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Commiato di un ex veltroniano

21 giugno 2008

ome gli intimi e i miei 25 lettori sanno, mi sono sempre fregiato di una definizione che un tempo suonava quasi snob, quella di veltroniano. Erano i tempi in cui i dalemiani giravano con quelle divertenti magliette con su scritto “Vado al Massimo”.
Questo non vuol dire che oggi mi sia convertito all’altra corrente principale del tormentato dramma politologico (politico sarebbe un complimento) italiano che va sotto il nome di Pci-Pds-Ds-Pd.
Come hanno sintetizzato con la solità genialità Pericoli e Pirella nella vignetta odierna su Repubblica, infatti, “Nel Partito democratico si stanno formando due correnti: quelli che preferiscono perdere con Veltroni e quelli che preferiscono perdere con D’Alema”.
Ho votato Pd proprio perché c’era alla sua guida Walter Veltroni. Fino in fondo, insomma, ho perseverato nell’errore, ho abboccato al richiamo della sirena veltroniana, e lo riconosco.

Prima di allora, dai tempi in cui mi ero iscritto al Pci morente, non mi piaceva l’autoritarismo socialdemocratico di Massimo D’Alema e apprezzavo invece la capacità liberal di Veltroni di tenere insieme la capra e il cavolo, i radicaldemocratici-ambientalisti come me e tutto il resto. Se non altro, c’era spazio politico di manovra.
Mi è piaciuta l’invenzione dell’Ulivo. Mi è piaciuto Veltroni vice premier 40enne, e il Veltroni ministro della Cultura. Mi è sempre piaciuta la capacità evocativa dei discorsi di Veltroni.
Non mi è mai piaciuta, invece, la sua attitudine obliqua rispetto alle sfide e ai problemi. Mai prendere niente di petto, e non muoversi fino a che non si è sicuri non solo di vincere, ma di stravincere.
Bene, oggi ammetto che quel che poteva sembrare un prodotto politico effimero, be’, lo era davvero.

Riconosco a Veltroni di essere una personalità brillante e quello che si dice “un gran lavoratore”. Di avere intuizioni importanti. Ma al tempo stesso ho capito – con ritardo, e me ne dispiace – che non è capace di guidare realmente i processi, di essere un leader, anche se è un uomo perfettamente capace di amministrare il potere.

Roma, città di cui è stato sindaco fino a pochi mesi fa, ha fatto moltissimi progressi, ma li ha fatti soprattutto perché c’è stato un grande processo di rinascita a metà degli anni 90 che si è catalizzato intorno al giovane gruppo dirigente che con Francesco Rutelli è arrivato in Campidoglio.
Veltroni & Rutelli, che dovevano essere i dioscuri del nuovo centrosinistra, si ritrovano invece legati nel declino. Un declino che meritano totalmente.
Rutelli ha vissuto un’involuzione politica e anche culturale – segno che certe questioni e posizioni non basta masticarle, ma bisogna anche digerirle, assimilarle – drammatica. E oggi è una specie di Francesco Crispi in sedicesimo. Un giovane radicale diventato un maturo conservatore. Un generale senza truppe che continuerà a fare danni, senza produrre nulla di nuovo.
La sconfitta di Roma è la sconfitta di Veltroni & Rutelli (quello di oggi, non quello del ‘93). Serviva coraggio e innovazione. Serviva cambiare strada. Occorreva un candidato giovane, uno che si capisse che voleva costruire, non vivacchiare al Campidoglio in attesa di tempi migliori.
Hanno candidato Rutelli – che a sinistra era perfino il miglior candidato, tra Grillini, l’improbabile grillina e la macchietta trotskista… – e abbiamo perso le elezioni comunali. Veltroni non ha avuto, come al solito, coraggio.
E io oggi, più leggo le cose che dice Rutelli, più rimpiango di non essermi astenuto al secondo turno. Per evitare almeno di fare la parte del soldatino di sinistra che va coscientissimo incontro al massacro.

Veltroni, due mesi dopo aver perso le elezioni politiche molto peggio di come tutti, lui per primo, ci aspettavamo, sta facendo esattamente l’opposto di quel che aveva promosso e promesso.
Ieri, all’Assemblea del partito – che sembrava un’assemblea di fantasmi in una enorme cattedrale nel deserto – Ha riciclato la stanca opposizione a cui ci siamo abituati in questi anni, grazie anche al fatto che Silvio Berlusconi è sempre lo stesso. Dunque non si fatica a inventarsi antidoti.
E anche la manifestazione in autunno (che da 40 anni in Italia si pretende sempre caldo, perché la fantasia dei politici è pari a quella dei giornalisti: poca) è un classico dell’opposizione e del sindacato. Si sfila (in almeno 1 milione di persone: e lo si decide una settimana prima, qualunque poi sia la cifra reale), ci si sfoga e ci si fa prendere per il sedere.

