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State uniti dopo 150 anni? Sì, ma con la cittadinanza

2 febbraio 2011

Nella solita vagonata di retorica patria – e matria – che accompagna ormai qualsiasi data “storica”, in questo Paese di vecchi parrucconi (copyright Berlusconi), si continua per accumulazione a celebrare “valori” senza apparentemente riflettere sul fatto che i vivi hanno esigenze molto più pressanti e importanti dei morti e delle lapidi.
E che si può anche mettere in discussione la storia patria – e matria – senza per questo buttare il bambino (la Repubblica Italiana) con l’acqua sporca.

Tra leghisti che si sognano celti pure quando magari gli avi in realtà venivano da Rocella Jonica e le varie cariatidi istituzionali che parlano un linguaggio da vescovi ottuagenari, francamente non desidero schierarmi. Ricordo che un grande federalista italiano era Carlo Cattaneo, un democratico, anche se ovviamente il federalismo non è tutto uguale.
Credo che la nascita di uno stato unitario italiano sia un dato storico, e che dunque ci sia poco da discutere sul fatto che l’Italia esista. Se c’è una data che festeggio con più entusiasmo è quella della promulgazione della Costituzione.
Credo che invece abbia senso, molto, discutere di come poteva nascere e diventare l’Italia, se appendice dello Stato sabaudo e mercato interno a uso della borghesia nordista o qualche altra cosa.

Cosa significhi essere italiani è sempre stato arduo da spiegare (ammesso che significhi qualcosa). Come del resto essere francesi, spagnoli, giapponesi, kazaki , peruviani o altro.
Diamo spesso per scontato qualcosa che non lo è affatto. Facciamo confusione tra stato, paese, nazione, come fossero sinonimi, e trascuriamo l’esistenza di culture trasversali e compresenti. Per cui uno può essere cittadino italiano, di religione protestante e lingua ladina, o tante altre cose, ma alla fine ci adattimao allo stereotipo di un certo tipo di italiano.

Se c’è una cosa che ci può unire, o unire di più, oggi, è la cittadinanza, che se non è il contrario del nazionalismo, poco ci manca. Perché contiene in sé il rispetto della persona e delle sue differenze, appunto. E le nostre differenze, a partire dall’accento, dalla nostra cucina, dal meteo di dove viviamo, etc, sono spesso più numerose dei motivi per cui possiamo dirci uguali.

In quest’orgia di federalismo secessionista contro unità appiccicosa, camice verdi contro Fratelli d’Italia cantata ormai in modalità stadio, nazionalismi periferici vs centrali, credo che dovremo rivendicare la cittadinanza come piattaforma per l’unità.

Più cittadinanza. Per noi e per coloro che vengono in Italia per avere una migliore chance di vita, e per tutti quelli che nascono qui, figli di almeno due culture, quella dei loro genitori e una di quelle italiane, e che poi a loro volta danno vita a un’altra cultura ancora.

Più cittadinanza, che significa diritti e doveri, ma in una comunità di persone viventi, non in un museo polveroso di valori e concettie astrazioni, che sia il Dio Po o la Patria.

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