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Rai, a settembre il piano di risanamento, ma su riforma Monti non ha vinto

23 agosto 2012

di Massimiliano Di Giorgio
ROMA, 23 agosto (Reuters) – La nomina di un presidente della Rai <RAI.UL> dotato per la prima volta di poteri che ne fanno quasi un amministratore delegato è stata interpretata come una vittoria del premier “tecnico” Mario Monti in un settore tradizionalmente controllato dai partiti.
Ma la mossa di Monti, che ha portato alla guida di viale Mazzini Anna Maria Tarantola, già vice direttore di Bankitalia – considerata la più autorevole istituzione italiana, da cui sono venute in questi anni figure come l’ex premier Carlo Azeglio Ciampi o il presidente della Bce Mario Draghi – non è l’attesa “grande riforma” dell’azienda pubblica radio-tv, criticata a volte per la lottizzazione interna, altre per l’eccessiva vicinanza al governo, ma che resta per gli italiani il principale canale di informazione.
Anche se il nuovo presidente e il consiglio di amministrazione dell’azienda hanno un mandato di tre anni, nella primavera del 2013 l’esperienza di Monti è probabilmente destinata a concludersi con le elezioni, e dunque la Rai resterà “orfana” del governo tecnico e avrà a che fare con un esecutivo politico.
Questa circostanza, insieme alla necessità di intervenire sui conti in rosso dell’azienda che rischiano di essere aggravati dalla recessione, fa sì che la presidente Tarantola, 69 anni, abbia iniziato a lavorare a spron battuto, ottenendo a luglio, nel giro di pochi giorni le cosiddette “super-deleghe”, e preparandosi a presentare un piano di intervento per la Rai a settembre, come hanno riferito alcune fonti.
Ma la Rai resta un terreno accidentato, e le mosse della neo-presidente – e del dg Luigi Gubitosi, 51 anni, un manager che ha lavorato per 20 anni in Fiat, che è stato anche AD di Wind e siede nel cda dell’Oxfam, un ong che lotta contro fame e povertà – rischiano di innescare reazioni tra i sindacati e i partiti, anche se oggi Pdl, Pd e Udc fanno parte della maggioranza che sostiene Monti.
Un primo scivolone già c’è stato nelle settimane scorse, quando a Gubitosi è stato concesso uno stipendio di 650.000 euro lordi annui, quanti al suo predecessore. Molti, nel Pdl e nel Pd, hanno protestato contro una decisione del genere in tempi di crisi. Poi però Tarantola ha tagliato il proprio stipendio di circa il 20% e la polemica è rientrata.

L’ESERCITO DEI COLLABORATORI E I CONTI IN ROSSO
Il più grande rimpianto di Lucia Annunziata, ultima donna alla guida di Viale Mazzini prima di Tarantola, è probabilmente quello di non essere mai riuscita a mettere le mani sul faraonico e semi-leggendario registro dei circa 40.000 collaboratori della Rai, che si affiancano a circa 12.000 dipendenti.
“Come presidente ho cercato disperatamente di avere il registro di tutti i collaboratori di cui si avvale l’azienda: non ci si sono mai riuscita. Le collaborazioni sono il vero polso di dove conta la politica”, racconta Annunziata, 61 anni, che al vertice della Rai rimase solo un anno, tra il 2003 e il 2004, prima di dare le dimissioni per protesta contro alcune nomine decise dal dg Flavio Cattaneo, voluto dall’allora premier Silvio Berlusconi.
Un rischio che sembra non correre Tarantola. Perché se è sempre il dg a proporre le nomine, ora dovrà essere la presidente ad approvarle – almeno quelle ‘corporate’, cioè non editoriali e giornalistiche –  e non più un consiglio di amministrazione ancora eletto dai partiti.
Per questo, due fonti vicine alla presidenza della Rai concordano nel dire che Tarantola e Gubitosi – del resto scelti entrambi da Monti – sono “condannati a lavorare insieme per il bene dell’azienda”.
Un’azienda che non se la passa benissimo, con un debito consolidato di circa 300 milioni di euro e un passivo che per il 2012 sarà di alcune decine di milioni – anche per il costo dei diritti tv per Olimpiadi ed Europei di calcio – secondo le stesse previsioni dell’azienda.
Sarà dunque Tarantola ad aprire il “libro dei collaboratori” – pieno di precari ma anche di consulenti ben pagati – e a mettere ordine nei conti della più grande azienda culturale italiana, che ha un fatturato attorno ai 3 miliardi di euro?
Intanto, secondo l’associazione “Iva Party”, che ha già scritto al governo, Viale Mazzini deve affrontare la vicenda di almeno 2.000 collaboratori a partita Iva che lavorano nelle redazioni di tg e programmi e che per la nuova riforma del lavoro potrebbero avere diritto all’assunzione.
Ma la Rai non sembra potersi caricare di altri dipendenti, e da mesi si rincorrono anzi voci – per ora sempre smentite dai vertici – del possibile taglio degli “esuberi”, quantificati in 3.000 dipendenti nei giorni scorsi da un quotidiano.

