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Tempo in scatola

17 giugno 2004
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Pensateci. La maggior parte della mia, e probabilmente anche della vostra, vita si sta svolgendo all’interno di un edificio, spessissimo della stessa stanza, o delle stesse due-tre stanze. Basta farsi due conti. Otto ore per dormire, normalmente nalla propria stanza da letto. Nove ore di lavoro, di cui almeno otto passate (parlo di me stesso) nella stessa sala, accanto ad altre persone. Delle sette ore restanti, mediamente, gran parte la passo all’interno, che sia a casa o altrove.
E complessivamente, molto del tempo passato in un interno, lo trascorro anche davanti a uno schermo.
D’estate le proporzioni certo cambiano, ma non tantissimo.
Insomma, sono diventato da tempo un abitante di interni, un uomo-schermo.
Non percepisco affatto l’esterno come un pericolo, come spesso vedo che accade a tanti che conosco. Un luogo in cui dominano violenza, inquinamento, rumore. Credo che sia anche per questo che sempre più spesso i bambini (già scarsi di numero, dato il livello delle nascite) vengano tenuti “al sicuro” all’interno delle nostre case.
Ma credo che la nostra crescente abitudine a trascorrere tempo in interni – determinata soprattutto dal sistema di lavoro – incida anche su questo aspetto della vita. Ed è un vero peccato.

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