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Un mondo senza i Beatles non può esistere

8 luglio 2019

(Ho scritto questo pezzo originariamente per Blasting News e lo trovate qui)

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In Italia lo si vedrà vedere solo dal 26 settembre, ma l’atteso film “Yesterday” di Danny Boyle, il regista di “Trainspotting” e “The Millionaire”, è già uscito da alcuni giorni in Gran Bretagna, Francia e Nord America, dove sta ottenendo un buon successo di pubblico.

È una storia semplice – e per questo ha ricevuto qualche critica – che nasce da un pretesto fantastico: un mondo parallelo dove i Beatles non hanno mai avuto successo.

Il nocciolo del film diretto da Boyle e scritto da Richard Curtis (sceneggiatore di “Quattro matrimoni e un funerale”, tra l’altro) è proprio questo: far capire, se ce ne fosse ancora bisogno, l’importanza che ha avuto la musica dei Fab Four, senza girare l’ennesimo documentario o biopic o fare un’agiografia di John Lennon e soci, e prendendo in giro al tempo stesso il music business. Insomma, l’esatto contrario di Bohemian Rhapsody e Rocket Man.

Per farlo, Yesterday racconta la storia di Jack Malik, un giovane prof britannico di provincia (vive nel Suffolk) sfigato, che per inseguire alquanto inutilmente i suoi sogni di musicista molla la scuola e accetta un lavoro part-time in un supermercato. La sua unica fan è anche la sua manager, Ellie (Lily James) amica dai tempi del college. 

Jack, che ha il volto simpatico e la voce di Himesh Patel, nuova star della tv britannica, finirà per avere un successo strepitoso non solo per l’elemento fantastico che dicevamo (il mondo parallelo dove è capitato e in cui nessuno tranne lui sa chi siano i Beatles, e anche una serie di altri “marchi” famosi…), ma anche per l’incontro casualissimo con Ed Sheeran. 

E Sheeran si dimostra un bravo performer anche sul grande schermo, disposto a mettersi in gioco con ironia nel ruolo del cantante di fama mondiale che incorona il nuovo re del pop, perché, ammette, è più bravo di lui a scrivere canzoni.

Niente spoiler, ovviamente. Ma nel film, che insieme è divertente e sentimentale, si ritrovano in versione acustica tutte le canzoni più note dei Beatles – 16 in tutto, da Help a Let It Be –  quelle che nel nostro mondo tutti conoscono (si potrebbe pensare a una versione italiana, mutatis mutandis, con le canzoni di Lucio Battisti…), e si esce dal cinema riconciliati con la musica dei Quattro di Liverpool. Senza la quale, peraltro, non sarebbe mai esiste una quantità industriale di band famose, primi tra tutti gli Oasis.

In fondo, il messaggio di Boyle e Curtis è consolante: la buona musica, la musica importante, vincerà comunque, non importa se negli anni Sessanta o nel 2020. E per questo si perdona loro una serie di cliché da film sentimentale, appunto, e qualche semplificazione eccessiva nella trama.

 

 

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Sei mesi di musica (a la manière de Mollica)

7 luglio 2019

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Per Spotify questo è il link alla playlist. Questo invece è quello per Apple Music.

Questa volta farò come Vincenzo Mollica, detto Er Mollicone, critico ufficiale del Tg1 dall’inizio dei tempi, amico di tutti, stimato e riverito da tutti: solo parole buone.
Perché per anni non ho mai capito perché Mollica non facesse almeno qualche minimo rilievo a disco, un libro, un film un accidenti che magari non gli era piaciuto.
Poi ho avuto un’illuminazione: perché perdere tempo a parlare o a scrivere di roba che non ti piace, sprecandoti anche a dare spiegazioni inutilmente lunghe, e attirandoti magari inimicizie? Molto meglio dire e fare solo del bene (in fondo, è fare del bene anche non citare un disco che ti ha fatto cacare, dando all’autore un’altra possibilità).

Dunque farò lo stesso, mollicherò, scriverò solo della musica che fino a qui, quest’anno, mi è piaciuta o piaciucchiata. Quel che non cito, o non l’ho ascoltato (direi il 99% della roba che esce, viste le quantità) oppure per me non vale la pena.
Ho messo anche i link ai video, quando disponibili.

Comincio dall’album nuovo di Mo’ Horizons, un duo di dj tedeschi sopravvissuti degnamente all’epoca del Buddha Bar e delle sue sonorità rarefatte (due palle, in finale). Il loro album si intitola semplicemente Music Sun Love ed è molto estivo. La loro si potrebbe definire fusion, ma non c’entra niente con Al Di Meola, piuttosto con quei ristoranti che mettono insieme cucina asiatica e brasiliana, passando per piatti europei e simil-etnici. Un tappeto sonoro che mescola jazz, bossa nova, drum ‘n’ bass (come la traccia che preferisco, You Gotta Know It), soul e altro ancora, di solito piuttosto ritmato.

Tenemos Todo è una canzone che Radio Nova mette a palla in questo periodo, nella versione remixata da Taggy Matcher: la canta Mathieu Des Longchamps, un giovane musicista canadese cresciuto in Sud America e in Francia, da tenere d’occhio (ha tirato fuori pochi singoli già di successo). Questo è un pezzo reggae un po’ stralunato cantato in spagnolo, e se lo avesse fatto Alvaro Solar da mo che in Italia tutti i ragazzini starebbero ballando.

