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Sul pianeta senza nome /2

5 settembre 2003

Il computer aveva individuato un corridoio libero, e cominciò a guidarmici per cercare un contatto con qualcuno della pattuglia.
Mentre l’occhio sinistro era collegato con la telecamera circolare, grazie alla quale riuscivo a presidiare contemporaneamente tutta la sala, sotto l’occhio destro scorrevano le immagini radar dell’edificio. Sopra lo sfondo scuro c’erano i contorni verdi delle paratie, i corpi rossi dei nemici, e le sfere bianche delle armi calde. Non vedevo le sagome familiari dei ragazzi. Muovendo la pupilla verso gli angoli la riproduzione radar della fortezza scorreva in orizzontale. Ero all’ultimo livello, e volevo andare a mettere il naso più sotto. Mi interessava sempre vincere, non partecipare.
Col mento riattivai la guida automatica di difesa della tuta: casomai fosse spuntato qualche nemico, il computer avrebbe pilotato tutti i servo-meccanismi al mio posto. Poi mi misi a caccia dell’operatore in rete che supervisionava le nostre operazioni. Armynet era in grado di simulare l’intero spazio conosciuto e garantiva l’accesso a tutte le banche dati militari pubbliche o private.
Bastava essere a tiro di antenna da qualsiasi avamposto, anche uno sperduto radiofaro sul Posto Nebbioso, e ognuno dei ragazzi poteva ricevere informazioni a velocità iper-luce su tutto lo scibile militare.
Potevate sapere con esattezza dov’era la vostra astronave, avere sotto gli occhi una topografia precisa al dettaglio di un campo di battaglia, fare un concilio di guerra, pilotare qualsiasi veicolo a distanza, e diecimila altre cose utili.
Ma potevate anche – questo a spese vostre, però – entrare in una linea privata per mercenari e discutere i vostri problemi di strategia con una simulazione computerizzata intelligente di Von Clausewitz, di un signore feudale giapponese, di Toro Seduto, di Giulio Cesare, del generale Patton, di Moshè Dayan o dei tecno-guerrieri del venticinquesimo secolo.
Chi aveva disegnato la scenografia della nostra rete non s’era tenuto stretto in fatto di fantasia. Di fronte mi apparve una gigantesca piramide conica, attorniata da uno sfavillio di luci e da una scritta intermittente: “quartier generale”. Presi la mia tavola (virtuale) e sfrecciai verso l’entrata principale. Cercai con lo sguardo qualche indicazione sul mio settore di operazioni: era al quarto piano. Aspettai educatamente l’ascensore e salii insieme ad altri. La rete della tecno-fanteria osservava un rigido galateo. Non potevo parlare con gli altri ragazzi, nè svolacchiare per il quartier generale senza usare quello stupido ascensore, per quanto fosse solo una simulazione. Sicuramente anche il mio replicante in rete sarebbe sembrato un figurino, con l’uniforme della marina spaziale.
Il quadrante mandò un debole suono, quarto piano. Nel corridoio c’era un via vai di gente in divisa, e faticai non poco a trovare l’ufficio dell’operatore assegnato alla mia pattuglia. Di sicuro, nella realtà, quell’ufficiale se ne stava rintanato in qualche pianeta della Fascia Interna, magari al calore dell’ultimo livello sotterraneo, giocando a soldatini con noi ragazzi.
Se c’è una cosa fastidiosa, in una realtà virtuale, è fare la fila. Davanti a me c’erano una decina di fanti, pazientemente in attesa, e un paio leggevano addirittura una copia di “Cosmopolitan”. Evidentemente il supervisore aveva il controllo di diverse pattuglie allo stesso tempo, oppure se ne era andato dalla consolle di comando, per fare colazione. Mollai i contatti e tornai alla realtà. Avrei fatto a meno del supervisore per conquistare la fortezza nemica.
Ero mancato solo per venti secondi, e nel frattempo qualcuno dei ragazzi s’era mosso lì intorno. Ora vedevo le sagome azzurre sul radar, giusto dalla parte opposta del piano. Il pavimento su cui poggiavo era incredibilmente duro: probabilmente era impossibile sfondarlo a calci con la tuta amplificata, così decisi di attivare il mio segugio. La tuta si aprì a cerniera all’altezza del femore, e da uno speciale fodero spuntò una specie d’uovo di struzzo volante. Era il segugio : ognuno di noi ne aveva uno personale, un piccolo satellite servo-comandato che andava bene per coprire le spalle oppure per controlli a distanza. Il satellite cominciò a bombardare col laser il pavimento, e poi si calò all’interno del piano sottostante, coprendo la mia discesa.
Mentre penetravo nel livello inferiore pronto a fare fuoco, sentii la fortezza muoversi. Non so come, ma i nemici stavano provando a filare via. Ero finito in un’altra postazione di tiro, apparentemente disabitata.
Sul monitor del casco passavano le immagini prese dai nostri caccia, con la fortezza illuminata a giorno che s’immergeva lentamente nelle dune. Era la prima volta che finivamo su un mezzo nemico alla deriva.
Sopra di me il radar segnalava le sagome di parecchi ragazzi, ma non c’erano più puntini rossi né al secondo né al primo piano. Strano, in genere i nostri nemici di turno si buttavano nelle nostre braccia cercando di sopraffarci per numero. Mentre esaminavo la sala successiva, sempre più preoccupato, m’accorsi d’un minuscolo scintillio sul radar, quasi un riflesso. Avevo l’impressione che davanti a me, in un largo corridoio buio, ci fosse qualcosa che mi muoveva incontro.
Balzai in alto, e le ventose magnetiche della tuta mi tennero ben stretto al soffitto, mentre il segugio cominciava a sparare. Sentii un fruscio sotto di me, e con il retrovisore riuscii a mettere a fuoco una mezza dozzina di figure scure che avanzavano. Mollai la presa sul soffitto scivolando alle spalle della pattuglia nemica, mentre il segugio passava loro in mezzo per tornare a depositarsi dolcemente nella tasca della tuta. Caricai la balestra montata sulla parte superiore del mio braccio destro, e feci fuoco.
Mentre la scoccavo, la freccia dispiegò le sue affilatissime ali almeno un metro e mezzo per parte, colpendo i nemici all’altezza delle spalle. Quei super-materiali facevano veramente miracoli: la freccia pesava quanto una pallottola di carta velina, ma decapitò le creature all’istante, e i loro corpi caddero come sacchi vuoti.

[CONTINUA]

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