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Confessioni di uno che è più conservatore – o meno democratico? – di Fini

8 ottobre 2003

Premesso che non sono razzista (tutti gli eloqui razzisti cominciano così), alla sortita di Gianfranco Fini sul voto agli immigrati extra-Ue nelle elezioni amministrative ho avuto una reazione duplice, anzi contraddittoria, in tutta onestà schizofrenica.
Sarà una provocazione per saggiare la tenuta della Lega Nord – ma anche per testare gli umori del proprio elettorato – sarà altro, non so. Ma la frase del leader di Alleanza Nazionale ha gettato luce sul mio – è solo mio ? – male oscuro, sul mio conservatorismo democratico, ahimè, sul mio coté Pim Fortuyn
(il leader populista olandese a capo della lista omonima ucciso nel maggio 2002 da un animalista: l’altra mia deriva borderline, l’animalismo).
Convinto che la democrazia sia sostanza, ma anche forma e procedura, penso a mente lucida che il voto agli immigrati, che nelle nostre città vivono e lavorano, sia cosa buona e giusta, e aiuti l’integrazione.
Certo, non sarà solo il voto a produrre integrazione, ma servirà a dare più voce agli immigrati nella vita delle città. E poi, se anche loro pagano le tasse, usano i servizi e vivono la città, mi pare sacrosanto che decidano dell’amministrazione.
(Io, da emigrante temporaneo – e per amore, non per economica necessità – e cittadino Ue, ho votato nel 2000 alle elezioni comunali di Bruxelles. E Napa voterà a Roma nel 2006, salvo nostra ri-partenza)
Poi però, emerge anche il lato oscuro delle mie convinzioni, emergono i miei pregiudizi democratici, laici e di sinistra. Provo a spiegarmi.
Temo che gran parte degli immigrati (quelli regolari sono ormai quasi 3 milioni, se non ho capito male i dati Caritas) esprimano una cultura machista, familista, conservatrice e tradizionalista che si coniugherebbe meglio con le idee e gli slogan di Alleanza Nazionale – o, ancor di più, di Forza Italia – piuttosto che con quelle dei partiti a cui dò il mio voto e da cui preferisco siano amministrate le città, o almeno la mia città, Roma.
Il ruolo centrale della famiglia, l’importanza della religione, il proibizionismo, per fare solo alcuni esempi, sono capitoli di un libro la cui lettura non mi appassiona.
E poi, la voglia di integrazione – ammesso che essa prevalga sulla volontà di affermare la propria appartenenza comunitaria – non può far sì che gli immigrati tendano a identificarsi con l’immagine del partito vincente, con l’uomo-che-si-è-fatto-da-sé (nella favola mediatica)?
Infine, da pessimista cosmico, cioè già ritenendo che, in fondo, l’umanità sia tendenzialmente di destra, se non altro per paura, mi chiedo se sia il caso di aggiungere destra immigrata a destra indigena.
Forse non sarà così. Il voto degli immigrati – quando potranno votare, e se vorranno votare – finirà per sommarsi in modo più o meno indistinto a quello attuale, senza alterare particolarmente gli equilibri (ma c’è quello degli “italiani nel mondo” che forse sta già facendo danni e si prepara a farne anche nel prossimo Parlamento…).
O forse sarà così, e ci ritroveremo a bestemmiare, noi di sinistra (minimo comune denominatore che fatico spesso a definire), davanti alla sconfitta elettorale, per esserci impegnati così tanto a promuovere i diritti degli immigrati per finire col diventarne politicamente vittime. E magari, ci ritroveremo a maledire di nuovo il giorno in cui, oltre 50 anni fa, qualcuno diede il voto alle donne e fece vincere così la Democrazia Cristiana (quella stessa che oggi qualcuno rimpiange).

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