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Desert Storm 2011

21 marzo 2011

Le contraddizioni sono il nostro pane quotidiano, e talvolta anche il companatico. Così succede che io che ho fatto l’obiettore di coscienza sia convinto che bisognava intervenire (prima di sabato) in Libia per disarmare il regime di Muammar Gheddafi, o almeno per bloccare le sue forze e soprattutto impedire che continuino i bombardamenti di civili, mentre invece compagni e amici che hanno fatto il militare sono contrari.

Ridurre la questione a pace (pacificisti) contro guerra (guerrafondai) sarebbe semplice, ma non è così e credo che anche coloro che si oppongo all’intervento militare iniziato sabato scorso si stiano torcendo le budella, aldilà degli slogan. O almeno, lo spero.

Provo a spiegarmi.

In tanti abbiamo criticato il trattato di amicizia col regime di Gheddafi, che serviva a fare affari e bloccare i migranti in mezzo al mare ( o in mezzo al deserto del Sahara).
Quel trattato, che è stato votato anche dal Pd,  faceva comodo ai governi dell’Unione europea, perché risolveva un po’ di problemi con il Colonnello esponendo solo Roma alla solita figuraccia.
(Il Regno Unito ha liberato tempo fa il libico condannato per l’attentato di Lockerbie, e quasi tutti hanno pensato che fosse una paraculata per aiutare la Bp col petrolio di Tripoli. I libici dicono di aver contribuito a pagare la campagna elettorale del presidente francese Nicolas Sarkozy, etc etc).

Allora, proprio per questi motivi, proprio perché consideriamo quello libico un petro-regime sanguinario, dovremmo essere coerenti con le nostre posizioni, e sostenere un’azione che serve prima di tutto a difendere le popolazioni che si sono sollevate contro Gheddafi, al potere da 42 anni. In questa sollevazione c’è sicuramente una dose di regionalismo, interessi meno confessabili, ma c’è anche voglia di liberarsi dalla repressione. E non possiamo fare finta di niente.

L’ondata di proteste che ha scosso finora il mondo arabo ha motivazioni ed espressioni diverse. In Tunisia ed Egitto la soluzione finora somiglia più a un colpo di stato militare. In Yemen riesplodono vecchi conflitti locali e religiosi. In Bahrein una maggioranza oppressa, di religione sciita, chiede più diritti politici alla minoranza sunnita che la opprime. In Siria, governata da 50 anni da un regime politico-militare, cominciano le prime proteste. In Arabia Saudita si manifesta. Così come in Giordania, e in Marocco e in Algeria, paesi con storie e presenti diversi. In tutti casi sembra prevalere un orientamento democratico delle proteste. Il che è un fatto positivo.Ma non è detto che in qualche paese non scoppi una vasta repressione violenta (più violenta di quelle finora praticate in Yemen, Bahrein e Siria).

E’ la prima volta che l’Onu interviene in modo così netto sulla vicenda dei disordini nel mondo arabo. Ma lo ha fatto (e lo ha fatto tardi) anche dopo che la Lega Araba ha chiesto di istituire una zona di divieto di sorvolo, come quelle che furono imposte nel 1991 nel nord dell’Iraq (per difendere i curdi) e nel 1999 in Serbia (per difendere i kosovari).
L’Onu non è un organismo super partes. E’ un’organizzazione intergovernativa. Ci sono membri con diritto di veto che coprono i paesi loro alleati quando necessario.
I motivi che spingono la Francia, più di altri paesi, a intervenire sono in parte nobili ma anche ignobili, come per esempio il basso indice di popolarità del presidente Nicolas Sarkozy a un anno dalle elezioni.

Ma a parte tutto ciò, il punto è sempre lo stesso: i “nostri” – di noi che  sosteniamo la democrazia, la qualità della vita, i diritti dei migranti etc etc – motivi di questo intervento sono e restano gli stessi. Non si tratta di esportare la democrazia. Si tratta prima di tutto di proteggere i civili dalla repressione violenta del “proprio” governo. Come avvenne in Iraq nel 1991 (lì c’era stata anche l’invasione del Kuwait: in quel periodo facevo il servizio civile, e credo di essere stato l’unico obiettore Caritas di Roma a sostenere l’intervento, il che fa pensare che fossi io fuori posto…).

