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Twitter cabaret

8 febbraio 2012

Giuro che era da giorni che volevo scriverne e che oggi ero venuto al lavoro con l’intenzione precisa di farlo. Poi ho visto il topic trend #copiaeincrozza su Twitter (in breve: il comico è accusato di aver riciclato battute prese dal sito di microblogging, senza ovviamente citare gli autori) e ho pensato che fosse troppo tardi.

Però la mia era una riflessione più generale, e dunque la storia di Crozza forse ne è una dimostrazione.

A pensarci, siamo una società della parola scritta, ma scritta forse sull’acqua, da quando scriviamo soprattutto su fogli virtuali, cioè digitali. Certo, da qualche parte queste nostre parole sono trasformate in bit, memorizzate, ma bisogna vedere se i posteri, in un lontano futuro saranno capaci di estrarre dall’hardware tutte queste nostre parole.

E anche se dovessero riuscirci, riusciranno a capirle, a interpretarle? Prendiamo per esempio Twitter (e qui casca il Crozza) e gli altri microblogging. Per come sono fatti, sembrano ideali per lanciare messaggi brevi e significativi, di qui il successo nelle rivolte non solo in Nord Africa e Medio Oriente ma anche in Gran Bretagna bla bla bla.

Però, la contrazione a 140 caratteri, dopo lo spazio potenzialmente infinito del blog (e quello comunque ampio di Facebook et similia) sta producendo un fenomeno secondario non trascurabile: la proliferazione di battute, nel senso di “frasi, risposte spiritose ed efficaci”.

Una tentazione, anzi, una tendenza, a cui non si sottraggono quasi neanche i comunicatori più istituzionali, e che fa della rete Twitter un posto in cui si scambiano certo notizie rapide, ma anche un bel po’ di battute graffianti, doppi sensi, etc.

Insomma, un serbatoio non solo di idee ma anche di battute (e Dio solo, o chi per lui, sa se i posteri riusciranno a capirci qualcosa). Logico quindi che i comici – mica solo Crozza- e le altre categorie più sensibili al social – per esempio i politici – comincino a servirsene.

Il rischio è solo quello che tutto questo presto o tardi venga a noia.

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