Veltroni si è costruito una maggioranza di partito apparentemente blindata ma in realtà sfilacciata in corrrenti.
E’ normale, è fisiologico che un partito che si pretende a-ideologico e che risulta al momento soprattutto senza idee condivise – al di fuori della tiritera dei valori che sono alla base della Costituzione italiana… – sia un partito soprattutto di correnti.
Correnti che non sono tanto politiche o culturali, quanto riunite intorno a esponenti e/o interessi. In termini tecnici, non si chiamano neanche correnti, ma bande. Il cui punto dirimente politico principale sembra essere – ma è fuffa – se sedersi con i socialisti o con i liberaldemocratici (oggi si siedono un po’ di qua un po’ di là).
Per cercare di superare il “correntismo”, Veltroni ha dunque deciso di lanciare il tesseramento, normalizzando anche su questo terreno il Pd. Che al prossimo congresso si scontrerà sul numero di tessere. Speriamo senza morti ammazzati in certe città del Sud.

Ancora. Dopo aver contribuito a far cadere un governo che stava in piedi con lo sputo, non solo per gli effetti della legge elettorale ma perché così hanno votato gli italiani, e dopo aver deciso di rompere i ponti con la cosiddetta “sinistra radicale” (che ha pagato non tanto la scelta di Veltroni quanto la sua incapacità di governare: gli elettori la hanno abbandonata), ora Veltroni apre a sinistra e anche a destra, all’Udc, in vista delle future (?) alleanze, che si potrebbero costruire in realtà solo su un punto, solo su quello, sempre su quello: l’emergenza democratica data dal Berlusconismo.
E si vede infatti cosa abbia fruttato: un governo vissuto male e morto in tenera età.
E poi Veltroni ha detto chiaramente che non vuole più il bipartitismo (= Pd forte), ma il bipolarismo.
Scelte, queste ultime, che Veltroni se non ha voluto ha allora subito, nel tentativo comunque di restare al potere.
Badate, io non dico che non bisogna fare alleanze. Casomai obietto sul come e sul chi. Ma penso che comunque si debba ragionare in termini di conquista dell’egemonia.
Dico però che Veltroni era partito in un modo e ha finito in un altro.

E anche la rottura, dopo solo due mesi, col governo di destra non è avvenuta sulle cose più pesanti, l’attacco ai diritti delle persone immigrate, o sulla in-sicurezza di regime. No, perché quelle cose – come ha denunciato anche Amnesty International non troppi gioni fa – le diceva anche Veltroni. Purtroppo.
La rottura si è consumata di nuovo sul Berlusconi imputato, cioè sui diritti (?) di un cittadino, che per quanto facoltoso, sempre uno è (anche se il caos che provoca poi attenta ai diritti di altri, ma per fatto secondario).
E il concretissimo Veltroni, che ci esorta a fare politica e non giustizialismo, non è stato manco capace di una scelta coraggiosa: proporre una norma che sospenda i processi alle alte cariche dello Stato. In modo da sgomberare il terreno dalla questione e affrontare la destra con la politica.

Veltroni, come è noto, è stato già a capo del partito, i Ds, finito il governo Prodi e prima di diventare sindaco di Roma. Ma è come se non ci fosse stato, perché quello per lui era un parcheggio prima di andare altrove.
Il Pd ora rischia di essere un altro parcheggio. Anche perché da qui a cinque anni per Veltroni l’unica possibilità è che qualcuno lo nomini a capo di qualcosa. A un incarico per cui non serva concorrere contro qualcun altro.
L’unica volta in cui Veltroni ha vinto davvero qualcosa, è stato forse quando è diventato sindaco di Roma per la prima volta. Ma per ottenere quello che sembrava un risultato scontato è comunque dovuto arrivare al secondo turno.

Dopo tutto questo, perché Veltroni dovrebbe avere il coraggio di costruire un Pd riformista e radicale, come ha detto più volte? Infatti, non lo farà. E dirà che non glielo hanno fatto fare. In un certo modo, sarà anche vero. Perché Veltroni condivide questo con i bambacioni 30enni che continuano a chiedere che gli si dia, per favore, il potere: non sa lottare, non ce l’ha nel Dna, magari. Deve sentirsi rassicurato, amato, vezzeggiato.
E’ nato per governare, mica per vincere le elezioni o costruire un partito.

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