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Come si (fa) diventa(re gli altri) razzisti

22 settembre 2009

Da qualche mese, una parte della via dove abito, all’Esquilino, si è trasformata in un bivacco di ubriaconi (ops, etilisti) estereuropei. E’ successo per gradi. Prima ne sono arrivati un paio, poi se ne sono aggiunti altri. Ora il gruppo conta una decina di persone. Tutti uomini, una sola donna. Uno di loro è in condizioni di salute precarissime, tanto che almeno due o tre volte è stato raccolto da un’ambulanza, per poi ricomparire qualche giorno dopo, sulle proprie, malferme, gambe.

Il gruppetto degli avvinazzati non importuna direttamente i passanti. Al massimo chiede qualche spiccio. I tipi però non offrono un bello spettacolo, nel complesso; spesso schiamazzano, scazzano tra loro, e talvolta lo scazzo diventa alterco e l’alterco scazzottata. I tipi poi fanno i loro bisogni per strada: qualche volta al riparo di un cassonetto dei rifiuti, altre volte direttamente sul marciapiedi. E lasciano i rifiuti in bella mostra, con bottiglie, pezzi di cartone, resti di cibo, monnezze varie.

Non ci vuole un genio per capire che gli abitanti della zona non amano il gruppo degli avvinazzati (il fatto che non siano italiani è ovviamente una aggravante), e che anzi sono aumentate a dismisura le proteste e le lamentele. E pure armato di laica comprensione, di spirito di solidarietà e di “sociologismo di sinistra”, anch’io preferirei che i tipi sloggiassero.

Questo per farvi il quadro della situazione.

Il governo si è caratterizzato, nei suoi proclami, sui media e nelle nostre capocce di benpensanti, per le misure anti-immigrazione dure, spesso razziste. Il centrodestra, che governa anche Roma, promette fermezza e critica appunto quello che chiama “sociologismo di sinistra” (in soldoni: noi sociologisti vogliamo bene ai ladri e agli zozzoni e non alle persone per bene).

Fermezza contro gli immigrati clandestini (ops, irregolari) che disturbano. Già. Non so se gli avvinazzati che si radunano in questa strada (e che prima probabilmente lo facevano da qualche altra parte) sono immigrati clandestini. Presumo di sì. E anche se fossero cittadini Ue, esistono normative (sventolate prima dal governo di centrosinistra e poi da quello di centrodestra) che ne consentono l’espulsione. Però, gli avvinazzati, che sono tranquillamente sotto gli occhi di vigili urbani (c’è una sede a 20 metri), polizia e carabinieri, restano sempre lì.

Mi direte, anzi, mi dico da solo: ma cacciarli vuol dire solo spostare da un’altra parte il loro disagio. Verissimo. Quindi bisognerebbe intervenire non con la polizia, ma con gli assistenti sociali, garantendo qualche forma di aiuto a queste persone in difficoltà. Verissimo, di nuovo. Ciò però non accade. Non accade perché è difficile, mancano le risorse, serve più collaborazioe istituzionale, per tante altre ragioni che in parte posso immaginare.

Il risultato, però, qual è? Che il gruppo degli avvinazzati resta lì ad avvinazzarsi, che il degrado di cui sono vittime certamente ma che ora contribuiscono a creare aumenta, come aumenta l’insofferenza degli abitanti.
Ci sono diverse non-soluzioni, a questo stato di cose. La prima, è provare a fregarsene.
La seconda, è armarsi di maggiore capacità di sopportazione, e pensare che in fondo gli avvinazzati non fanno male a nessuno, o meglio, che fanno davvero male solo a loro stessi. E che dunque, se ci fosse un po’ più di pulizia urbana, se si raccogliessero più spesso i rifiuti e talvolta si lavassero le strade, se ci fosse un minimo di assistenza, forse ci si potrebbe passare sopra, perché certo ci sono problemi più gravi.
La più grave non-soluzione, però, è lasciare che le cose vadano peggio, anche perché probabilmente è quello che rischia di accadere. Il bivacco si allarga, succede un qualche genere di incidente (che so, gli avvinazzati disturbano una donna o una nonna con nipotini) e allora finisce che arriva un bel gruppo di teste rasate o non rasate, ma comunque razzisti di professione, che picchia i tipi, piò o meno gravemente.

Cosa succede, poi? E’ facile prevederlo: una parte di noi si indigna contro il razzismo emergente in città, protesta contro il raid, fa una bella fiaccolata, chiede alle istituzioni di intervenire, poi torna al suo distratto benpensantismo.
Un’altra parte, non so se maggioritaria o meno, ma comunque ampia, degli abitanti arriva alla conclusione che in fondo qualcuno è riuscito a dare una bella lezione agli avvinazzati, magari allontandoli definitivamente (verso un altro posto analogo, ovviamente), e che dunque le teste rasate, per quanto brutte e cattive, hanno fatto qualcosa di utile.

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