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La foto del Palazzaccio (e gli inutili sforzi degli ecologisti)

15 settembre 2012

Dopo la “foto di Vasto”, elemento ormai semi- mitologico dell’iconografia politica italiana recente – quella con Pier Luigi Bersani, Nichi Vendola e Antonio Di Pietro – ora arriva la foto del Palazzaccio, ovvero lo scatto che ritrae i promotori del referendum contro le modifiche all’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori.

Eccoli, Vendola, Di Pietro, Angelo Bonelli, Paolo Ferrero e Oliviero Diliberto, insieme a esponenti di Alba (no, non la canzone di Vasco) e della sinistra Cgil, davanti alla Corte di Cassazione, nei giorni scorsi.

Facile il gioco di fare diventare la foto il manifesto di un’alleanza elettorale, anche se poi, in fondo, non sembra che sia così.
Vendola pare intenzionato a giocare la carta delle primarie del centrosinistra, Rifondazione e Pdci vorrebbero andare al voto con una specie di Fronte di sinistra, Di Pietro minaccia di correre da solo a giorni alterni, quando non prova a convincere il Pd che bisogna ripetere l’alleanza delle amministrative. Bonelli non sa ancora bene che fare. In generale, molto dipende dal sistema elettorale che uscirà dal Parlamento.
Tutti questi sigmori insieme rappresentano un bel po’ di voti, comunque, stando ai sondaggi. Il che però non ne fa un gruppo omogeneo.

I meno omogenei di tutti, lì dentro, dovrebbero essere proprio gli ecologisti, rappresentati da Bonelli, che pure ha fatto tanto per portare fuori il Sole-che-ride dal cartello elettorale con la sinistra radicale, al punto da essere poi accusato dai suoi oppositori prima di voler andare col Pd, o addirittura di voler portare i Verdi nel Terzo Polo con Fini, o a destra.
Quella foto, insomma, ora rischia di guastare tutto il lavoro fatto.

Eppure, dopo aver vinto il cogresso dei verdi ed essere riuscito a dare vita a un nuovo soggetto politico, quello degli Ecologisti – che però oggi sembra molto in ombra – Bonelli ha fatto molto per portare il Sole-che-ride a una posizione autonoma rispetto alla sinistra radicale. Alle amministrative di maggio, per esempio, gli ecologisti erano più spesso alleate del Pd che di Sel, anche se a Taranto, città in cui Bonelli era candidato sindac in solitariao per la battaglia sull’Ilva (che poi è scoppiata in estate), il candidato di Vendola era sostenuto anche dai democratici. Gli ecologisti sono andati spesso col centrosinistra in formazione classica, in qualche caso da soli, raramente con i centristi (è il caso dell’Aquila).

In questo momento, i verdi sono in crisi un po’ ovunque in Europa, tranne forse in Germania, perché anche se la “crisi ecologica” (cioè il ruiscaldamento globale e le conseguenze di un modello di sviluppo che erode in modo apparentemente irreversibile le risorse planetarie) resta IL problema, la crisi finanziaria ed economica e la partita dell’euro stanno ridisegnando gli equilibri elettorali. In Italia, dove il Sole-che-ride non ha mai goduto di una salute eccezionale, se non i rari periodi, non va ovviamente meglio, anzi.
Sinistra ecologia e libertà non è una formazione ecologista, ma sostanzialmente, di sinistra radicale (tanto che si richiama oggi all’esperienza della greca Syriza) . La scelta di Bonelli di sostenere i referendum sull’articolo 18 insieme a Vendola e ai comunisti (e a uno che di sinistra non è, come Di Pietro, pur sapendo adattarsi alla bisogna) rischia di riportare i verdi in un’area da cui pure si erano allontanati a fatica, tornando a cercare voti tra elettori che però sembrano preferire posizioni più riconoscibili e leader più visibili.

E poi, oltre alla forma, c’è il merito. Se gli ecologisti vogliono creare nuovi posti di lavoro nella cosiddetta “green economy”, dovrebbero concentrarsi su quello più che su una battaglia – che ha certi limiti – per ripristinare regole che comunque riguardavano (e riguardano ancora) una porzione limitata di lavoratori, mentre il grosso dei precari oggi aspetta garanzie che comunque non verranno dal referendum.

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