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Cesare Battisti (encore)

14 gennaio 2009

Leggo (qui) che il governo ha accordato a Cesare Battisti lo status di rifugiato politico, e dico subito che nonostante tutto, sono lieto per lui.
Prima spiegherò perché sono lieto, e poi il “nonostante tutto”.
Ho conosciuto Cesare Battisti alcuni anni fa, in Francia, dopo aver scambiato qualche email e qualche telefonata. Ho letto i suoi libri. L’ho intervistato. L’ho incontrato l’ultima volta per caso a Belleville, poco prima che lo arrestassero.
Non lo considero un mio amico e non ho una idea precisa su come siano stati gestiti i processi in cui era imputato (su questo potete però leggere l’ampio dossier di Carmilla). Però, sono convinto che il Cesare Battisti di oggi non c’entri nulla con quello di 30 anni fa, non sia la stessa persona, non abbia le stesse convinzioni e non rappresenti un pericolo per nessuno. E che dunque non meriti, oggi, di stare in carcere.

Su una cosa mi sono sbagliato, all’epoca del suo arresto in Francia. Pensavo che alla fine si sarebbe consegnato alle autorità italiane per combattere una battaglia politica in Italia, sui suoi processi e sul fatto che la sua vita sia cambiata. Invece è fuggito, anche se capisco benissimo perché una persona (qualunque persona, qualunque sia il reato che abbia commesso) si voglia sottrarre con tutte le sue forze al carcere.

Non faccio una distinzione tra carcerati amici e non amici (politicamente o affettivamente) o tra criminali “comuni” o “politici”, anche se penso che la politica e la giustizia non siano e non debbano essere la stessa cosa, e che dietro i reati e i tipi di reati ci siano realtà diverse, motivi diversi, storie diverse. Anche se le vittime di reati diversi sempre vittime sono, alla fin fine. E vanno rispettate.
Credo in generale che abbia un senso che chi ha commesso un reato debba “pagare il proprio debito con la giustizia”, ma anche che la giustizia – come peraltro prevede la Costituzione – non possa essere una macchina insensibile alle ragioni umane. E ai cambiamenti delle persone.
Da questo punto di vista, mi è sembrata più una tardiva voglia di regolare i conti che volontà di giustizia e preoccupazione sincera per la sicurezza la ricerca affannosa degli espatriati italiani protetti in Francia dalla “dottrina Mitterrand”.
Perché non tutte le persone e i condannati sono uguali (nel senso che qualcuno forse ancora conduceva attività illegali, ma la assoluta maggioranza no) e perché andava rispettato un accordo politico, dato che di accordi politici se ne fanno ogni giorno, per far funzionare le cose in Italia, in Francia, nella Ue, all’Onu, nel mondo.
Anche se dò perfettamente ragione a Gian Giacomo Migone, che su Le Monde oggi scrive del “malinteso” tra italiani e francesi, per il fatto che le Br (e annessi e connessi: nel caso di Battisti i Pac, Proletari armati per il Comunismo) non sono i partigiani antifascisti che la Francia accolse durante il fascismo, non c’entrano nulla.
E che, aggiungo, l’Italia degli anni 60-70 non era il Sud America, se non magari nella capoccia di chi scelse la lotta amata.

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