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Dopo Freedom

13 dicembre 2010

Ci ho messo un bel po’, ma ieri ho finito di leggere in originale Freedom, il romanzo di Jonathan Franzen, autore del celebrato Le Correzioni (che lessi in italiano anni fa).

La fatica maggiore, per me, è stata superare le prime 50 pagine (su oltre 550…). Non riuscivo a capire dove l’autore andasse a parare, nella sua cronaca a tratti irritanti di una famiglia vista dai suoi vicini.
Poi però la saga dei Berglund ed Emerson  (che in Italia dovrebbe uscire per Einaudi a febbraio) ha spiccato il volo; o forse la mia mente si è finalmente liberata dagli impacci della lingua e dagli impicci familiari, mentre ero in attesa della nascita di Lola, impegnato a cercare casa e a “governare” Zoe e Victor, oltre che a farmi venire qualche idea decente sul lavoro e a proseguire tenacemente una serie di lezioni-conversazioni di inglese.

Per questo mi sono concentrato sul libro di Franzen, evitando letture parallele in italiano – come faccio spesso – per evitare di perdere tempo e di trovare giustificazioni per abbandonare la lettura.

Ho fatto bene? Sì. Dopo aver terminato l’ultima pagina – e aver cominciato ieri sera stessa a leggere l’ultimo Umberto Eco, che però al momento mi irrita più di incuriosirmi – credo che Freedom sia  uno dei romanzi più interessanti che ho letto in questi ultimi anni.  Per i suoi personaggi, per certi temi che affronta – quelli eterni e complessi della relazioni familiari e quelli contemporanei, ma altrettanto complessi, della politica e della parte a cui appartengo, quella liberal-ecologista, per così dire – per l’intreccio tra pubblico e privato. Per il modo in cui è scritto il romanzo, certamente, per la sua costruzione narrativa.
E’ un libro difficile? Forse, almeno per me, ma per certe frasi lunghe e intrecciate. Non per i suoi contenuti.

Non racconterò la trama né farò spoiler, anche perché non siamo in presenza di un thriller. Sul titolo, Libertà, mi limito a dire che ci si imbatte nella parola e nell’aggettivo relativo, libero, diverse volte nelle pagine, spesso con significati diversi, tanto diversi quanto diverse sono le persone. E a incollare qui quel che lo stesso Franzen ha raccontato in proposito a un giornalista:

“The reason I slapped the word on the book proposal I sold three years ago without any clear idea of what kind of book it was going to be is that I wanted to write a book that would free me in some way. And I will say this about the abstract concept of ‘freedom’; it’s possible you are freer if you accept what you are and just get on with being the person you are, than if you maintain this kind of uncommitted I’m free-to-be-this, free-to-be-that, faux freedom”.

Banale, forse, la motivazione di Franzen? No, accettarsi per come si è non è così facile, scontato. O addirittura è talmente scontato in teoria da non esserlo nella sostanza. Perché senza accettarsi, che spesso è un esercizio in divenire, non si può neanche cambiare.

E ora, anche io sono libero, per così dire. Libero di leggere un discreto numero di romanzi che ho comprato in queste ultime settimane. A parte Eco, ho sul comodino una bella pila di volumi, tra cui Noi credevamo (che è un romanzo degli anni 60), il libro di Giancarlo De Cataldo sui Traditori del Risorgimento, l’ultimo Easton Ellis (Imperial Bedrooms: in italiano, però), l’ultimo Hornby (Juliet, Naked, in originale) e un po’ di cose sci-fi, ovviamente

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