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Sul pianeta senza nome /1

2 settembre 2003

Questo racconto è ispirato – solo in piccola parte – a “Fanteria dello Spazio”, di Robert A. Heinlein. Non l’ho ancora completato, dopo avere cominciato a scriverlo qualche tempo fa. Anche il titolo è provvisorio. In realtà, si dovrebbe chiamare “Consultando i Ching, fumando marijuana e giocando a carte sul pianeta Senza nome”, o qualcosa del genere. Parodia di Ginsberg. Buona giornata.

Da qualche parte nel tempo

Le tavole si sganciavano lentamente, mentre ognuno di noi sgusciava giù. Stavamo scendendo in un enorme acquario, ma al posto dell’acqua c’era la nebbia. Nel casco sentivo un fruscio debole che accompagnava le oscillazioni della tavola, come se toccassi il pelo delle onde.
Pensai ai flussi di gas e alle correnti invisibili del pianeta come a fiumi verticali che risalivano e si scomponevano sotto la mia tavola. Mossi appena il mento, per caricare sul visore a cristalli del casco il programma che mi aveva dato l’istruttore. Era come mettersi a sedere dentro un caleidoscopio.
Ora, proprio sotto di me, c’era una lunghissima lingua verde che si perdeva più in basso. Più in là, potevo vedere una scia rossastra che si fondeva con una nuvola dello stesso colore, e all’interno qualcosa brillava come una lampada d’aladino. Mi muovevo velocemente per restare sulla mia onda, mentre volteggiavo tra correnti di colori elettronici. Quelle scie scorrevano ovunque, e ognuno degli altri ragazzi stava acchiappando la sua. Sentivo le urla alla radio. Fischiai, e poi inclinai la tavola sotto i piedi fino a cadere in verticale. Cominciavo a vedere terra, ma avevamo un altro po’ di tempo per divertirci.
A vederci eravamo brutti davvero. Avvolti nella tuta sembravamo giganti gobbi a cavallo di una grossa tavola da stiro. I nostri caschi erano fusi in un pezzo solo, senza lasciare intravvedere il viso, così facevamo più paura. Brutti come orchi e armati come ninja dello spazio cadevamo a ipervelocità verso il deserto sotto di noi…
Il nemico ci aspettava là sotto, da qualche parte. Ma non era un nemico serio – lo sapevamo – capace di farti male o anche solo di metterti paura. Attaccarlo, sarebbe stato come distruggere un nido di formiche con una bottiglia di alcool. Finchè le bagnate, le formiche non afferrano molto della vostra strategia, capiscono solo che si mette male, per loro. É a quel punto che appiccate il fuoco: ed è bellissimo.
Il tempo che avevamo s’era ridotto a metà. L’istruttore era andato a riprendere gli ultimi surfisti. Non eravamo ancora abbastanza vicini da vedere la polvere che si solleva quando uno sputa per terra, ma era tempo di mettersi in formazione. Eravamo un grosso stormo. Con le tavole lucide, quasi invisibili nella luce del primo tramonto, cadevamo a quarantacinque gradi verso un grappolo di luci. No, non poteva essere uno dei loro villaggi, era troppo piccolo. Probabilmente si trattava di una delle fortezze sotterranee, bloccata in superficie. Erano una specie di diligenze: scivolano sotto la sabbia come boccini, tirati all’impazzata da una muta di talpe giganti che mangiavano letteralmente la strada. Una scoperta ingegnosa, peccato che i loro colpi erano aghi di pino su di noi.
Verso est vedemmo le scie dei nostri caccia, che avevano già incontrato il nemico. Per un momento ancora prima di piombare sulla scena, ci collegammo con Armynet, la rete della nostra divisione corazzata. Era come stare dentro Pac-man in 3-D. I nostri caccia avevano lanciato i globi di plasma contro le zanzare del nemico. Le chiamavamo così perchè avevano un buffo modo di volare: andavano piano e si perdevano in larghi giri a zig-zag. Eppoi, quando erano in difficoltà, cercavano di nascondersi in mezzo a quella specie di canneti giganti che crescevano dappertutto, sul loro sistema solare.
