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Antonio Roversi, memoria della Rete

15 giugno 2007

Ho scoperto solo questa sera, sfogliando il giornale, che è morto Antonio Roversi, direttore del Dipartimento di Scienze dell’Educazione dell’Università di Bologna. Aveva 57 anni. L’avevo conosciuto per email e per telefono lo scorso anno, dopo aver letto un suo libro recente. Era (anche) uno studioso della Rete, a cui ha dedicato numerosi contributi importanti, riflessioni niente affatto banali.
Riposto qui il pezzo che scrissi dopo averlo intervistato, e pubblicato anche da NovaMagazine, intitolato “A chi parla la jihad elettronica”.

La maggior parte dei siti Internet gestiti da fondamentalisti islamici nei paesi d’origine vuole parlare in realtà ai giovani della seconda generazione di immigrati musulmani in Occidente, che vivono divisi tra due culture e dunque sono più sensibili agli appelli della “jihad elettronica”.

Ne è convinto Antonio Roversi, sociologo bolognese che da anni studia da vicino il web e che invita però ad ascoltare anche le altri voci del mondo arabo e islamico che popolano la Rete, e che sono favorevoli al dialogo.
In un libro uscito quest’anno e intitolato “L’odio in Rete”, Roversi, 56 anni, analizza “siti ultras, nazifascismo online, jihad elettronica”, come recita il sottotitolo. Quello che lui stesso definisce “il lato oscuro della Rete”, sostenendo che Internet può favorire “il cammino a quel processo di balcanizzazione che molti recenti avvenimenti politici sembrano già aver avviato in diverse parti del mondo”. Nella parte dedicata a “l’Islam online”, il sociologo, che è anche direttore del dipartimento di Scienze dell’Educazione dell’Università di Bologna, analizza siti web gestiti da gruppi anche molto diversi tra loro, da quello per i bambini del movimento palestinese Hamas a quello dell’Esercito Islamico in Iraq.

Accomunati dall’odio, in particolare contro gli ebrei e gli “infedeli”, questo tipo di siti condividono anche un’altra caratteristica, spiega Roversi: sembrano rivolti solo in parte alla popolazione locale, anche perché la penetrazione di Internet nei paesi islamici e arabi è ancora spesso contenuta, ma vogliono parlare invece ai musulmani della “diaspora” in Occidente o, come nel caso dei gruppi armati, alle altre organizzazioni concorrenti. Roversi dice che su questo fenomeno “l’evidenza empirica dei dati è ancora molto scarsa”, e che la sua analisi è stata condotta anche grazie a un collaboratore che ha tradotto le parti strettamente in arabo.

Target Giovanile
I siti fondamentalisti, è in sostanza la tesi di Roversi, si rivolgono direttamente agli immigrati di seconda generazione, quelli più giovani. “Lo si vede dal tipo di messaggi che sono inviati, che hanno chiaramente un target giovanile, un pubblico di età compresa tra i 14 e i 20 anni. Per come sono costruiti, certi videoclip potrebbero benissimo andare su Mtv. E le tecniche con cui sono prodotti quelli non musicali non hanno niente da invidiare ai nostri cartoon”.

Mentre in precedenza si riteneva che fossero i migranti appena giunti nei paesi occidentali a creare problemi per la loro giovane età, con comportamenti criminali, gli studi nei paesi più interessati dall’immigrazione sottolineano invece che la questione semmai riguarda la seconda generazione, i figli.
“Chi costituisce veramente un problema sono i giovani della seconda generazione, perché si trovano a metà tra le due culture – dice ancora Roversi, autore di libri sul tifo violento, o sulle chat line -, si trovano a vivere in due mondi contemporaneamente, il mondo della vita quotidiana, che molto spesso ha ricostruito una sorta di microclima, di microambiente che rispecchia l’origine, e nello stesso tempo però devono crearsi uno spazio nella nostra cultura”.

Sono questi giovani, spiega nel libro Roversi, che soffrono “dei maggiori problemi di integrazione nei nuovi contesti sociali in cui si trovano a vivere. Una difficoltà che li può portare, per reazione, a una sorta di ‘ripiegamento etnico’, ad una chiusura culturale prima ancora relazionale nei confronti dell’ambiente sociale circostante, che può a sua volta generare un bisogno insoddisfatto di affiliazione e radicamento”. E i siti fondamentalisti, che diffondono invece messaggi di separatezza e odio verso altri gruppi e culture inserendoli nella cornice di un presunto Islam “puro” e combattente, tentano di soddisfare quel bisogno.

Si tratta di siti web pericolosi, dunque? “La pericolosità non sta nell’offerta, sta nella domanda, nelle sacche di disponibilità da parte di chi a questi messaggi è sensibile – risponde il sociologo – Lo abbiamo visto in Inghilterra, con quei giovani, cittadini britannici, pronti al martirio”. Il riferimento è ai quattro autori degli attentati di Londra nell’estate del 2005 che provocarono 52 morti: tutti cittadini britannici di fede islamica, tre erano di origine pakistana, uno giamaicana.

Non c’è solo il “web dell’odio”
Roversi dice “da cittadino” che i siti che diffondono l’odio e la violenza andrebbero chiusi e i loro autori perseguiti penalmente, ma aggiunge che “dal punto di vista tecnico non mi sembra tanto utile, tanto poi li rimettono su”, utilizzando siti-specchio o trasferendosi su altri server in paesi diversi. Roversi però sottolinea come, accanto al “web dell’odio”, ci siano anche moltissimi siti di tipo molto diverso… ci sono molte voci che sono per il dialogo, o che quanto meno dimostrano un atteggiamento molto diverso. Basta farsi un giro tra i siti iraniani e iracheni, che spesso sono gestiti da donne, contrariamente a quel che si potrebbe pensare con un po’ di pregiudizio. O tra quelli del Maghreb”. “Sarebbe bene riequilibrare la percezione che abbiamo del mondo islamico – avverte Roversi – Quello che mi sembra che si sia un po’ diffuso nell’opinione pubblica è che Internet sia uno strumento che consente di essere utilizzato in questo modo perverso. Invece, bisognerebbe sapere e vedere che ci sono persone che fanno cose diverse. Bisognerebbe porre attenzione a tutte le altre voci che sono presenti in Rete. Sul web non parla solo il fondamentalismo. Occorre saper ascoltare”.

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