SPENDING REVIEW A VIALE MAZZINI
Fonti a conoscenza della materia hanno riferito che presidente e dg sono al lavoro su una sorta di “spending review”, con l’obiettivo di evitare gli sprechi e di abbattere i costi. “Senza il risanamento, la Rai non va da nessuna parte”, ha detto una delle fonti.
Due giorni fa, in un’intervista concessa al “Secolo XIX” dalla vacanza in Liguria – da cui rientrerà la settimana prossima – la presidente ha detto che sta lavorando sulla questione dei conti, non ha escluso un taglio dei cachet dei personaggi tv e ha chiesto che sul piccolo schermo ci siano donne “normali” e non solo pin-up.
Nell’intervista, Tarantola ha anche ricordato che a fine anno scade il contratto triennale di servizio tra la Rai e il ministero dello Sviluppo economico, che stabilisce la “missione e il ruolo” dell’azienda radio-tv, dalla “qualità dell’informazione” alla “diffusione dell’educazione finanziaria ed economica”.
Il capitolo delle nuove nomine aziendali si dovrebbe invece aprire dopo la questione del piano di risanamento. Il presidente, su proposta del dg, deciderà direttamente solo sull’area “corporate” (legale, affari strategici, finanza e pianificazione, personale, servizi generali e area tecnica), ma non quella editoriale e giornalistica. A dire l’ultima parola sui dirigenti di telegiornali, reti, generi, fiction, radio, marketing e “new media” sarà invece il cda.