Tra le cose che Radio Nova ha spinto un bel po’, anche un brano dei francesi Biche, Kepler, Kepler, che ho ascoltato a ripetizione. Pop-rock internazionale, cantatato in francese. Bel passaggio nel testo: “J’ai fini de survoler ces gens  / dont tu aimes tant parler  / Je t’avoue qu’au fond  /ils ne m’ont pas vraiment intéressé” (Ho finito di sorvolare questi tizi di cui ami tanto parlare, ti confesso che in fondo non mi hanno mai veramente interessato). Forse, la Terra che non gira più, è la fine di una storia di coppia, ma chissà.

I Believe in Something Better è solo uno dei tanti pezzi del disco nuovo dei Fat White Family che mi piace. Loro sono un gruppo di scocciati britannici, che hanno un stile psichedelico tutto loro. Il loro album precedente, Songs For Our Mothers, è uscito nel 2016 (un pezzo è finito anche dentro Trainspotting 2), e l’ho ascoltato assiduamente. Di che parla veramente il pezzo? Lo ignoro. Ma è bello, perché credo in qualcosa di meglio.

Questo è il punk (o post-punk, boh) in versione contemporanea che mi piace: Hurricane Laughter, dei Fontaines D.C., una band di Dublino che è al suo debutto discografico. Consiglio anche l’ascolto di Chequeless Reckless, singolo forse più noto (tutti e due i pezzi sono usciti prima dell’album). Belli i testi (Charisma is exquisite manipulation / And money is a sandpit of the soul), tiratissima la musica, decisa e forte la voce di Grian Chatten.

Un po’ di brani punk-rock-pop sparsi. Prima di tutto Texas Instruments dei Priests, una band di Washington piuttosto politicizzata al secondo album (forse un po’ più melodico del primo), che in questa canzone parla del Texas, e non in termini propriamente elogiativi. L’attacco del pezzo mi ricorda parecchio i Pretenders del primo disco, in piena new wave. Poi Bimbo (parola che gli americani usano in genere per una donna bella e cretina) dei Coathangers, gruppo di Atlanta attivo da bel po’ di anni, al sesto album. Infine Nothing At All, degli australiani Stroppies. Non c’è nulla di nuovo, nel loro suono, probabilmente: è tutto un mix di post-punk e pop veloce, però mi piace.

Altro pacchetto, quello delle cantanti. Da segnalare Stella Donnelly, una ragazzetta scozzese-australiana al suo primo album, di cui ascolto spesso Old Man. Un che, nonostante la chitarra melodica e la voce suadente di lei, parla di un violentatore. Ancora, un’altra giovane cantautrice australiana Julia Jacklin, al suo secondo album, con la sua Head Alone. Nella suo biografia leggo che ha cominciato a cantare da bambina ispirata da Britney Spears, ma quello che si ascolta qui è tutt’altro, musicalmente.
Ashley Daneman è un’altra cantautrice, ma americana,  al secondo album, e ha già vinto un premio della rivista “Mojo” intitolato a Joni Mitchell il suo genere è definito da Apple Music come jazz, ma faccio fatica a considerarlo tale. Il pezzo che mi piace di più si chiama I Alone Love The Unseen in You.
Parlando di jazz, Rosie Turton è una musicista londinese che suona il trombone – ha cominciato a 11 anni – e guida un quintetto col suo nome. Per me è stata una scoperta casuale. Il pezzo, solo musica niente liriche, si intitola Butterfly
La terza australiana del mazzo è Sloan Peterson, una ventenne rockettara che pare uscita dagli anni 60. Niente di nuovo sul fronte occidentale, ma la sua musica è divertente ed energetica. Ascoltate Midnight Love per farvi un’idea.
L’adolescente Billie Eilish, con la sua voce sexy e torbida, in questi mesi è diventata piuttosto famosa pure tra i cinquantenni, con relativi sensi di colpa perché sembriamo il solito branco di allupati che lumano l’amica bona della figlia. Il pezzo è, ovviamente, Bad Guy: “I like it when you take control / Even if you know that you don’t / Own me, I’ll let you play the role / I’ll be your animal / My mommy likes to sing along with me / But she won’t sing this song / If she reads all the lyrics / She’ll pity the men I know”.
Hamzaa è una giovane cantante r’n’b londinese. Ha da poco pubblicato un album di soli 23 minuti, interessante. Stranded Love ha avuto un certo successo, ma la canzone di punta è Breathing, uscita come singolo già nel 2018.
Un’altra solista, l’ultima, ma non per importanza. Si chiama Jamila Woods, viene da Chicago e ha tirato fuori un album di r’n’b e soul bello, piuttosto politico nei testi, che s’intitola Legacy Legacy!, ogni brano del quale rimanda all’artista che l’ha ispirata. In questo caso il pezzo è Zora, dedicato alla scrittrice Zora Neale Hurston. A me ricorda, lei, un po’ Erykah Badu.

Ritorno al jazz, con due brani, uno di una band londinese e l’altro di un gruppo di Chicago. Il primo Adwa, dei Kokoroko, guidati dalla trombettista Sheila Maurice-Gray, ha un impianto jazz su una ritmica afrobeat. Il secondo, Stardust, è dei Rogue Parade, messi in piedi col contributo determinante del sassofonista Greg Ward, e ha un suono molto più classico (non a caso è una cover dei un famoso standard di Hoagy Carmichael). Insomma, nuove direzioni e classici del genere.

