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Roma, qualche appunto

5 giugno 2009

Roma è assediata dal traffico e dall’immondizia.
Il traffico è peggiorato, anche grazie alle misure prese dalla giunta di centrodestra in un anno di governo che hanno incentivato l’uso delle auto.
La presenza della “monnezza” per strada è invece stabile, eredità di anni, colpa di comportamenti individuali e collettivi, ma anche di un servizio di bassa qualità da parte dell’Ama.
Si può vivere in una città sporca, perché ci si può abituare anche alla sporcizia. Ma la presenza della sporcizia è un indice che spiega un fatto importante: le cose per il momento a Roma non sono cambiate, nonostante l’arrivo al Campidoglio del centrodestra.
Chi vuole cambiare una città, si preoccupa anche del suo volto, e quindi della pulizia. Certo, può pensare di fare solo cosmesi, di dare una spolveratina. Ma anche la cosmesi è importante.
Dunque, bisogna pulire (e cominciare anche a far sì che i cittadini “adottino” le strade e i quartieri). Ma soprattutto, ed è banale, bisognerebbe non sporcare, ridurre la quantità di rifiuti dispersi (ci vogliono campagne nelle scuole, nei condomini, tra gli immigrati, anche), la quantità di rifiuti in generale prodotti dalla città.

Torno al traffico. Ridurre il volume delle auto private in modo significativo è possibile soprattutto quando c’è un’offerta altrettanto significativa di trasporto pubblico. Ma uno dei problemi di Roma è la circolazione senza regole, in cui prevale il parcheggio in doppia e tripla fila, il parcheggio in spazio vietati. Questi comportamenti, che vengono tollerati abitualmente da tutte le giunte, probabilmente perché sono nella “cultura” cittadina, vanno invece repressi sistematicamente.
Se le auto sono parcheggiate regolarmente in doppia fila, per circolare bisogna spostarsi sempre di più in mezzo alla strada. Lo spazio per circolare diminuisce. Il traffico rallenta. I mezzi pubblici rallentano. Se viene consentito di parcheggiare anche dove è vietato, non solo i pedoni non possono passare, ma non possono passare neanche bus e camion. Si creano ingorghi. La circolazione, di nuovo rallenta.
Dunque, occorre dichiarare guerra al parcheggio vietato. Guerra sistematica. Condotta per settimane, mesi, spiegando e multando, discutendo e rimuovendo. E insieme far circolare mezzi pubblici, creare nuove reti di trasporto, per esempio coi filobus, bloccare i bus privati davvero lontano dal centro, aumentare il numero di strade a velocità massima consentita di 30 km orari, con tanto di cunette. E far circolare più biciclette, moltiplicare il car sharing.

E’ aumentato anche il numero delle persone che vive, e soprattutto dorme, per strada. O almeno, nel mio quartiere, l’Esquilino, vedo tanta gente che sta in strada e chiede l’elemosina. Non è colpa del Campidoglio, questa cosa. Peraltro credo che di questi tempi sia meglio anche che le istituzioni non intervengano, si rischierebbero espulsioni, ronde, maniere spicciole.
Quel che serve è un po’ di sana, vecchia, laica pratica di riduzione del danno. Quella che potreste chiamare carità, volendo. Il che significa cercare di dare un posto più salubre e sicuro in cui dormire, servizi igienici, qualcosa da mangiare, abiti puliti. Perché le persone non si sentano abbandonate, ma rispettate, e possano aggrapparsi saldamente a quel rispetto.
La carità non risolve i problemi strutturali, ma almeno aiuta a superare i momenti difficili.
Una rete di aiuti “caritatevoli” comporta certo dei costi (anche se molto più bassi di quello che si potrebbe pensare) e una serie di rischi. Per esempio, quello di attirare un sempre crescente numero di persone in difficoltà.
Ma ridurre gli aiuti proprio per evitare che poi le persone “si adagino” e non provino a uscire dal “circuito della strada” ha dei costi sociali ancora più elevati. Roma, in quanto capitale, città dal clima meteorologico favorevole e soprattutto sede della Chiesa cattolica, attirerà sempre e comunque persone, persone bisognose d’aiuto, disperate. Dunque, creare strutture di aiuto serve a evitare che queste persone restino abbandonate a loro stesse, al degrado. E anche ad assicurare qualche possibilità che un certo numero di persone possano ri-conquistare una vita “normale”.
Nessuno, o quasi nessuno, ama davvero vivere per strada. Nessuno, o quasi nessuno, sceglie di andare per strada. Ci finisce. E spesso ci resta.

Il numero degli asili nido a Roma è costamente cresciuto, anche se partivamo da una livello molto basso. Solo che più asili apri, più persone vogliono iscriverci i figli. Dunque, per evitare che il successo sia una condanna, bisogna fare di più. Aprire tanti asili nido, oltre a sperimentare forme diverse, tra coop di baby sitter, nidi in condominio e aziendali.
Il rischio, in questa situazione, è quello di una guerra tra poveri. Che è già cominciata, peraltro, a danno degli immigrati. Perché sono più poveri, fanno più figli e quindi sono più in alto nelle graduatorie per i nidi. E dunque, se non “rubano il posto di lavoro”, “rubano il posto al nido”.
Per disinnescare questa tensione, quello che non serve è fare finta di nulla. Bisogna invece cominciare a spiegare e fare sì che le ragioni degli uni diventino quelle degli altri, costruendo più asili (che significa spostare risorse) e coinvolgendo di più gli utenti.

Qualche tempo fa, ho visto manifesti che esaltavano la potatura degli alberi a Roma grazie alla nuova giunta (che ora è certo meno nuova di quando si è insediata). Ma il problema è invece quello che servirebbe più verde, nelle nostre strade. Più alberi – più curati, chiaro – fanno più ombra, più colore, e anche meno anidride carbonica. Più alberi per strada, più giardini, parchetti, giardini pensali. Più spazi per giocare, anche a bocce, perché no.

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