Sentimmo tutti suonare la “carica” nel casco. L’istruttore aveva digitalizzato lo spezzone di un vecchio film, un martellante attacco di elicotteri al suono della Cavalcata delle Valchirie, e ce lo proiettava all’impazzata sullo schermo. Come se ci fosse stato bisogno di agitarsi di più. Mentre venivamo giù, cominciammo a sparare contro la fortezza. Ormai era routine: dovevamo trovare il punto giusto su cui far convergere il nostro fuoco, poi la fortezza si sarebbe aperta come una zucca presa a sassate. Le nostre tavole cominciarono a lavorare da sole, assumendo la posizione di difesa. Il computer caricò il braccio-bazooka, mentre il puntatore automatico stava cercando il punto giusto su cui fare fuoco.
L’aspetto esterno della fortezza era quello di una corteccia raggrinzita coperta di aculei. Sullo schermo comparve una minuscola traccia di calore: probabilmente c’era una paratia che stava cedendo, là sotto. Lasciai la guida automatica e ripresi il controllo dell’arma. Il colpo sarebbe stato meno preciso, ma era più divertente così. Aprii i microfoni esterni: fuori l’aria friggeva di colpi. Fui investito da una scarica di pallottole nemiche, ma ne ricevetti solo una mezza spinta all’indietro. Con il mignolo sinistro feci fuoco, e un meraviglioso vuuuush stereofonico mi assordì velocemente.
Ero stato il primo a usare una bomba, pensai mentre la scia cadeva verso la fortezza. Mentre passavamo sopra il nemico sparati sulle nostre tavole, vidi che la bomba aveva aperto un discreto squarcio nella fortezza. Lentamente feci il giro della morte, e quando ero ormai a testa in giù, lasciai la tavola a volteggiare a mezz’aria per buttarmi nello squarcio. Mentre cadevo, intanto, lo strato esterno della tuta si era gonfiato sotto le braccia e attorno alle gambe: ora ero un grosso scoiattolo volante. Ricaricai il braccio-bazooka, mentre con la destra estraevo la frusta a impulsi dal cinturone. Fu così che mi tuffai nella voragine che aveva aperto la mia bomba.
Continuava la sensazione euforica che mi aveva catturato dall’inizio del lancio. Stavo cadendo in un budino colorato. Cominciai a intravedere delle sagome che fuggivano, e capii di essere entrato in una delle postazioni da tiro della fortezza. La frusta era perfettamente carica, e la agitai contro i nemici in rotta. La stanza era già satura di elettricità, ma a quelli venne in mente un contrattacco: con il retrovisore vidi che stavano facendo rotolare uno dei loro cannoncini, puntandomelo alla schiena. Azionai di riflesso il fucile servo-comandato che avevo montato sulla spalla sinistra. Il meccanismo ruotò velocemente di novanta gradi, e la canna telescopica cominciò a fare fuoco a ventaglio, sparpagliando il gruppo.
Stavo facendo un macello e non ero neanche fatto. A fare da eccitante bastava la tuta ad amplificazione e il nuovo retrovisore che avevo montato neanche due ore prima. La nostra tuta registra e amplifica ogni segnale di movimento anche apparente, e se la indossi senza saperne niente rischi di avvitarti su te stesso appena provi a muovere un passo. É una specie di tuta virtuale, solo che quando la indossi sei come Braccio di Ferro dopo che ha mangiato gli spinaci. La tua forza e velocità vengono lette dai sensori, moltiplicati dal computer e trasferiti nei super-materiali di cui è fatta la tuta (Dicono che la formula dei super-materiali sia stata data da Zeta-Reticuli alle Autorità: ma allora perchè i reticuliani non si sono mai difesi dai nostri attacchi?). Se provate a stringere la mano a qualcuno con la tuta, correte il rischio di staccargliela dal braccio.
Per me, è come avere una seconda pelle. Mi sento nudo, quando non sono nella tuta. Mi copre e mi nutre, come una madre. Potrei essere perso nello Spazio Freddo, e solo la tuta provvederebbe a me. Ecco perchè molti dei ragazzi quando devono rinunciare alla tuta cominciano a provare i cristalli. Per un po’, hai l’illusione di avere la tuta addosso, e vivi veloce, come quell’episodio di “Star Trek” dove Kirk assume una sostanza aliena e comincia a muoversi a iper velocità, mentre gli altri sembrano statue di cera.

[CONTINUA]

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