Sto ascoltando con una certa frequenza l’album dei Vampire Weekend, Father of The Bridge, che è un melange di stili. La band è tornata dopo una pausa di quasi sei anni, e il disco ha avuto un’ottima accoglienza. Io non sono così convinto, forse perché amavo il loro suono più riconoscibile di prima. Per questo, in questa playlist ho inserito Sunflower.

French Cassette è il titolo di un altro curioso album che ho trovato per casa, nelle mie esplorazioni del catalogo di Apple Music. Si tratta del terzo disco di un duo francese, Souleance, che fin qui ha fatto soprattutto hip hop strumentale, e che anche ora usa un sacco di campionamenti, tratti dalla musica francese degli ultimi 30 anni, con una preferenza per gli anni 70-80. Il risultato è molto divertente. Il pezzo che ho scelto è Le Sexy (con un parlato assolutamente delirante alla fine).

I Tender sono un duo londinese di musica di electro-pop che non conoscevo prima di ascoltare Fear of Falling Asleep, Paura di addormentarsi, che ha un testo con versi come questi: “It’s not bad that you can’t fall asleep / It’s not bad that you’re scared of the dark / It’s just something you’re born with I guess”.

Una bella scoperta è anche l’americano Tyler The Creator, un hiphopper che ha fatto un album senza pecche che s’intitola Igor. Non so dire gran che dei suoi testi, credo meriti un ascolto complessivo. Qui però segnalo il pezzo Earfquake (‘Cause you make my earth quake / Oh, you make my earth quake / Riding around, your love is shakin’ me up and it’s making my heart break).

Dei Foxygen ho già parlato in passato. Nel 2017 hanno pubblicato un album fichissimo, Hang. Questo disco per me non è allo stesso livello, ma qualche titolo comunque merita, comprese le citazioni che spesso contiene.  È il caso di Work, che credo contenga anche un riferimento, verso la fine, a una canzone degli Heaven 17, Crushed By the Weel of Industry.

Di The Streets, al secolo Mike Skinner, è uscito da un po’ un disco di remix bizarro: contiene 25 tracce, ma in realtà si tratta di sette canzoni, quattro delle quali riproposte in varie versioni. La mia preferita è Don’t Mug Yourself (The Bigshot Remix). Che non è quella del video, però.

I Deerhunter hanno pubblicato a inizio anno un album che non ho ancora deciso se mi piace, Why Hasn’t Everything Already Disappeared?. Ma questo singolo, Death in Midsummer, che comincia con questo accordo lungamente ripetuto sulla tastiera di una spinetta (dico bene?), è fico.

Infine. Fuse ODG è lo pseudonimo di Nana Richard Abiona, un artista anglo-ganese che ha pubblicato quest’anno un album intitolato New Africa Nation, molto africano come indica il titolo con un sacco di ospiti (Ed Sheeran, che suona nel pezzo che segnalo, è il più noto ma non il migliore). Boa Me (aiutami) è il titolo di un pezzo uscito come un singolo da un bel po’, nel 2017, ma che è un buon esempio del sound di questo disco.

 

Calcutta and me (in pillole)

28 giugno 2019

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Ieri sera ho accompagnato mio figlio Victor, dodicenne, al concerto di Calcutta. Ho scritto “accompagnato” per sottolineare la distanza, mia, dal performer. Conoscevo solo una canzone sua, Pesto, e ieri sera ho concluso che è la sua cosa migliore (o più orecchiabile?).

Pensavo di trovare torme di ragazzini accompagnati dai genitori, ma non è stato così. C’erano soprattutto tardo-adolescenti o giovani adulti. Tantissimi. Che cantavano tutte le canzoni. Quindi forse è la trap ad attirare i neo-adolescenti o proprio i bambini. Mentre quella di Calcutta, che Victor ha definito indie, mi pare soprattutto pop-cantautorale (e non è un’offesa).

All’inizio mi sono trovato nei panni di mio padre, che a 50 anni mi accompagnò a vedere il mio primo concerto, quello di Burning Spear (era il 1980, io avevo 15 anni, il concerto si teneva a Castelporziano, e tornare di notte sarebbe stato complicato, tanto più che la mattina dopo c’era il matrimonio di mio cugino).
Mio padre ignorava il reggae, era cresciuto in borgata con gli stornelli romani, poi con la musica da balera e la musica leggera anni 60 (ma anche con le parodie comuniste di canzoni classiche, cantante da un tale Spartaco, che lui ricordava a memoria dopo decenni). Eravamo musicalmente lontani, lontanissimi. però a quel concerto si divertì molto, almeno mi sembrò, soprattutto mentre osservava il panorama umano (zecche che si facevano le canne, in gran parte).

Poi ho realizzato che Calcutta, per i suoi fan e ascoltatori, era come Francesco De Gregori per me alla stessa età, più o meno. E oggi, andando a leggere in rete qualcosa sul cantante, ho avuto la conferma che non sono stato l’unico a fare il paragone. Anche per i testi, non particolarmente pregnanti o impegnati, che però funzionano, come dimostrano il successo di pubblico e la cantata corale.

In effetti, Victor ha provato a spiegarmi proprio questo, ieri sera: Calcutta gli piace, anche se non capisce gran che cosa voglia dire, coi suoi testi. E lo stesso cantante, presentando un po’ confusamente (o anche molto confusamente) un pezzo, ieri sera, ha detto grosso modo la stessa cosa, rifiutandosi lui stesso di dare un senso. Magari non vuole rischiare di essere frainteso.