C’è chi anche questa volta ripete come un mantra l’articolo 11 della Costituzione. O meglio, la sua prima parte: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali…”

Però poi quell’articolo prosegue: “…consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”. La pace e la giustizia. Non la pace dopo che i civili e gli insorti sono stati massacrati. Anche perché qui non c’è nessuna contesa internazionale, ma un governo che bombarda il suo territorio e il suo popolo.
E anche se nessuno sembra ricordarsene, in queste circostanze, anche l’intervento per sostenere la libertà di Timor Est dall’Indonesia è stato sostenuto militarmente. Con il mandato delle Nazioni Unite.

E’ ovvio che non è facile pensare lucidamente in queste circostanze. E’ ovvio che ci sono numerose e comprensibili obiezioni. E’ ovvio che qui si dibatte tranquillamente mentre altrove si spara, si muore.
E’ ovvio anche, però, che bisogna essere realisti.
Nel mondo ci sono molti focoloai di repressione, tanti regimi ingiusti e sanguinari. Alcuni sono sostenuti da superpotenze. Altri riescono a cavarsela perché lontani dagli sguardi internazionali.
Per esempio, è giusto fare più sforzi perché il Costa d’Avorio il presidente uscente, che ha perso le elezioni ma continua a restare al potere e a minacciare, se ne vada. E’ necessario portare a trattare Israele e palestinesi (tutti i palestinesi) e convincere Israele che la sua migliore alleata è una Palestina libera e democratica. E’ giusto sostenere le opposizioni democratiche dovunque. Non è possibile però pensare di andare a bombardare le truppe russe in Cecenia o quelle cinesi in Tibet, perché si rischia la guerra atomica, e di buttare il bambino con l’acqua sporca…

Sostenere un intervento militare, per quanto giusto lo si possa considerare, non è una cosa che renda entusiasti o felici. La violenza crea angoscia. Ma non capisco come si faccia invece a dormire sonni tranquilli sostenendo che visto che la comunità internazionale non punisce certi paesi, allora non bisogna intervenire mai.

 

(ah, il titolo di questo post è ironico. O no?)

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One Comment leave one →
  1. 22 marzo 2011 13:28

    Tu sei amichetto mio. E una persona brava e di buona coscienza.

    Il che non sta a dire che, siccome siamo una tantum d’accordo sull’intervento in Libia, io ti riconosca come tale. Lo sei perché agiti i tuoi dubbi su cosa sia necessario fare per preservare il maggior numero di vite da una parte e difendere la tua coscienza dall’altra. Un lavorìo faticoso e onorevole.

    In Libia si è arrivati in ritardo. Forse, persino, troppo tardi. Non è una novità, del resto. Ancora una settimana e Gheddafi avrebbe ripreso totalmente il controllo della metà del Paese che si stava ribellando. Alla fin fine, rimane qualche sacca in mano agli insorti e sostenuta – da un punto di vista non militare – dalla Repubblica italiana.

    L’altro mio amico francesizzato, Sarkomà, ha premuto per fare altro e altro sta facendo, finché almeno non sarà la Nato a prendere il controllo della missione che – ahinoi – perde un sostenitore dopo l’altro.

    Tutto vero, tutta guerra, tutto uno schifo. Ma è stato ancora più lurido il silenzio totale dei pacifisti di fronte all’insurrezione dei libici e alla loro repressione. Una repressione che ha unito Gernika, o Guernica se si tifa per Alonso, alla Bosnia. Bombe dall’aria e tagliagole per le strade a riprendersi le case e il terrore della gente per il regime. È per questo che sono felice di non chiamarmi pacifista: sono usciti dalle loro case solo quando è iniziato il mandato Onu. Io sono un interventista, possibilmente nonviolento. Dove è possibile, bisogna fare pressioni economiche e politiche; dove non ci si arriva, arrivino bene i Tornado.
    L’imperativo è proteggere vite di persone che hanno semplicemente chiesto – dopo quarant’anni – di essere libere di parlare, di partecipare alla ricchezza spropositata del loro Paese, di immaginare un futuro.

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