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Media di sinistra in crisi esistenziale

24 febbraio 2009

(da Novamag)

Chiuderà YouDem? Chiuderà RadioDem? Erano due delle domande per così dire accessorie che circolavano tra i giornalisti, subito dopo le dimissioni di Walter Veltroni dal vertice del Partito democratico – e il suo ritiro annunciato dalla politica. E ora che farà l’Unità?, si erano chiesti in diversi colleghi dopo la sconfitta di Renato Soru – che del giornale è oggi proprietario – alle elezioni regionali in Sardegna.
Quella dei partiti di sinistra o centrosinistra con i media, con i propri organi di stampa ufficiali e non, è una storia lunga e travagliata. Fatta di grandi promesse; investimenti talvolta faraonici – almeno per le proprie casse; gestioni finanziarie, e spesso politiche, difficili; crisi a intermittenza; sfruttamento del lavoro precario; tagli di posti, ristrutturazioni e polemiche. E spesso, chiusure.
Se per un imprenditore farsi un giornale – di carta – è ancora darsi una vetrina, un modo arcaico quanto volete di manifestare il proprio potere, il proprio peso, dotandosi anche di uno strumento da gettare alla bisogna nella battaglia, per un leader politico vale esattamente lo stesso ragionamento. Ma con molti più rischi.
Prima di tutto quello economico. Perché un partito – soprattutto di sinistra – è costantemente in lotta per assicurarsi risorse, dato che la politica moderna costa tanto e che i media costano anche di più. La storia recente degli ultimi decenni del Pci e dei partiti che ne sono derivati è costellata di storie di media finite male. Paese Sera, Videouno, Italia Radio (che è stata poi comprata dal gruppo Espresso, oggi si chiama M2O, e trasmette solo musica dance), la stessa vicenda dell’Unità, che arrivò alla chiusura, le riviste. Solo per citare alcuni casi. E senza parlare delle testate di altri partiti, laici, di centrosinistra o di estrema sinistra.
Poi c’è il rischio politico. Se un imprenditore taglia, poi chiude e licenzia, ci saranno proteste, ma in fondo tutti considereranno che è normale, perché il mercato è il mercato. Se però le stesse cose le fa un partito, e di sinistra o centrosinistra, la reazione sarà ben più forte. I propri dipendenti si mobiliteranno, amplificando la protesta. Gli avversari politici daranno risalto agli eventi. I sindacati saranno in difficoltà. L’opinione pubblica condannerà.
Ma, oggi in particolare, c’è un altro rischio. Quello dell’inutilità dell’investimento. E del fallimento nell’utilizzo di uno strumento – Internet – che potrebbe assicurare più partecipazione, e forse anche più consenso, a certi partiti.

Prendete il caso di cui parlavamo all’inizio, YouDem (ma l’esempio può valere anche Red Tv). Da tempo, i giornali continuano a pubblicare articoli sull’alleanza Rai-Mediaset per contrastare il peso crescente della piattaforma satellitare Sky di Rupert Murdoch. Se però si guarda ai numeri, si deduce che in due mesi, tra settembre e novembre 2008, Rai e Mediaset insieme raccoglievano ancora, almeno nel prime time, l’84% degli ascolti (fonte: Rai). Quanto conta in quel restante 16% YouDem? Una risposta precisa probabilmente non potrebbe darla nessuno, ma è difficile immaginare che la tv satellitare democratico-veltroniana faccia un boom di ascolti.
E parlando di tv politiche satellitari, come non ricordare il caso dell’emittente dei circoli della Libertà di Maria Vittoria Brambilla, che ha chiuso rapidamente i battenti pur avendo uno sponsor politico ed economico come Silvio Berlusconi?
Si dirà che YouDem propone anche user generated content, cioè video prodotti dagli spettatori-militanti. Vero. Proprio come fa YouTube, il sito di video sharing via Internet e gratuito, con 130 milioni di visitatori unici in Europa. E dato che YouTube consente di aprire propri “canali”, e che moltissimi leader e partiti politici vi fanno regolarmente ricorso, non sarebbe stato forse il caso di utilizzare quel mezzo per parlare a militanti, elettori, cittadini o semplici curiosi?
Ma non dovrebbe essere questo l’unico uso della Rete, per un partito che si vuole democratico, e che quindi dovrebbe considerare un valore il fatto che tutti coloro che sono soggetti a decisioni siano inclusi anche nel processo decisionale.
Internet infatti offre – e stiamo parlando di banalità, credete – la possibilità non solo di fare sondaggi online se si vi piace questo o quel segretario, ma anche di partecipare a dibattiti e prendere decisioni insieme.