Non so francamente se le canzoni avessero (conoscono meno bene il De Gregori più attuale) grandi significati, a parte alcune. Ovviamente ascoltarlo aveva una connotazione più politica di quanto non valga per Calcutta. Ma questo è un altro discorso.

Detto questo, non ho niente contro Calcutta (o Coez o Ultimo etc, e mi scuserete se ne faccio tutto un fascio). Semplicemente, non mi appassiona, non lo sento a me vicino, anche se alcune canzoni non mi dispiacciono. Per il resto, però, faccio fatica a trovare, musicalmente, grandi differenze tra una canzone e l’altra (questo l’ho sempre pensato anche dei cantautori che ascoltavo, a dire il vero), mentre per me la musica è assolutamente importante, quasi sempre più dei testi, perché mi rimane in testa più facilmente.

Quattro mesi dopo Reuters

21 giugno 2019

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Sono passati quattro mesi da quando ho lasciato Reuters. È estate, era inverno. Ma aldilà del clima, mi pare un evento lontanissimo nel tempo.

Dipende certo dal fatto che sono uscito dal ciclo di produzione quotidiana, dopo aver passato gli ultimi 18 anni in una redazione, sempre a contatto con le stesse persone o quasi.

Non sono passato da un lavoro all’altro: quel passaggio è stato più simile al pensionamento, ma senza l’età per andarci. Questo è quel che penso quando mi alzo col piede sbagliato.
Oppure – ed è questa la ragione che mi ha spinto a decidere di andarmene prima che potesse scattare una crisi vera e propria dell’agenzia, con tagli al personale ancora più massicci – è la famosa “mossa del cavallo”: scartare, cambiare direzione.

Non è vero che il giornalismo sia morto. Ci sono un sacco di media, con tantissimi lettori. Ci sono tantissimi giornalisti, giovani e bravi, con un sacco di “skill”. Ma non ci sono più i soldi che c’erano prima. E non c’è più, o ha perso un bel po’ d’importanza, lo status di giornalista.

Questa è la prima cosa che ho dovuto mettere in conto lasciando il lavoro, sia pure in cambio di un onesto incentivo: la perdita dello status di giornalista di una prestigiosa agenzia di stampa internazionale.

[Necessaria parentesi: il mondo è pieno, purtroppo, di persone che perdono il lavoro, e certamente in condizioni ben più drammatiche delle mie, dato che ho potuto fare una scelta che spesso ad altri non è data; lo so perfettamente e in passato ho anche scritto di licenziamenti e posti di lavoro a rischio, anche se di solito sulla stampa non sei un individuo con i suoi drammi, i suoi problemi, ma sei un numero, un figurante in un gruppo. Quel che racconto qui, lo scrivo probabilmente prima di tutto per me stesso, per fare il punto]

Ero un ragazzino, quando decisi che volevo fare il giornalista, con la fiducia spesso incrollabile dell’età, che non tiene conto di condizioni materiali e sociali, di possibili difficoltà, dell’imprevedibilità degli eventi o del caso. Ci sono riuscito – ma non sempre è stata facile, la strada per arrivarci, e devo ringraziare soprattutto i miei genitori per avermi sostenuto nel mentre – certo anche per caparbietà.

Fin qui, in 30 anni, sono stato fortunato. Ho lavorato solo per testate che mi piacessero, di cui condividevo l’orizzonte o le scelte editoriali, almeno in buona parte.

Per me è stato anche un avanzamento sociale, pur se continuo a pensare di far parte della stessa classe dei miei genitori. Nel dichiararmi un “lavoratore intellettuale”, per me l’accento sta più sulla prima che sulla seconda parola.

Insomma, sono arrivato a fare il giornalista – la prima volta che mi hanno pagato per i miei articoli ero così eccitato che sono andato a cambiare l’assegno… nella banca sbagliata –  ma non ho mai pensato che l’avrei fatto per tutta la vita, a dire il vero. Perché in realtà mi interessano un sacco di cose, che hanno a che vedere comunque con le parole: la scrittura, la formazione, la politica.

Ma, lo stesso, ho dovuto fare i conti con questa specie di lutto, la perdita di status, come dicevo.

 

In questi quattro mesi ho scritto, ho insegnato (brevemente), ho fatto un po’ di attività, più sociale che politica, ho imparato un poco a fare il social media manager.

Ho terminato un saggio che avrei dovuto scrivere quasi 30 anni fa, dopo la laurea; ho rimesso le mani su un romanzo che avevo scritto 20 anni fa e ne ho sistemato un altro che ho pubblicato 13 anni fa ma che vorrei far circolare di nuovo. Ho cominciato a scrivere, e mi sono divertito a farlo, redazionali pubblicitari. Ho buttato giù idee per documentari e serie, ma aspetto ancora feedback. Ho ripreso progetti e incipit di romanzi e saggi che mi sono ripromesso negli anni di scrivere, e che restano validi.

Ho scritto post su blog con lo stesso impegno con cui ho sempre scritto per lavoro (non ho mai capito perché non essere pagati dovrebbe richiedere meno rigore: è come pensare che allora puoi scrivere senza rispettare grammatica e sintassi; ma con questo certo non sto giustificando lo sfruttamento della manodopera, rimango dell’idea che “a salario di merda, lavoro di merda”: nel mio caso, nessuno mi ha costretto).