IL PESO DEI PARTITI
“Con le deleghe speciali che ha, il presidente ha già tagliato le unghie a certi gruppi di potere e di pressione” interessati agli appalti e alle nomine in Rai, dice una fonte vicina alla presidenza.
La stessa fonte ammette però che il potere del cda in materia editoriale e giornalistica – in Rai lavorano 1.700 giornalisti – può permettere ai partiti, ma anche ad alcune lobby, di pesare ancora parecchio sulle scelte dell’azienda.
Che i partiti siano così importanti a viale Mazzini è un dato storico. La Rai (allora Radio Audizioni Italiane) nasce dopo il 1945, quando non c’era ancora la tv, come società privata controllata dalla piemontese Sip sulle ceneri dell’Eiar, la radio di Stato fascista, con lo scopo di ricostruire la rete radiofonica. Poi però il ministero delle Comunicazioni rileva tutte le quote.
“Dal Secondo Dopoguerra in poi il grande capitale ha avuto i suoi giornali, è sempre rimasto distaccato dalla politica dei partiti, guardandola dall’alto in basso: se ne è servito, ma senza riconoscere il primato della politica”, dice un dirigente Rai, e giornalista, che preferisce restare anonimo.
“La politica, il governo, si sono difesi utilizzando la Rai, usando la tv per rappresentarsi, per raccontarsi”.
E per gli italiani la tv resta ancora oggi il principale strumento per ottenere notizie: nel marzo del 2010 la pensavano così l’89,1% degli italiani interpellati dal’Autorità per la garanzia nelle comunicazioni.
A metà degli anni 70, con un’importante riforma seguita all’avanzata elettorale della sinistra, la Rai smette di essere direttamente al servizio del governo, e passa sotto il controllo del Parlamento. E’ quello che qualcuno chiama “pluralismo”, qualcun altro “lottizzazione”, con la divisione delle reti in sfere d’influenza dei principali partiti e in alcuni casi delle sue correnti.
Negli anni 90, con la decisione dell’imprenditore dei media Berlusconi di fondare un partito e candidarsi alle elezioni, lo scenario cambia ancora.
Il principale concorrente della Rai, divenuto premier, interviene sull’azienda. E il suo governo fa approvare una legge, la cosiddetta Gasparri – dal nome dell’ex ministro delle Comunicazioni Maurizio Gasparri –  che dà ai partiti, attraverso la Commissione di vigilanza, il potere di eleggere direttamente gran parte dei membri del cda, mentre gli altri sono indicati dal governo. Solo per eleggere il presidente occorre una maggioranza qualificata, quasi più ampia di quella che serve per eleggere il capo dello Stato.
Per lo stesso Gasparri, però, l’intromissione della politica nella tv pubblica “non è un problema solo italiano. Mi pare che (il premier Tony) Blair in Gran Bretagna abbia cacciato il capo della Bbc. (l’ex presidente francese Nicolas) Sarkozy è intervenuto nel sistema dei media francesi, e (il premier spagnolo José Luis) Zapatero, dopo essere andato al governo ha fatto leggi per favorire i gruppi editoriali che lo avevano sostenuto…”.
Ma per il deputato radicale – ma eletto nelle fila del Pd – Marco Beltrandi, che fa parte della commissione di Vigilanza, si tratta di “inaccettabile lottizzazione”: “In Rai i partiti si spartiscono le cose più importanti, l’informazione è lottizzata al 100%. Se prende il Tg1, può notare che indipendentemente dalla cronaca e dalle notizie ai partiti si tende a riservare sempre il medesimo tempo… c’è un controllo quasi militare. Per non parlare dei posti dirigenziali, dei giornalisti, della spartizione degli appalti, che vanno anche a familiari di politici e a società costituite da dirigenti”.
Beltrandi non ha votato per Tarantola, perché avrebbe voluto ascoltare prima il suo programma e valutare i candidati alla guida della Rai sulla base dei curriculum.
A certificare il tempo che la Rai riserva alla politica è l’Agcom. Secondo i dati il Tg1, nel luglio del 2012, ha complessivamente riservato oltre un quinto del cosiddetto “tempo d’antenna” della politica – cioè il tempo di parola diretta più quello riservato alle notizie relative a un soggetto – al presidente del Consiglio.
Nel tempo dedicato solo ai partiti, il Pdl ha trionfato col 35%,18%, seguito dal 25,34% del Pd e dal 9,72% dell’Udc.

IL COLOSSO DAI PIEDI FRAGILI
Nel frattempo, Tarantola e Gubitosi devono far fronte a una situazione per la Rai che ha vari punti critici, e potrebbero decidere oltre a risparmi, accorpamenti di canali e vere e proprie dismissioni.
All’inizio di agosto, il quotidiano “Italia Oggi” ha parlato, senza indicare fonti, della possibile vendita di immobili di pregio, come la sede di Venezia, sul Canal Grande, o quella di Torino.
Nel 2010 l’azienda ha incassato tra canone e fondi pubblici 1,685 miliardi, meno – spesso molto meno – delle altre emittenti pubbliche europee, ma ha un’evasione del canone stimata attorno al 27%,contro il 5% della Bbc o l’1% della tv pubblica francese.
Nel 2011 il broadcaster pubblico ha incassato dalla pubblicità circa 960 milioni di euro, con un calo di oltre il 15%. Ma a Mediaset, che non ha tetti pubblicitari ma neanche il canone, è andata peggio: -36%. Nel 2012 la previsione di Assocomunicazione per la Rai è di un calo del 9-14%.
Eppure la Rai è la tv pubblica europea con più canali: 14, più uno in alta definizione. “Investendo nel digitale terrestre la Rai non ha avuto risorse aggiuntive, in realtà ha avuto solo dei costi”, dice Augusto Preta, un esperto del mercato tv che insegna economia dei media all’Università di Sassari.
“Sono stati creati nuovi canali che portano solo costi. Non c’è ragione per cui un operatore pubblico abbia tanti canali”.
Un’idea, per Preta, sarebbe quella di ridurre i canali e vendere RaiWay, cioè la società che possiede la rete di diffusione del segnale tv e che è valutata al momento quasi un miliardo di euro, usando invece le risorse per i contenuti.
Una possibilità più estrema, consentita dalla stessa legge Gasparri, è quella di privatizzare, vendere una o più reti Rai.
Un analista finanziario milanese del settore media, che preferisce conservare l’anonimato, valuta per esempio in 450 milioni di euro Rai 3, che è ormai di fatto la seconda rete pubblica in termine di share. Anche se ammette che sarebbe difficile trovare un acquirente, almeno fino a che la situazione politica italiana, così ancora dominata dalla presenza di Berlusconi sia in politica che nel settore dei media, non cambi.
L’ex presidente Annunziata teme invece una soluzione “come all’Alitalia, con la good company e la bad company”, con la concentrazione delle risorse sulla “ammiraglia” Rai 1 e un processo come quello che in Francia portò alla privatizzazione di Tf1.
“Sono d’accordo a privatizzare, ma non così. Questa sarebbe una rapina ai danni dei contribuenti…. La Rai ha una posizione eccessiva sul mercato. E’ evidente che la Rai è troppo grande.. Ma se vendi solo le cose buone, che portano ascolto, è una fregatura”.
Ma la privatizzazione della Rai, pure sancita nel 1995 da un referendum popolare, non piace in genere ai politici italiani.  Nel centrosinistra, per esempio, furono molte le critiche all’ex premier Romano Prodi quando propose di vendere gran parte delle reti ai privati. E perfino il presidente degli investitori pubblicitari, Lorenzo Sassoli De Bianchi, l’ha esclusa, propendendo invece per la creazione di una fondazione in stile Bbc.