Altro caso, quello di Liberazione, quotidiano di Rifondazione comunista, che si accinge a un altro passaggio periglioso, quello del voto di gradimento, non scontato, da parte della redazione al nuovo direttore Dino Greco, dopo che la nuova maggioranza del partito ha licenziato Piero Sansonetti.
In questi ultimi mesi accese discussioni hanno riguardato appunto l’estromissione di Sansonetti – che ha esordito poi come opinionista sul Riformista – e la nuova linea politica, il rapporto tra giornale e partito. Un partito in calo di consensi da qualche tempo, che non è entrato in Parlamento alle elezioni del 2008 e che rischia di non eleggere neanche un deputato all’Europarlamento, dopo che la nuova legge elettorale fissa al 4% la soglia di sbarramento italiana.
Ma cosa serve e quanto serve Liberazione, con Sansonetti alla guida prima o senza di lui adesso? A dare, alle poche migliaia di lettori che lo acquistano, informazioni che altrimenti non avrebbero? A dibattere internamente? A dare visibilità al partito? O a raggiungere una vasta, potenziale audience?
Per dibattere, esprimere opinioni, diffondere documenti o mobilitare i militanti, serve un quotidiano, coi costi che esso comporta? Al tempo di Internet, probabilmente no. Basta un sito fatto decentemente e un efficiente servizio di mailing list, e ancora di più un efficiente gestione degli sms. Anche se poi la penetrazione della banda larga e della stessa Rete in Italia è considerata ancora insufficiente. Ma cosa se ne fa invece un lettore comune di giornale di documenti, di botta e risposta tra dirigenti dai titoli e dai contenuti spesso oscuri?
La visibilità del Prc, d’altro canto, dovrebbe essere assicurata principalmente dalla capacità del partito e dei suoi leader di “bucare” gli schermi e soprattutto di giungere ai cittadini direttamente, per esempio con i mai inutili manifesti.
Liberazione ha fatto nel recente passato un esperimento interessante, quello di diffondere parallelamente un free press, un giornale gratuito. Fatti male o bene, pericolosi o meno per la stampa tradizionale che campa di lettori a pagamento (e soprattutto di pubblicità, mai dimenticarlo), i giornali gratuiti in questi anni hanno raggiunto milioni di persone, spesso quelle che usano i mezzi di trasporto pubblico o che hanno reddito più basso, come gli immigrati, ma non solo loro.
Dunque probabilmente è quello il mezzo migliore per comunicare con le persone che si vorrebbero informare e convincere. E in questo caso l’investimento non è soltanto economico, ma anche politico.
Anche se informare non è esattamente la stessa cosa che dare una versione diversa delle stesse notizie (magari usando aggettivi negativi se si è all’opposizione o positivi se si è al governo), come accade del resto per gran parte della stampa, od offrire commenti da parte di editorialisti variamente titolati.
Fornire informazioni documentate, verificate, approfondite e inedite ha ovviamente un costo. E dovrebbe essere quello il costo – giornalistico – più rilevante da coprire, visto che tutto il resto ormai si può trovare su Internet.

E veniamo alla nuova Unità, che qualcuno ha subito definito l’Epolis del Pd o di Soru, dato che per formato e grafica e alcune altre caratteristiche somiglierebbe al quotidiano gratuito lanciato dall’imprenditore Nicola Grauso.
Il dilemma del giornale, da diversi anni, è – di nuovo – cosa dovrebbe essere, anche ha una storia un po’ più lunga, articolata e gloriosa di quella di Liberazione. E, ultimo ma non ultimo, più lettori.
Il rischio che l’Unità sembra correre è infatti quello che se non è abbastanza identitario non piace ai lettori affezionati al partito, se lo è troppo non piace agli altri. Se è così e così rischia di deludere tutti.
Per anni la linea che i direttori Furio Colombo prima e Antonio Padellaro dopo (e un po’ meno) hanno seguito è stata quella di giocare soprattutto coi titoli, cercando di fare un giornale urlato – rincorrendo quelli di destra – non di partito, ma d’opposizione. Il risultato, dicevano mesi fa fonti interne al giornale, è che le vendite sono calate anche oltre i limiti storici.
Il giornale che sta facendo Concita De Gregorio è paradossalmente, molto più di partito ora che il partito non siede più nel consiglio di amministrazione. Nel primo giorno del nuovo formato “minigonna”, la copertina era assolutamente militante, dedicata alla manifestazione anti-governativa del Circo Massimo.E all’interno colpiva una foto di De Gregorio attorniata da Veltroni e Dario Franceschini che leggevano un numero di prova.
All’interno, il quotidiano è pieno soprattutto di commenti – di commentatori che in gran parte sono firme arci-note del circolo intellettuale democratico – anche se c’è l’evidente tentativo di fare qualche approfondimento. E l’Unità sta cominciando a puntare parecchio anche sul web.
Quanto può sopravvivere l’Unità? Avrà il tempo di portare a compimento la marcia verso un altro modello di quotidiano, mentre deve fare ancora i conti con giornalisti che sono in gran parte gli stessi di prima e un gruppo dirigente interno che è al potere da un bel po’? P
uò acquistare più lettori se il Pd farà “l’opposizione dura” annunciata sabato scorso dal nuovo leader Franceschini, se sarà rassicurante, probabilmente. Ma può permettersi davvero il lusso di diventare un Guardian italiano (anche se “The Guardian” non è mai stato direttamente il giornale del Partito laburista britannico), senza rischiare di non convincere i lettori affezionati da un lato né quelli nuovi che vorrebbe, e che del resto hanno già La Repubblica? O che possono trovare il gossip politico sul Pd sul “Foglio” o anche sul Riformista, una specie di Isola dei Famosi dell’editoria di sinistra (anzi, per un pubblico di sinistra) dove oggi scrivono commenti un numero cospicuo di ex firme dell’Unità e Repubblica.
Ma soprattutto: e se il proprietario-imprenditore dell’Unità si stufa di attendere?

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