Ho rifiutato un lavoro pagato malissimo, pur riflettendo attentamente se non fosse il caso di accettare, perché era comunque un’entrata fresca. E ho presentato la mia candidatura per cose che riguardano la comunicazione aziendale o istituzionale, che è un po’ come passare dall’altra parte della barricata. Ma potrebbero essere comunque attività interessanti, aspetto risposte. Ho anche deciso di scrivere, non senza dubbi, qualche articolo per un sito di “giornalismo partecipativo”: un po’ per non perdere l’abitudine delle notizie, un po’ per curiosità, per incontrare un pubblico diverso.

 

Ho indossato poche camicie e quasi mai giacche, ma soprattutto magliette (e ora che fa caldo, pantaloncini!). Ho ripreso a usare la bicicletta. Mi sono occupato più spesso dei miei figli (anche se non credo di essere mai stato un padre assente, prima). Ho passato un po’ di tempo a casa con l’intento di lavorare lì, ma col rischio di finire a fare il casalingo sublimato più che il disoccupato sul divano davanti alla tv.

Alla fine, dando ascolto alla mia compagna, ho preso una postazione in un coworking, ed è stato un bene. Anche se spesso sono il più vecchio, ho trovato delle persone interessanti e che spesso hanno scelto di lavorare come indipendenti. Ho ritrovato il piacere di consumare il pranzo insieme con altri (nel lavoro di agenzia, le modalità sono diverse, e per moltissimi anni ho mangiato da solo, di corsa, spesso anche davanti al pc) e di chiacchierare.

 

Non so come andranno i prossimi mesi. Ogni tanto provo frustrazione perché le risposte che aspetto tardano ad arrivare, quando di solito sono abituato ad andare alla velocità del mio pensiero (che è sempre molto elevata, anche troppo). Ogni tanto temo che le persone che ho incrociato nel corso degli anni e a cui ho annunciato che avrei lasciato il lavoro, chiedendogli qualche dritta, si siano già dimenticate di me. Qualche volta penso di tirarmela troppo – tipico dei giornalisti – rischiando così di rinunciare a contatti e lavori utili. Altre volte temo di tirarmela troppo poco, rischiando di mostrare un profilo troppo basso.

Però, è un cambiamento che ho voluto io, come è accaduto 20 anni fa, quando me ne sono andato a Bruxelles. Certo, le condizioni sono diverse: sono più vecchio, ho tre figli, il “mercato” è completamente diverso. Ma anche allora, a un certo punto, fui costretto a improvvisare perché il lavoro che pensavo di andare a fare era evaporato. Così feci il corrispondente freelance, e arrivai a Reuters.
Oggi ho certamente un bel più di esperienza, anche se un po’ di contatti e un po’ di culo non guastano mai.

Il sovranismo alimentare è una bufala

31 maggio 2019

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Ieri sera stavo preparando un po’ di hummus per cena – era solo gola, avevo già cucinato vari tipi di verdure – quando ho scoperto che sulla confezione di ceci della Coop che stavo usando (per fare l’hummus servono in sostanza ceci, limone, sale, aglio e tahina, una salsa a base di semi di sesamo) c’era scritto: Ceci 100% italiani.
Giorni fa, su una bottiglia di Fanta mi è capitato di leggere: Fatta con arance solo italiane.  Mentre sulla fiancata di un camion della Centrale del Latte che effettuava una consegna nel bar davanti a casa, mi ha colpito questa scritta: Latte di mucche solo romane, o qualcosa del genere. 
Ho la netta sensazione che la questione del “Made in” ci sia un po’ sfuggita di mano. E che stiamo facendo un po’ di casino tra sicurezza alimentare, lotta al cambiamento climatico e sovranismo (non sovranità, che è un’altra cosa) politico-alimentare, per scadere nel ridicolo.

Noi che viviamo in una parte del mondo sufficientemente benestante – dove normalmente non si muore di fame, ma casomai di disturbi legati all’alimentazione eccessiva e/o cattiva – tendiamo a pensare alla sicurezza alimentare come a una questione di qualità: la difesa del cibo da inquinamenti, contaminazioni, truffe (per esempio, nessuno leggerà mai su un’etichetta la scritta Mozzarella Made in Terra dei Fuochi, rivendicata con orgoglio…).
Nei Paesi in via di sviluppo si tratta invece soprattutto di una questione di quantità. Per intenderci: avere cibo a sufficienza. Questa è sovranità alimentare: la “politica che implica il controllo politico necessario ad un popolo nell’ambito della produzione e del consumo degli alimenti”, come recita la definizione del movimento altermondalista Via Campesina oltre 20 anni fa.
Il sovranismo alimentare, invece, è una bufala, basata sul principio che il cibo di casa mia è sempre mejo, quello di Compra italiano, di solito per le ragioni sbagliate.

In generale, è meglio consumare alimenti che provengono da località vicine piuttosto che lontane non tanto per una questione di qualità (no, non perché il cibo di casa mia è sempre mejo) ma principalmente per ridurre l’impatto dei gas a effetto serra prodotti dal trasporto dei beni. Poi ovviamente c’è anche la questione dei giusti tempi di maturazione, se volete, di evitare sistemi di conservazione troppo energivori e che possono alterare la qualità (il contenuto di vitamina C nelle verdure,per esempio, si riduce mediamente del 50%).
Certo, se poi l’insalata viene dall’orto del vicino che sorge lungo una strada trafficata ed è innaffiato con acqua contaminata, be’… allora forse è meglio andarla a comprare più lontano.

