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Battisti, intervista a un uomo che fu pericoloso (2)

24 agosto 2004

Sollecitato da un commento di Tantorumore, vi ripropongo, in due parti, un’intervista inedita a Cesare Battisti realizzata a Parigi 1999. Tanto per. Oggi, intanto, Libération scrive che Battisti si trova già all’estero, almeno dal 14 agosto.

In Francia, ma anche tra le nuove leve italiane, molti degli scrittori noir di maggior successo vengono da un ambiente di estrema sinistra. Il caso tipico è quello di Raynal, l’attuale direttore della Sèrie Noire. É solo un caso?
Raynal, che ha ridato vita al genere noir in Francia, viene dall’estrema sinistra e chiaramente si è portato dietro un sacco di gente, alla Gallimard. Ma è vero che in generale molti scrittori di noir vengono dall’estrema sinistra. É il caso di alcuni americani, ex militanti del Pc (che negli Usa era quasi come essere un ex clandestino delle Br in Italia…). In Francia penso a (Jean-Patrick) Manchette, uno che ha aperto la strada, o a Didier Daeninckx, uno scrittore tutt’ora molto impegnato.

Come dire: un modo di trasferire la lotta tra il Bene il Male, tra il comunismo e il capitalismo, dalla politica alla letteratura poliziesca?
Alcuni scrittori della mia generazione, hanno visto che si può fare intervento politico, perché no, anche attraverso il romanzo nero. Alcuni argomenti, alcuni temi trattati nei noir sono davvero da saggio politico, o sociale. Però, mentre i documenti e i saggi non hanno un gran mercato, il romanzo nero è una lettura molto più popolare, costa poco. E poi, è vero che c’è un transfert dalla militanza attiva di un’epoca a un altro tipo di militanza, oggi. Io però non mi riconosco in questo passaggio, perché non pretendo di fare politica attraverso i miei romanzi. Dico solo che c’è una certa generazione che ha vissuto la fine degli anni 60 e gli anni 70, persone che si sono fatti un’esperienza e che la raccontano, semplicemente.

E qui torniamo a “L’ultimo sparo”, un libro dal finale abbastanza amaro…
Sì, perché finisce con la sconfitta degli anni 70.

Una sconfitta generata da un inganno, almeno a leggere il libro. L’inganno di passare attraverso la lotta armata come se fosse una scorciatoia politica. É così?
Alzare il livello di scontro al punto di prendere le armi è stato un errore enorme. É stata una provocazione, e tutti ci sono caduti dentro, con un grande errore da parte delle Brigate Rosse – che non avevano niente a che fare con il movimento, intendo con il movimento spontaneo, l’Autonomia, i gruppi… – con il sequestro e soprattutto l’uccisione di Moro. Quando arrivò l’annuncio della sua morte tutti noi pensammo a un’altra provocazione, dopo l’episodio del Lago della Duchessa. Negli ambienti dell’estrema sinistra, nessuno ci credeva. Tutti quanti stavamo aspettando Moro libero, che sarebbe stato una mina vagante… E invece lo hanno ammazzato. É stato un errore enorme. Comunque, quello di Moro è stato un dettaglio importantissimo, ma resta un dettaglio, in tutta la storia. Tirare colpo su colpo, rispondere a tutte le provocazioni, arrivare allo scontro quando si sapeva benissimo che eravamo perdenti – nessuno negli ambienti che frequentavo io pensava di andare a occupare il Palazzo. Le Brigate Rosse sì, ma noi le prendevamo per il culo, le Br.

Non è strano cominciare una guerra, o una guerriglia, già sapendo di perderla?
Nella seconda metà degli anni 70, in effetti, c’erano degli spazi di contropotere incredibili. Il movimento era una massa enorme. Si riusciva a occupare e ad autogestire ospedali, fabbriche enormi, università. Era un contropotere reale. La violenza era una cosa necessaria solo di tanto. Ma non è stato il movimento a cominciare con i morti, è stato lo Stato. L’errore è stato rispondere.

Prima di essere arrestato, nel ’79, io e tutto il mio gruppo avevamo già detto basta. Noi eravamo molto critici nei confronti delle Br, perché vivevano in clandestinità, non stavano in mezzo al movimento, alla gente, nei centri sociali. Poi c’è stata l’impennata della lotta armata, la repressione si è fatta forte. Il Partito comunista, che sapeva bene come colpire perchè i suoi quadri venivano dalla Resistenza, e sapeva anche che non esistevano i grandi capi, ci ha tolto l’acqua. Eravamo sempre più numerosi, ma sempre più isolati, più clandestini.

Nel libro, il rapporto conflittuale con le Br emerge molto chiaramente. Prima lei diceva: nella lotta armata non c’erano i grandi capi, i grandi vecchi. Però sembra esserci anche un lato oscuro su cui non si è mai indagato a fondo, sui rapporti tra Br e certi settori dello Stato, servizi segreti. É solo dietrologia?
Se ancora oggi, per non guardare in faccia alla realtà, si vuole continuare a parlare di complotti e teorie della cospirazione, a me fa ridere. Con tutti i pentiti che ci sono stati, se ne sa quasi più di quello che è veramente successo. Se ci fossero stati dei contatti, delle manipolazioni da parte dei servizi segreti sia italiani che stranieri, sarebbe venuto fuori. Pare che ci sia stato un tentativo da parte di Israele di prendere contatto con le Br per un un obiettivo di destabilizzazione italiana che poteva essere loro utile nei rapporti con gli Usa, ma le Br rifiutarono, così ha detto un pentito importante.

