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La Memoria delegata

7 marzo 2011

Ho scoperto solo ieri sera che il municipio in cui sono residente (ancora per pochi mesi), quello di Roma I, ha un delegato alla Memoria. E’ un giovane (?) mini-assessore che viene dal Pd e ha anche le più pesanti deleghe all’Urbanistica e all’Ambiente e quella alla Partecipazione.
Dando una guardata ai siti web degli altri municipi ho capito che questa storia delle delega alla Memoria tira molto. Sembra molto cool, la cosa, e per questo mi inquieta anche di più, se possibile.

Finora nessun governo di centrodestra si è ancora inventato il ministero della Storia (o della Memoria). Se così fosse, immagino la petizione di Repubblica, le grida indignate di storici, le denunce politiche, le manifestazioni studentesche.
E sarebbe giustissimo, perché anche se è vero che la storia di solito la scrivono i vincitori (poi i vinti, se sopravvivono, la contestano e provano a riscrivela, e gli storici indipendenti indagano) il governo deve stare il più lontano possibile dalla questione, ed evitare di istituzionalizzare in un senso, in un altro o  in un altro ancora una certa narrazione storica.
Già è sufficiente che siano state istituite festività e commemorazioni condivise dalla comunità nazionale democratica (dal 25 aprile al 2 giugno passando per il 27 gennaio e il 10 febbraio o il 4 novembre), e anche in questo caso non mancano comunque le proteste: pensate a quanta gente ha contestato il giorno della memoria dedicato alle vittime delle foibe.

La “memoria”, poi, per le giunte di sinistra e centrosinistra, è in genere il ricordo delle azioni antifasciste (o delle stragi fasciste e naziste). Una memoria molto specifica, legata a una contingenza storica precisa: quella della guerra civile italiana avvenuta a sprazzi nei primi anni 20, quando poi il fascismo fece un colpo di Stato con il placet dei vertici dello Stato stesso, e il 1943-45.

E’ una “memoria” che deve molto a Silvio Berlusconi. Prima del 1994, per esempio, il 25 aprile era una sonnacchiosa (e polverosa) giornata di celebrazioni ufficiali, coi leader democristiani, sociali e comunisti, e la tv trasmetteva sempre i soliti film sulla eroica resistenza italiana.
In fondo eravamo un paese dove il fascismo si è comunque riuscito a garantire un consenso di massa, salvo poi perderlo con la guerra. Un paese dove però sembra che nessuno sia stato mai fascista e in cui sono pochissimi quelli che hanno ammesso di aver avuto un passato fascista (e non è stato il caso per esempio di Enzo Biagi, tanto per fare un esempio di “eroi democratici”).
Ma anche un paese dove tra il dopoguerra e gli anni 60 i partigiani scomparvero spesso dalla scena e dalla memoria. Come se davvero fascismo e resistenza, e cioè la guerra civile (anche se qualcuno ancora si offende a dirlo),  fossero state delle parentesi nella gloriosa storia patria.

Poi arrivò Berlusconi. Dopo le elezioni che portarono al governo Forza Italia, Lega Nord e Alleanza Nazionale (cioè l’Msi), il 25 aprile 1994 a Milano fu una straordinaria manifestazione… di anti-berlusconismo (c’ero, dopo aver fatto un bel po’ di ore di pullman, e presi pioggia tutta la giornata, prima di infilarmi di nuovo in un pullman e fare il tragitto inverso).

L’ho detto già, ma credo che l’Anpi (l’associazione nazionale partigiani d’Italia) dovrebbe fargli un monumento, a Berlusconi. Senza di lui non avrebbe fatto un boom di iscrizioni e aperto sezioni qui e là. Anche se di partigiani nel senso storico del termine ne saranno rimasti ben pochi, oggi.

Insomma, la delega alla memoria è frutto di quel passaggio lì. Ed è un peccato. Perché fa diventare per l’ennesima volta la storia una storia di parte, che viene coltivata con targhe e targhette e assessorati, appunto.

E la situazione resta paradossale. Berlusconi, e una pletora di politici con lui, continua a propagare il mito della scuola “di sinistra”, che però sembra formare un elettorato (quello italiano) che poi vota centrodestra (forse per reazione al comunismo scolastico?).
Una scuola dove peraltro la storia contemporanea – compresa la Seconda Guerra Mondiale –  si continua a studiare poco e/o male.
E in mancanza di meglio, si istituiscono le deleghe alla Memoria?

Attenzione, compagni: non è che vorrei una memoria “fascista” da contrapporre a  – o da far dialogare con – quella “antifascista”. Non voglio bilancini bipartisan da talk show.
E’ che da una parte la memoria collettiva è una roba che non si esaurisce negli ultimi 90 anni di storia, come invece sembrerebbe dalle iniziative condotte, che appunto hanno una motivazione più direttamente politica.
Poi, e ho cercato di dirlo prima, istituzionalizzare la memoria è una cosa che ha un vago sapore totalitario, chiunque sia a farlo.

Ma c’è  una alternativa? Certo che c’è. E’ incentivare sempre e comunque la ricerca storica indipendente, aprendo l’accesso alle fonti, a tutte le fonti, lasciando libertà di iniziativa a chi vuole coltivare questa o quella memoria, organizzando meno cerimonie e dando più spiegazioni (anche per esempio a quelli che pensano che in fondo chi è morto nelle foibe se l’è meritato, e chiusa la questione). E magari dando i soldi che si spendono  per sostenere la delega alla Memoria al museo della resistenza di via Tasso.

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