Ancora, è meglio consumare alimenti di stagione, sia perché secondo numerosissimi studi sono più nutrienti nel loro ciclo abituale di crescita, sia perché si evita di farli trasportare da luoghi lontani in cui magari crescono in quel momento (sempre per ridurre l’emissione di gas a effetto serra), o anche perché così non serve produrli in serra (cosa che implica un maggior consumo energetico). E, ultimo ma non ultimo, perché costano meno.
(È chiaro che questo discorso non vale, ad esempio, per le banane, che non hanno stagionalità, non crescono in Italia e si pagano poco, anzi, troppo poco: sia rispetto a quanto dovrebbe andare ai coltivatori, che vengono sottopagati, sia ai costi ambientali che alla fine paghiamo tutti. Senza parlare ovviamente del valore nutrizionale che cala con la conservazione).

Ancora: è meglio, in questa ottica di produzione locale e stagionale, che comunque deve sfamare un bel po’ di gente, disporre di più colture, più varietà vegetali, più varietà di cibo in generale, e non solo di grandi monoculture, o monoallevamenti, per una questione di sicurezza alimentare, cioè di fonti di approvvigionamento..

Torniamo all’hummus e ai ceci, alla Fanta e al latte.

Prima di tutto: si può cucinare un piatto mediorientale a Roma? Certo che sì. Perché è buono e per farsi un’idea di piatti diversi, e di culture alimentari diverse. Anni fa, invece, la giunta di destra a Roma eliminò i menù etnici, in nome, appunto di quello che oggi chiameremmo sovranismo alimentare. Cioè, prima i piatti italiani. O meglio ancora, prima i piatti romani.
Basterebbe ricordare che i pomodori vengono dall’America, come le patate, due pilastri della nostra alimentazione (anche il mais). Cioè, sono entrati nei nostri menù  da 500 anni o anche meno. Le tradizioni nascono dalle invenzioni, dalle scoperte.
Quella dell’agricoltura è una lunghissima storia di scoperte, incroci, trasferimenti, introduzioni. Lo stesso vale per la cucina, con buona pace dei sovranisti della forchetta.

I ceci, poi. I ceci sono una produzione agricola in recupero, in Italia, dopo la parabola discendente durata pochi decenni (da 110.000 ettari a 3.400 ettari coltivati a ceci in 50 anni). L’Italia è il 17esimo produttore mondiale di ceci, ma oggi è comunque costretto a importarne per soddisfare il consumo. Dagli ultimi dati di import, del 2017, si deduce che su 10 kg consumati in Italia, 6 kg sono importati. Quindi, il problema è che non produciamo abbastanza ceci, oggi, non che quelli prodotti all’estero non sono buoni come i nostri. E comunque, se poi mangiamo ceci conservati, non freschi, probabilmente cambierà poco se vengono dall’Italia o dalla Spagna, che è il primo produttore europeo.

Detto questo, le italianissime pasta e ceci, o la farinata, sono buonissime, se fatte bene. Ma anche l’hummus è buonissimo (se fatto bene). E sarebbe ancora meglio, come ho cercato di spiegare, se entrambi i piatti fossero preparati con ingredienti coltivati localmente, freschi. Ma ovviamente non sempre è possibile e non è un dramma, no?

Il latte delle mucche romane è migliore di quello delle mucche, che ne so, di Bologna?

Secondo i test di Altroconsumo, il latte della Centrale di Roma (quello fresco alta qualità), con origine dichiarata nel Lazio, è di qualità buona. Ma quello prodotto da Parmalat (proprietà della francese Lactalis), con origine genericamente in Italia, è meglio, e la qualità viene definita ottima. E costa anche meno.
Certo, per portare il latte della Centrale nelle case dei romani si fa meno strada, e quindi si inquina meno e si produce meno CO2. Ma è questo, quello a cui si riferisce il claim della pubblicità? O il messaggio è sempre quello? Prima i romani (prima i varesotti, prima i siracusani)?
(Sempre a proposito di latte, ma in in questo caso di pecora. La vicenda del prezzo basso pagato ai produttori di pecorino sardo, nei mesi scorsi, ha fatto venire allo scoperto una notizia significativa, e cioè quella che il famoso pecorino romano è fatto circa all’80% di latte di pecora sardo. E quindi? Prima il romano? O prima il sardo?).

La Fanta, come dovrebbero sapere tutti, è uno dei prodotti di punta della Coca-Cola Company, cioè la multinazionale per eccellenza, quella che ha inventato di fatto l’immagine e la tradizione di Babbo Natale come la conosciamo (con buon pace di quelli che ritengono Halloween un prodotto d’importazione amerikano lontano dalla nostra tradizione). È una bevanda gassata che dal marzo 2018 deve contenere – per legge – almeno il 20% di succo di frutta (fino a un anno fa conteneva il 12% di succo e anche il 12% di zuccheri, a leggere le etichette) Poi esiste anche la Fanta rossa Zero Zuccheri aggiunti con succo di arance Rosse di Sicilia IGP. Ovviamente non si tratta di una spremuta: le arance 100% italiane sono comunque quelle che fanno il succo concentrato, cioè il 20% del prodotto complessivo.
(Magari però siete sovranisti e non volete comprare la Fanta, nonostante usi arance di casa nostra, perché è americana. Allora comprate la Sanpellegrino, che è sempre fatta al 100% con arance italiane. Però, occhio: il marchio Sanpellegrino appartiene alla Nestlé, un’altra multinazionale, ma svizzera).

