lì fuori, armati dall’Iran (che non è un paese arabo ma a maggioranza persiana, musulmano sciita, quindi in scazzo con i sunniti e i wahabiti per varie cose, compresa la accusa di perseguitare la minoranza araba).

Israele è riuscito pure ad alienarsi la Turchia, paese musulmano che invece l’ha sempre sostanzialmente sostenuto per comuni interessi, e che ora, con la leadership islamista moderata che governa ad Ankara (una specie di Dc turca), sta cercando di ricavarsi un ruolo di leadership regionale, anche perché l’Unione europea ha continuato a tenerla ai margini.

Paradossalmente, si sente quasi la mancanza della precedente generazione di politici israeliani. Vecchi generali che hanno fatto la guerra e che, come Rabin, si sono poi accorti che non avrebbero vinto, così. Perché, appunto, la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi. Se però la guerra diventa la giustificazione permanente per fare la pace (da entrambe le parti), c’è un problema.

Tra il 2010 e il 2011 anche Israele ha avuto un suo movimento di indignati. Gente, soprattutto giovani ma non soltanto, incazzata per il livello di vita, che è scesa significativamente in piazza. La protesta si è però persa nelle nuove escalation di violenza. E oggi migliaia e migliaia di giovani hanno paura di essere richiamati in servizio militare per la situazione di Gaza.

Questa crisi permanente costa non solo paura ma anche soldi, a maggior ragione oggi che c’è una crisi finanziaria ed economica globale e che gli Stati Uniti vorrebbero guardare altrove, e non solo al Medio Oriente (anzi, più altrove che al Medio Oriente), per risolvere i propri problemi energetici ed economici.

Se non c’è un aspirante leader (che poi è una squadra, un gruppo) israeliano che lo capisce, un rottamatore che dica le cose come stanno e sfidi quelli di Fort Apache, sono guai, appunto.

 

 

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2 commenti leave one →
  1. 5 dicembre 2012 08:39

    La DC turca che censura i SImpson perché sono anti islamici? E Israele che rompe con lo storico alleato turco?

    Max caro, perdonami ma penso che tu sia davvero tanto fuori strada. C’è un disegno neo ottomanista – tanto che a Levante si parla di Ottomanìa – che è figlio dell’islamismo turco, che per ora si esprime attraverso una legittima voglia di essere main player regionale da parte di Ankara. Disegno che però porta dritti verso il califfato.

    Non ho simpatia alcuna per Bibi o il suo governo, e se possibile meno ancora per Lieberman, ma Israele rimane una cosa e il mondo musulmano – sunnita, sciita, arabo, persiano o turco – rimane il profondo Medioevo che ha scelto d’essere con la revisione salafita occorsa dopo la caduta di al-Andalus. Un Medioevo ferocemente aggressivo – che sia hard come a Londra e Madrid o soft power come ad Amsterdam e Oslo – nei confronti di qualunque cosa, terra, entità, individuo che non si pieghi alla sua ‘cultura’.

    Un rottamatore, eh beh, Israele lo ha avuto. Il suo nome è, era, Ariel Sharon. Come dici tu, il vecchio generale che ha fatto la guerra e che, unico fra i leader di Gerusalemme, ha abbandonato pezzi di territorio occupato. E lo ha ordinato facendo massacrare di botte i ‘resistenti’: gente che si è vista non solo portar via la casa ma la comunità che aveva costruito. Un po’ come se a noi donassero un’altra casa in cambio della nostra abusiva e costruita su terra altrui, ma togliendoci in cambio amici, condomini e vicini. E senza pretender nulla in cambio dagli arabi.

    Per il mio dolore, e ahimè per il benessere di Israele, la cara Tzipi non è riuscita a sostituire il vecchio leone. E si è tornati a quell’arnese di Netanyahu.

    A Israele servirebbe un sistema elettorale maggioritario. Ma chi avrebbe il coraggio di farlo? Dei due partiti storici ne è rimasto solo uno, che governa solo grazie ai russi di Lieberman e ai partitini religiosi. Chi avrebbe goduto di un sistema tale insieme al Likud – fornendo al Paese una scelta chiara, e sempre più chiara in nome della competizione uno-contro-uno – era il Labour. Il Labour di Rabin e Barak che non è sopravvissuto all’ultimo tradimento di Arafat che, firmati gli accordi davanti a Clinton, davanti ai notabili di Fatah che avrebbero perso la rendita di guerra s’è rimangiato ogni residua idea di onore.
    E rispettare il volere popolare che, sondaggio dopo sondaggio, vorrebbe l’ingresso di israele nell’UE che, invece, continua a finanziare i testi scolastici di Hamas dove gli ebrei sono presentati, guarda un po’ che storica novità, come porci.

    Vacci, in Israele. Fai un giro in tutto il Paese, compresi i ‘territori occupati’. Va’ a vedere cosa è il muro, che è tale solo per una manciata di chilometri e altrove è identico ai confini che avevamo con l’allora Jugoslavia. Ci vogliono ventiquattro ore, perché tutta l’area non è più grande del Lazio, dalla Galilea al mar Rosso e dal Giordano al Mediterraneo. Altrimenti si fa accademia e della più scontata. Parla con gli arabi israeliani, che sono cittadini a tutti gli effetti, e con quelli del ’67 che hanno l’unica limitazione di risiedere nelle zone di provenienza ma sono liberi di girare e lavorare in tutto il Paese. Gli unici che non possono far nulla, guarda un po’ che storica novità, sono quelli sotto il potere dell’Anp o – poveretti, nessuno che scriva di come vengano fucilati senza processo – di Hamas.

    Vae victis. Non c’è altra regola nella ‘politica’ internazionale. Lo sapevano assiri e sumeri, galli e italici, sassoni e normanni, tedeschi e austriaci, tedeschi e giapponesi e – paraculi come sempre – italiani. Non è cambiato nulla, se non la tecnologia.

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