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Power to The Parents

22 gennaio 2012

Qualche giorno fa ho letto una lettera pubblicata, in prima pagina, da “Repubblica”, il cui succo era: non è giusto che le famiglie paghino per la scuola pubblica.
Lettera che grondava populistico e quasi inutile buon senso.
Intanto, vi do una notizia, anzi, forse è addirittura uno scoop: le famiglie pagano normalmente la scuola pubblica – e anche quella privata, almeno in una certa misura – come contribuenti, cioè cittadini che versando le tasse fanno funzionare lo Stato coi servizi che esso eroga, come l’istruzione. Che non è solo un diritto, ma anche un dovere (almeno per quanto riguarda l’obbligo scolastico) e anche un servizio per i genitori che lavorano, perché si occupano dei loro figli mentre sono, appunto, a lavorare.
Oggi – cioè, non oggi ma in realtà da qualche anno, in misura crescente – le famiglie pagano più soldi per la scuola, versando quote senza le quali gli istituti non riuscirebbero a garantire un certo numero di servizi. E parliamo di scuole che molto spesso devono già fare i salti mortali per riuscire a garantire il tempo pieno.
Vi do un’altra notizia, e poi non dite che non sono generoso’: c’è la crisi finanziaria, che imperversa più o meno dal 2008 (anche se da noi ufficialmente sarebbe arrivata nel 2011…) e che si è sommata con la crisi dell’euro, etc etc.: morale, bisogna tagliare la spesa pubblica.
Sì, certamente ci sono da stanare gli evasori fiscali, si potrebbe imporre la Tobin Tax, rinunciare all’acquisto di cacciabombardieri, ridurre gli stipendi dei parlamentari etc etc. Però occorre fare i tagli subito, per via degli impegni presi con l’Unione europea – quella entità benefica quando si tratta di considerare gli standard a cui aspirare e malefica quando invece si discute di obblighi da rispettare – e poi in Parlamento (il luogo in cui approvano le leggi, ricordate? Quello in cui siedono persone elette in liste elette dai cittadini, mai sentito?) la maggioranza è quella che è (neanche il Pd li vuole tagliare, i cacciabombardieri, per dire), almeno fino alle prossime elezioni, e  il governo attuale è presieduto da un tale che ha indicato la riforma Gelmini come un modello.
Quindi, in mancanza d’altro, si taglia dove non c’è il rischio che interessati troppo potenti insorgano. E allora, rassegnamoci a pagare di più per la scuola.

Però.

Se penso alla scuola mia e a quella dei miei genitori, non posso non giungere alla conclusione che in fondo quella attuale sia meglio, o, per lo meno, non sia certamente  peggio, a parte tutta la retorica del “si stava meglio quando si stava peggio” che è ormai un cavallo di battaglia di una sinistra (esistono più sinistre e più destre, e anche più centri), o meglio, una specie di consolatoria coperta di Linus (no, non quello di RadioDj!).
E come alcuni decenni fa quella scuola si è aperta – ma qualcuno potrebbe dire: è stata aperta – alla partecipazione degli studenti e dei genitori alla gestione, oggi bisognerebbe rivendicare, se non altro come investitori (o anche come stakeholder, che fa figo) il diritto ad avere maggiore potere in merito alle decisioni degli istituti. Cacciamo più soldi? Vogliamo decidere di più, prima di tutto sul modo in cui quei soldi in più vengono spesi.
Nessuno pretende di sostituirsi agli insegnanti  – il cui ruolo è naturalmente più in discussione in una società democratica  e in cui sono molte di più le persone che hanno ricevuto un’istruzione superiore – anche se si può discutere di cosa insegnare, ma in questo caso la richiesta di maggiore potere riguarda soprattutto la gestione e l’organizzazione delle scuole.

(Ci sarebbero un sacco di altre cose da dire, figuararsi, a partire dal fatto che scuola pubblica non è per forza scuola statale, ma per il momento mi fermo qui. Power to The Parents)

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4 commenti leave one →
  1. 22 gennaio 2012 19:03

    Bellissimo. Ora ti stai anche dando alla sussidiarietà. Al sussidiariesimo. Al sussidiario. A quella cosa lì che fa tanto big society.

    Ti voglio bene. E hai scritto una bella riflessione. Ma tratta meglio – e di più – questo blog. Non tutto può essere compresso in social-140-network-digits. Anzi.

    Ah, visto che ci siamo: se ti va di leggere in inglese, prova George Mann e le sue avventure di Newbury e Hobbes. Ben scritte. Anche i suoi romanzi ambientati nella New York del Proibizionismo sono godibili. Questo per ricollegarci alla tua riflessione, che è la mia, sullo stato della SF in Italia: è scomparsa, semplicemente non tradotta.

  2. 22 gennaio 2012 19:05

    Ah, nel filone Steam potresti dare una occhiata anche a The Martian Ambassador. Sebbene, dal mio punto di vista, non al livello dei lavori di Mann, ha alcune trovate molto divertenti.
    Viceversa, hai letto nulla di China Mieville? Io sto scorrendo – prima del sonno – il suo Perdido Street Station. Mi chiedevo se tu avessi letto altro, e cosa ne pensassi.

  3. Massimiliano Di Giorgio permalink*
    22 gennaio 2012 19:57

    Per il blog, hai ragione. C’è un incrocio di cose: tempo, lavoro, valutazioni sull’importanza di scrivere cose di cui magari non frega nulla a nessuno e non abbastanza a me..
    Ho letto due bei libri di Mieville, mi piace molto “Un regno in ombra” e ho appena comprato La città e la città. Prendo nota delle cose che segnali. Leggo in inglese, di tanto in tanto, meno che in francese. E di solito leggo cose che compro per impulso…

  4. 22 gennaio 2012 20:13

    Ah, no, se non frega a te, bene così. Sei il solo censore possibile dei tuoi pensieri. Se poi non freghi a nessuno di quel che eventualmente trovi il tempo di scrivere, compatibilmente con i tempi di vita, sarebbe più cortese farlo decidere a chi ti legge.

    Bon, prendo per buono quel che scrivi di Mieville e vado avanti. Magari, fra una pagina, trovo una svolta. O forse è solo il romanzo sbagliato. O una malcelata fobia per gli insetti. Boh.

    Saluti. E bentornato sulle tue pagine.

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