Preoccuparsi della qualità di un alimento è importante. La produzione locale è importante, per questioni di sicurezza alimentare (nel senso di disponibilità di cibo; ma non è sempre detto che sia a prezzi migliori, per le dinamiche dei mercati, che considerano il cibo una commodity), per l’impatto sul clima, per le qualità nutrizionali.
Tutto il resto, però, è soltanto slogan, tipo 100% italiano o Compra italiano.
Si può comprare un prodotto italiano, anche se la proprietà dell’azienda è straniera. Dal punto di vista del consumatore, e spesso anche del lavoratore, cambia poco. Si può mangiare un piatto straniero (facevo l’esempio dell’hummus, ma la cucina è piena di piatti un tempo stranieri) ma con ingredienti tutti locali. Infine, gli accordi commerciali internazionali sono importanti, anche per quello che riguarda il cibo. Ma dovrebbero sempre includere standard più alti di qualità e la disponibilità di cibo.

È una questione complessa, ma non è complicato da capire.

Dal pasticcio rossoverde al pane ecologista (ma c’è sempre la legge di Murphy)

27 maggio 2019

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Bene. Abbiamo votato. Personalmente, per le Elezioni Europee i risultati sono andati più o meno come me li aspettavo, anche in Italia. L’unica differenza significativa rispetto al mio personale pronostico è stato il risultato deludente di +Europa. Ma la lista che ho votato e sostenuto, Europa Verde, è andata come mi aspettavo. Ha preso più del doppio dei voti rispetto al 2014, ma non sono bastati, perché la soglia di sbarramento è al 4%.

Sarebbe un errore mettere insieme le percentuali di +Europa, Europa Verde (Verdi, Possibile + indipendenti) e La Sinistra come se fossero omogenei. Non è così. C’è probabilmente un’osmosi tra una parte degli elettori, ma non c’è un progetto politico, una visione politica che li accomuni. Ci sono idiosincrasie, certo, ma anche convergenze.

La tendenza a fare cartelli elettorali per provare ad avere rappresentanti è stata negli ultimi anni la risposta, spesso fallimentare, ideata dai gruppi dirigenti di piccoli partiti che per comodità definiremo “sinistre”. Per i Verdi, ma anche per altri, si è trattato dell’ennesimo tentativo, dopo che per anni hanno fatto, in sostanza, la ruota di scorta del centrosinistra.
C’è stato anche il momento delle “correnti”. I radicali hanno fatto spesso entrismo altrove, una parte degli ecologisti ha dato vita agli Ecodem nel Pd (che però sono poi scomparsi), un’altra ha fatto lo stesso con Sel (partito che è poi scomparso), una parte degli ex Sel lo sta facendo oggi col Pd di Nicola Zingaretti.

Tutto questo può continuare, ovviamente, con percentuali sempre scarse, o più scarse.
Ci sono però anche altre strade possibili. Per gli ecologisti, per Europa Verde, una possibilità sarebbe quella di superare le vecchie sigle e di dare vita a un’organizzazione che definirei eco-social, che non sia subito ansiosa di buttarsi nelle braccia del centrosinistra per rifare la ruotina di scorta (e però neanche disposta ad allearsi con chiunque). Un partito della qualità della vita, oggi, in Italia e in Europa.

Certo, i Verdi hanno già fatto numerose “costituenti” finite male, cioè nell’irrilevanza. C’è sempre la legge di Murphy che incombe, e non c’è alcuna garanzia di riuscita. Ma forse ci si dovrebbe provare. Perché? Perché ci sono le condizioni. Ma soprattutto perché se non le facciamo noi, queste cose, non le fa nessuno.
L’obiettivo non è prendere il 4% e fare quelli che si occupano di ambiente mentre altri si occupano di altro (cioè le cose più importanti, di solito). L’obiettivo è definire il futuro.

Per farlo, serve certamente che mettiamo da parte le divergenze organizzative e personali, serve che chi è interessato davvero alle idee e al risultato e non al proprio ego dia una mano come padre e madre nobile, serve che siamo chiari su quello che vogliamo e su quello che pensiamo. Non pensiamo tutti le stesse cose, certamente. Ma dobbiamo avere una piattaforma comune – a partire dalla sensibilità – che non sia solo la lista della spesa. Serve che non guardiamo alla direzione da cui viene chi vuole partecipare, ma soprattutto dove vuole andare.

Insomma, invece dei soliti pasticci, serve fare il pane. Il pane più buono è composto da più farine, semi, miele per fare croccante la crosta, un po’ di sale, meno lievito e più tempo di lievitazione, migliori condizioni per la crescita, tempo giusto per la cottura.

Twitter fa male alle persone

21 maggio 2019

Twitter è un’ottimo strumento per dare informazioni puntuali, per fare pubblicità e propaganda, o per diffondere link a contenuti più articolati. Ma insieme è sempre più spesso un amplificatore di rabbia e malintesi, come una specie di grande gruppo whatsapp

Tanti anni fa, quand’era ancora segretario della Cgil, Sergio Cofferati ironizzò, parlando con noi cronisti che lo incalzavamo a margine di un convegno, sui “giornalisti da sms”. Ce l’aveva con quei nuovi servizi che inviavano agli utenti – a pagamento – sms con notizie riassunte, condensate, ultra-sintetizzate. Secondo lui, quello non era (più) giornalismo. C’era un servizio analogo anche nell’agenzia dove lavoravo, la Reuters, e per un po’ rese abbastanza soldi, prima che i social dominassero la scena.