Perché non si vuole voltare pagina in Italia? Perché non si possono permettere che salti fuori tutto.

Allora i complotti e i lati oscuri esistono…
Sì, ma da parte dello Stato. Per le stragi, ad esempio, c’è qualcuno in galera, a parte due deficienti di fascisti (Fioravanti e Mambro, ndr) che secondo me sono anche innocenti? Per voltare la pagina c’è bisogno che venga tutto fuori. Poi magari si può parlare di amnistia. Ma loro non vogliono che salti tutti fuori. Secondo me c’è ancora un sacco di gente che ha ancora posti chiave nel potere, e che quindi non può scoprirsi. Non c’è un processo che vada in porta, uno scandalo che non venga soffocato…

L’Italia fornirebbe un bel po’ di materia per uno scrittore di noir, insomma.
Fellini l’aveva detto: “è scandaloso che un paese come l’Italia, che è un paese nero, che è una sorgente per il romanzo noir, non abbia scrittori di gialli di un certo calibro”. Adesso però c’è una nuova leva di scrittori che stanno venendo fuori. Anche prima c’era gente che sapeva scrivere, ma non riuscivano a venir fuori perché il mondo editoriale italiano è sempre stato fatto di clan, di baroni, di culi di pietra che nessuno riusciva a spostare.

Saranno gli scrittori di noir della nuova generazione a indagare sui misteri d’Italia?
Io non credo che esista una missione, nel romanzo nero. Però se può servire a smuovere qualcosa, arrivare a dire qualcosa a qualcuno che altrimenti non leggerebbe mai un documento… ma da lì a dire che il romanzo nero possa avere un ruolo importante, non ci credo. Io, per esempio, quando ho scritto “L’ultimo sparo” avevo già voltato pagina, pensavo di scrivere solo per me. Non so e non mi interessa se l’Italia lo farà, se volterà pagina. Non rientrei neanche se dovessi avere l’amnistia, al massimo verrei in vacanza.
Invece, man mano che scrivevo, mi sono accorto che non stavo scrivendo solo per me. Attaccare i comportamenti dei compagni, i miei, mi è servito anche a prendere le distanze, a far capire al lettore che non avevo qualcosa da difendere. Invece, quando il romanzo è uscito in Italia, mi sono accorto che c’erano state un bel po’ di reazioni. Allora mi sono detto: chissà che quello che ho scritto non faccia riflettere qualcuno, chissà che qualcuno non dica: forse è arrivato il momento di parlare tranquillamente di quest’argomento, della lotta armata.

Ha intenzione di scrivere ancora sulla lotta armata, un altro romanzo o magari un saggio?
No, per me è un capitolo chiuso (in realtà, “Le Cargo Sentimental” parla di quell’esperienza. Ma lo scriviamo col senno di poi, ndr). Eppoi, non partecipo mai a nessuna iniziativa, qui a Parigi, con gli altri fuoriusciti (nenahche questo è più totalmente vero, da quando si è cominciato a temere che la Francia voglia consegnare all’Italia i rifugiati politici, ndr). Non ho niente da dire, non frequento nessuno. Con i dieci anni passati in Messico ho spazzato via tutto. Il Messico è lontano, è proprio un’altra cosa. É grazie a tutto ciò che sono riuscito a venir fuori da questo circolo vizioso del reduce della lotta armata, del rifugiato, che poi è un’altra forma di prigione. Una cosa che mi ha impressionato moltissimo, tornando in Francia dopo dieci anni, è stata quella di ritrovare dei compagni che parlavano e si comportavano come se non fosse passato neanche un giorno. Soffrivano e soffrono ancora come cani, perché non hanno mai superato quello è successo in Italia. Anche perché la Francia è troppo vicina, certi contatti non si perdono.

In Italia, gli ex terroristi che scrivo libri o memorie, o che tornano sulla scena pubblica, suscitano generalmente un certo fastidio, anche in una certa opinione pubblica di sinistra. Lei è un romanziere: non si sente considerato nello stesso modo?
No, mi è capitato solo di leggere qualche reazione risentita sui giornali italiani all’uscita del mio romanzo. Sia da un lato che dall’altro, la storia di quegli anni è sempre stata raccontata in modo disonesto, per interessi diversi ed opposti. Dunque posso capire questo fastidio. Posso capire che i familiari di una vittima dell’altra parte possano ancora oggi gridare: al rogo. Anche se poi bisognerebbe spiegargli, per esempio, che un ufficiale dei carabinieri aveva una pistola e la usava. Ma chiedere a un familiare di capire questo, non è facile.

(Sull’amnistia) Alcuni parlamentari dicono: qui non si può fare niente perché sennò c’é subito un’alzata di scudi dell’associazione delle vittime. Secondo me non è così…. Togliatti non si è fatto nessun problema quando ha dato l’amnistia ai fascisti dopo la guerra. Di scudi se ne sono levati, eppure l’amnistia c’è stata lo stesso.

Non le pare un po’ azzardato il paragone con Togliatti, con i terroristi di sinistra nella parte dei fascisti?
Magari così, fuori contesto, quello che ho detto può essere male interpretato. Quello che voglio dire è che Togliatti è stato lungimirante: è finita una guerra, i fucilieri tornano a casa, si gira la pagina e finisce. Cosa che oggi in Italia non si vuole fare semplicemente perché non si considera che negli anni 70 c’è stata una guerra. I morti ci sono stati. Saranno morti d’infarto, non so.

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