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Lacrime di vinile

19 dicembre 2007

Oggi su Repubblica.it Ernesto Assante e Beppe Videtti, due colonne della critica musicale italiana, se ne sono usciti con la proposta ai discografici di smettere di fabbricare cd e di tornare al vecchio vinile, sostenendo che quello è il formato giusto per appassionarsi alla musica e impedire che la gente masterizzi a tutto spiano, comprando sempre meno album.

Che la proposta sia una boutade natalizia è ovvio, e anche che farà discutere come se fosse una roba seria.
Ma è interessante vedere quali elementi citano a sostegno i due “saggi” (ormai anche incanutiti).
In sostanza, noi ascoltatori “non vogliamo più bene al supporto”, dicono i due, perché il cd non ha il fascino delle copertine di cd.

Perché il cd non vale più di cinque euro, anche quand’è originale. E non è un oggetto al quale gli appassionati di musica si sono affezionati, non sono oggetti che un appassionato di musica vuole conservare, proprio perché non hanno copertine, non hanno immagini da vedere, cose da leggere, non rappresentano gli artisti e le loro idee, sono solo supporti, non sono la musica“.

Il disco in vinile non è un “supporto” ma è l’opera. Dark side of the moon, o Stg. Pepper, o Highway 61, non sono collezioni di canzoni, sono “dischi”. Così come i Promessi Sposi non sono uno scritto ma un libro. Il libro non è un supporto cartaceo, è l’opera stessa. Che non può essere copiata se non in qualcosa che libro non è. E il vinile non può essere copiato se non su cassetta o cd, il dominio della copia in vinile non è mai passato nelle mani di noi consumatori e appassionati. E il disco in vinile si rovina, si graffia, s’impolvera, se io voglio bene al disco voglio e debbo conservarlo. Il disco in vinile ha una copertina che è parte integrante del disco stesso, identifica l’opera, la illustra, in qualche caso la spiega. Ed è un oggetto come questo che gli appassionati di musica vogliono avere, vogliono conservare“.

Ridateci il vinile, ridateci la possibilità di avere dischi che durano trenta, quaranta minuti, fatti di canzoni e brani che gli artisti hanno voluto metterci, senza inutili e insulsi riempitivi“.

Si potrebbe suggerire a Videtti e Assante di andare in pensione e chiudere la questione. Però, le questioni che pongono meritano una risposta. Soprattutto per evitare che qualcuno le trovi affascinanti.

Per esempio. Il prezzo degli album non lo fa il materiale usato (il compact, la plastica), ma l’immagine degli artisti, il loro potere mediatico e la loro presenza mediatica, oltre ad alcune questioni che riguardano la concorrenza e il mercato (vedi alla voce: prezzi più alti in Italia, ma anche cartelli internazionali dei discografici). Che viviamo in un’epoca di consumi culturali spinti e di immaterialità, del resto non è un concetto proprio nuovo.

Per esempio: i prezzi dei cd sono sicuramente troppo cari, ma se scaricate legalmente un album, non è che alla fine lo pagate poco, considerando che il supporto magnetico lo mettete voi, quello cartaceo non c’è e la qualità dei file mp3 è notevolmente inferiore a quella di un file .wav (la traccia di un cd, cioè).

Per esempio. Esistono bellissimi booklet per cd. Esistono cd con collegamenti multimediali che consentono esperienze ulteriori rispetto a quelle del “supporto materiale”. Esiste Internet, dove si trovano tutti i testi delle canzoni, e i siti degli artisti. Quindi la dimensione del supporto è trascesa, sia tecnologicamente che artisticamente. Poi, ovviamente, esistono gli artisti capaci di ideare un album multimediale, graficamente bello e ricco, e quelli che no. Come del resto la gran parte dei vinili, a memoria, non è che fossero tutte queste opere d’arte (Ma come è noto quando invecchi quel che c’era prima era sempre più bello, soprattutto perché eri giovane tu).

Per esempio. Non è una legge divina quella che obbliga un artista e soprattutto un produttore a dare alle stampe un album di un’ora e passa solo perché quello è il tempo reso disponibile dal supporto. Sono scelte. Un album ovviamente non è una antologia di canzoni, ma si presume sia un’opera compiuta. E lo può essere in vinile, o in cd, o anche in file.
Anche se a onor del vero è il mercato digitale quello che offre più rischi: perché un artista può puntare tutto sui singoli e non più sugli album.
Ma in un’epoca di consumo veloce, perché dovrebbe essere strano? O “sbagliato”?

Per esempio. Non è vero che un album in vinile e un libro sono la stessa cosa. Un disco non puoi usarlo senza un giradischi. Un libro sì. Ecco anche perché fa tanta fatica a imporsi l’ebook, che ha bisogno di un supporto e ha costi ancora spropositatamente alti.
E poi, un libro, in quanto “opera compiuta”, dovrebbe comprendere anche, che so, il disegno di copertina, se vale il discorso dell’album. Invece, quanti libri con copertine insulse o semplicemente inutili avete acquistato? E di quante vi ricordate?

Per esempio. La proposta di Videtti e Assante può riguardare una nicchia di appassionati, disposti a spendere qualche soldo per un piacere da collezionisti. Possibile che qualche etichetta ci si butti, se la spesa valesse l’impresa, ma non è roba che risollevi il mercato. Ma il resto dei consumatori (brutta parola?) no, continuerà a consumare normalmente.
E allora, visto che il giocattolo si è rotto nelle mani dei giocattolai, cioè i discografici, sta a loro tirarsi fuori dai guai. In che modo? Perlomeno facendo scendere il prezzo, parecchio. O cambiando completamente il modello.

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