Mi arrabbiai con Cofferati, probabilmente perché le sue parole erano suonate come un insulto: giornalisti da sms VS giornalisti tradizionali. Ma ritenevo, e lo ritengo tutt’ora, che con un sms si possa dare una notizia. Magari non tutti i tipi di notizie ma, rispettando le regole del giornalismo (le famose cinque w), si può ragionevolmente pensare di informare. Ovviamente, però, il titolo non è tutto. E il titolo, come si sa, può essere parziale o addirittura ingannevole.

Pochi anni dopo, nel 2006, nasceva Twitter. Una specie di smsificio (data la lunghezza massima dei post) gratuito alla portata di tutti. Il social aveva fatto il colpo grosso quando un utente aveva twittato una foto dell’aereo ammarato miracolosamente sul fiume Hudson, nel 2009, diffondendolo prima dei media tradizionali. Era stato un segnale sinistro, per la stampa.

Oggi Twitter – che nel frattempo, non a caso, ha raddoppiato il numero massimo dei caratteri che si possono usare per un tweet, da 140 a 280 – è usato massicciamente dai media, come canale di distribuzione in rete dei propri pezzi grazie ai link. Funziona bene, è anche per questo che ho lanciato io stesso anni fa il canale Twitter di Reuters Italia (che oggi, purtroppo, giace abbandonato, nonostante i suoi oltre 230.000 follower).

Ovviamente, l’uso vasto da parte dei media facilita anche la circolazione di fake news, errori, sviste, etc. Anche perché la maggior parte degli adulti, rilevava uno studio del Reuters Institute, non fa caso alla fonte da cui provengono le informazioni che riceve sui social. È un po’ il vecchio l’ha detto la televisione.
Ma Twitter è usato anche dai singoli giornalisti, dai politici, dalle star, dai militanti, insomma da tante persone, e questo è il dramma. Almeno per me.

Fare sintesi non è semplice. Non è una cosa che tutti sappiano fare. E non sempre riesce, anche a chi lo sa fare per mestiere. Il risultato pratico è che la gran parte delle volte quello che twittiamo appartiene all’irrilevante o finisce per essere semplicemente uno slogan, uno sfogo, un insulto, un’incitazione, limitando le riflessioni e la complessità.

Certo, non c’è bisogno sempre di scrivere 10.000 parole per rendere in modo efficace un argomento. Ma c’è una differenza fondamentale tra un testo di 280 caratteri e uno di, diciamo, 2800. Per articolare un ragionamento occorre un po’ di tempo e quindi spazio, parole. La complessità si può spiegare, ma non in due battute. Magari evitando anche facili incomprensioni, come succede almeno una volta a settimana, quando un vip scrive una stronzata (per esempio quando non è riuscito a sintetizzare il suo pensiero) e si scatena un casino, tra interpretazioni, contro-interpretazioni, correzioni, provocazioni.
Ci cascano tutti.

Twitter, com’è, va benissimo per fare battute. E in effetti apprezzo molto l’uso che ne fanno alcuni autori dalla vena comica. Va bene per fare pubblicità, proprio perché è il canale giusto per i claim (e dunque per la propaganda). Va bene anche come interfaccia per i servizi pubblici, per dare informazioni rapide e puntuali.
Ma non va bene per raccontare, a meno di non usare i thread (cioè catene spesso lunghe di tweet) o i video, spesso sottolineati, rimettendo però così in discussione la stessa struttura di Twitter. Che doveva superare i blog.

Un’enorme quantità di persone, però (spesso io stesso), finisce per usarla per sputare sentenze. E così facendo, Twitter ci rende tifosi, supporter, partigiani. Ci fa arrabbiare. Ci fa deprimere (io mi deprimo, ormai, la mattina, quando scorro la mia timeline generale). Ci fa esprimere giudizi avventati sul resto dell’umanità (gli altri), non al bar, ma davanti a centinaia o spesso migliaia di persone. Ci induce a diventare ossessivi, almeno in rete.
Per me assomiglia spesso, ormai, alle temute chat di Whatsapp. Dove le persone sembrano ignorare di essere in luoghi pubblici.

La colpa, ovviamente, non è di Twitter (in misura diversa il discorso vale per Facebook, che però è un’altra cosa, perché ti consente meno di polemizzare con gente che non conosci, e ha un uso più direttamente ricreativo: se usate entrambi i social, capite certamente cosa intendo).
Twitter, che funziona benissimo per tante cose, è solo un amplificatore. Potrebbe amplificare anche le nostre qualità, chissà, ma intanto spesso esalta i nostri lati peggiori.

Ovviamente non è mia intenzione proporre di oscurare Twitter, cioè quello che fanno i regimi quando sono in difficoltà e non vogliono che le persone siano informate (o si mobilitino). Ma credo anche che servano a poco i decaloghi sulla comunicazione non ostile che ho visto circolare su vari social. Perché in teoria possiamo concordare in tanti, per poi però riprendere subito dopo a insultarci o a eccitarci collettivamente.
L’unica soluzione che sono in grado di proporre, al momento, è personale: staccare la spina, almeno ogni tanto, per evitare di rovinarsi la giornata.

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