SOGNANDO LA BBC
Nel gennaio di quest’anno, Monti, intervistato nella popolare trasmissione “Che tempo che fa”, a Fabio Fazio che gli chiedeva conto di una possibile riforma Rai, rispose: “Mi dia ancora qualche settimana e lei vedrà”.
Oltre tre mesi dopo, a fine aprile, fu però il ministro per i rapporti col Parlamento, Pietro Giarda, a spiegare che “in considerazione dell’imminente scadenza del consiglio di amministrazione (della Rai)… non era possibile intervenire con una modifica legislativa”, assicurando comunque che “il governo è seriamente intenzionato ad aprire un dialogo col Parlamento al fine di giungere in tempi rapidi a una riforma della governance della Rai”.
Era, in sostanza, un’ammissione di fallimento, motivato soprattutto dai veti del Pdl, contrario a modificare la legge, in nome – sostengono i berlusconiani – della difesa delle prerogative del Parlamento sulla tv pubblica.
Nel frattempo, dopo l’elezione del cda e del presidente, la questione della riforma Rai sembra sparita dall’agenda di Camera e Senato, mentre il governo è sempre alle prese con la lotta alla crisi.
Intanto, esperti di comunicazione e media, come Giorgio Gori – un tempo enfant prodige di Mediaset e oggi, a 52 anni, attivista politico vicino al sindaco di Firenze Matteo Renzi – la Rai dovrebbe seguire il modello britannico, quello della Bbc: “Un primo organismo di garanzia, un trust con personalità al di sopra delle parti, nominato dal presidente della Repubblica, con funzioni di indirizzo e controllo, che nomina a sua volta un organismo di gestione composto da pochi membri che tra loro eleggono un amministratore delegato”.
E’ scettico invece Antonio Verro, 66 anni, membro del cda Rai al secondo mandato, definito spesso dai giornali “berlusconiano di ferro”: “O c’è la consapevolezza generale e soprattutto della Rai che bisogna marcare le differenze dalla politica e affermare la propria autonomia, o si finisce in un calderone che non fa bene a nessuno… Come questo si traduca in un fatto legislativo non lo so, e non mi appassiona”.
E uno dei più noti esperti italiani di sondaggi, Nicola Piepoli, getta acqua sul fuoco: “Alla gente non importa granché di chi governa la Rai, di chi sia il presidente, interessa solo dei programmi. In questo momento l’audience c’è”.
Se si guarda ai dati esibiti dalla Rai sul proprio gradimento, che risalgono al novembre 2010, il voto degli italiani sulla qualità percepita (Iqp) sta tra “sufficiente” e “buono”, con il valore più alto assegnato ai varietà e ai tg, mentre il pubblico boccia  i reality.

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