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Mannaggia alli pescetti

3 luglio 2007

I bambini sono come i funghi o i frutti di mare. Raccolgono, volenti o nolenti, tutte le sostanze tossiche, il pattume inquinante, e se lo tengono dentro. Vale per cose mooolto drammatiche, ma non ho i gradi per impartire una lezione di psichiatria infantile a nessuno. Succede anche per la parolacce, e qui invece, consentitemi di esibire i miei numerosi titoli di studio.
Figlio di un padre che non diceva – o diceva poche – parolacce, ma in compenso bestemmiava tutto il calendario con disinvoltura, sono da tempo un bestemmiatore professionale. Anche se a dire il vero a introdurmi fattivamente al variopinto mondo dell’insulto alla trascendenza è stato il mio amico Alberto. Che successivamente, e per un breve lasso di tempo, è divenuto prete, poi dice le stranezze della vita.
Quand’ero piccolo (e tutti mi scherzavano), in realtà non dicevo parolacce, e non perché non ne conoscessi. Il massimo della trasgressione fu un “fijo de na bagnarola” rivolto a quello che in realtà era un grandissimo figlio di zoccola a cui avrei volentieri rotto il culo. Ma mi era stato vietato formalmente da mia madre, anche sotto minaccia fisica, di dire parole del genere. E non mi piaceva fare a botte.
Poi tutto cambiò verso i 13 anni, e da allora anche il mio italiano ne ha risentito. Per dirla tutta, devo sempre fare uno sforzo per non dire oscenità e per parlare rinunciando alla abitaule pronuncia romana.
Per mio fratello non andò nello stesso modo. Incurante delle minacce, me lo ricordo scoppiare in divertenti “Pocca Madonna” a 3 anni (io ne avevo 6 e mezzo). E se mia madre finiva per dargli una sberla, nessun problema: le cantava, le bestemmie, come una nenia, strappando risate agli adulti.
Con Zoe mi sono ricordato del fascino quasi imbattibile delle parolacce. Nonostante controlli il mio linguaggio il più possibile – riesco a parlare in italiano, con solo qualche rara scivolata, per ore… – talvolta capita un’ecezione per un fatto imprevisto. Per esempio, in auto. O se cade qualcosa e perdo per un secondo la pazienza.
Dunque, ecco Zoe lesta a cogliere l’occasione: l’altro giorno, dopo che Victor mi aveva svomitazzato su un braccio e non so cosa altro era accaduto, la signorina, con un sopracciglio alzato, ha rimproverato il fratello con un “pocco dio, victor, pocco dio”.
Fortunamente Charlotte non ha sentito, e mi sono evitato il cazziatone (da una che però ogni tanto lascia correre un “merde”, “fais chier” e altre amenità etniche).
Però ho pensato a una possibile soluzione. Sostituire le espressioni più pesanti con qualche variazione divertente. Per esempio, il celeberrimo “mannaggia alli pescetti“, o cose come “porca pupazza” (la signorina usa già con disinvoltura “porca miseria” o “mannaggia alla miseria”), “porca paletta” o invenzioni agricole come “mannaggia alla fillossera”.
Il beta test “mannaggia alli pescetti” ha funzionato. Ieri, incamminandoci verso il nido, Zoe ha ripetuto soddisfatta la frase diverse volte, con varie intonazioni.
Vorrà dire che bestemmierò sul blog, come un mantra.

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