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Morire talvolta è anche un atto politico

12 ottobre 2017

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Non conoscevo Loris Bertocco. Ho scoperto al tempo stesso della sua esistenza difficile e della sua morte liberatoria  questa mattina, grazie al messaggio di un compagno dei Verdi che segnalava la vicenda e il lungo memoriale (che trovate qui, mentre sulla Repubblica c’è solo un estratto).

Bertocco, che è stato aiutato a morire a 58 anni in una clinica in Svizzera, è stato per anni un attivista culturale e un rappresentante dei Verdi in Veneto. Era praticamente paralizzato (dopo essere rimasto vittima di un investimento stradale quando era giovane e cieco. Oltre a questo, era privo di un’assistenza adeguata. Scrive lui stesso che se così non fosse stato, nonostante la malattia, avrebbe vissuto meglio e magari avrebbe rimandato anche il suicidio.

La sua morte è un atto politico.
Per il diritto a morire dignitosamente, che il Parlamento italiano ancora non riconosce (anche chi è contrario all’aborto e all’eutanasia dovrebbe riconoscere il diritto a porre fine alla propria vita, almeno per gli adulti). E anche per il diritto a vivere dignitosamente, assistito.

 

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Bello ma senz’anima

9 ottobre 2017

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Ho visto Blade Runner 2049 in originale. giovedì scorso, cioè nel primo giorno di programmazione, ma avevo promesso ad un’amica che non ne avrei scritto prima che lo avesse visto anche lei, nel weekend.

Le avevo solo detto che valeva la pena, andare a vederlo.

Metto da parte le considerazioni da fan di Blade Runner e più in generale di Philip K. Dick (l’autore di Do Android Dream Electric Sheeps?, da cui è tratto il film del 1982), che considero il mio autore preferito di SF insieme a William Gibson.

Intanto, al contrario di quanto pensavo, il nuovo film non è tratto dai sequel del romanzo, scritti anni fa da K. W. Jeter, un autore cyberpunk meno noto di Gibson e Sterling. Il primo è uscito nel 1995, e mi lasciò abbastanza freddo.
La sceneggiatura è invece di Hampton Fancher, che aveva scritto il primo film, e di Michael Green (che ha tra i meriti quello di essere produttore esecutivo di una bella serie, American Gods, tratta dal libro di Neil Gaiman).

Vale la pena andare a vedere questo film? Sì, se avete amato Blade Runner. Sì, perché è opera di un bravo regista, Denis Villeneuve, autore tra l’altro di La donna che canta e, per i patiti di SF, di The Arrival (film con un po’ di limiti, secondo me, ma interessante).

Dicevo: se avete amato Blade Runner. Perché se non lo avete visto o  non vi è piaciuto, allora è meglio evitare. Ma potreste anche aver amato Blade Runner e non capire però perché serviva per forza un sequel. Infatti, non serviva (ma c’è una tendenza alla serializzazione che non è secondo me solo una necessità di fare soldi con la fidelizzazione degli spettatori: è basata anche sulla replica dei meccanismi narrativi tv).

Il film è bello, visivamente, e lento, o talvolta rarefatto, nella narrazione (per qualcuno troppo, anche perché dura quasi tre ore). Ma, come dice a un certo punto il protagonista (Ryan Gosling) in un dialogo sugli esseri sintetici, gli manca l’anima. Manca di sostanza.

Perché la questione di fondo, cos’è che distingue davvero un essere umano, era già nel romanzo e anche nel primo film (nel director’s cut, soprattutto: perché per Dick resta il mistero se Deckard sia un androide o meno). E in questo sequel non c’è alcuna scoperta, se non appunto quei colpi di scena più classici delle serie tv.

Come dice Charlotte, c’è poi il fatto che Gosling non è, decisamente non è, Harrison Ford (ma qualcuno dice che va bene per interpretare l’androide remissivo).

Le immagini sono comunque belle, molto belle, e i temi in discussione (dalle intelligenze artificiali alla definizione di umano passando per il cambiamento climatico) restano comunque interessanti e certamente più attuali di quando ne scrisse Dick o anche del primo film. Ma anche questo , alla fine, può essere visto come un limite. Perché la capacità di anticipazione di Dick (che appartiene molto alla fantascienza, e non parlo solo di tecnologia, anzi) è solo celebrata, non sfruttata a pieno.

Antifascismo, come

4 ottobre 2017

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I fascisti sono contro la libertà di parola. I fascisti non devono parlare?
Me lo chiedevo, nel 2011, qui. E me lo chiedo in realtà da molti anni, cioè da quando (primi anni 80) insieme ai miei amici sono stato aggredito da un gruppo di giovani fasci, legati al Fronte della Gioventù, per nessuna ragione se non che ci avevano identificato come zecche. E quindi volevano darci una lezione.

Non reagimmo, perché non era il nostro modo di fare (avevamo 15-16 anni, sentivamo musica insieme, chiacchieravamo, andavamo al cinema, facevamo lo struscio…), e forse sbagliammo. Perché se avessimo reagito subito forse le cose sarebbero andate diversamente, e ci avrebbero lasciato stare.
O forse no, e la catena di minacce e aggressioni (fortunatamente non gravi) sarebbe continuata. So solo che per qualche tempo andai a scuola con una sbarra di metallo nella borsa. Ma fortunatamente non dovetti mai usarla. Le mani sì, poche volte, per difendermi.

I fascisti sono contro la libertà di parola. I fascisti non devono parlare? Secondo Karl Popper ( o magari una sua intepretazione di parte) direi: no. Perché non si può essere tolleranti con gli intolleranti (è il famoso paradosso della tolleranza). Ma il problema è: chi decide chi è intollerante?
Lo decide l’esperienza (con tutti i rischi del caso): la vita non è dominata solo dalla logica. Allora: se c’è qualcuno che prova a raccontare che i fascisti, sai, facevano delle belle cose, in fondo avevano ragione, etc, e che adotta anche un comportamento violento e intimidatorio, be’, non c’è motivo di essere tolleranti.

Non che non conosca fasci o non li possa considerare amichevolmente.
Succede con Delio, che ho conosciuto da ragazzino, perché suo padre lavorava davanti a casa mia. Poi è diventato consigliere municipale, e abbiamo anche discusso di politica (una volta, mi ricordo, lo facemmo in una scuola, davanti a un pubblico di studenti, da posizione ovviamente distinte). Siamo rimasti in contatto su Facebook, per la maggior parte del tempo ci prendiamo in giro.
È successo con altri. Ed è normale, perché siamo persone.

Ma succede oggi che gruppi di estrema destra si facciano sempre più minacciosi e raccolgano insieme, apparentemente, più consensi. Specialmente nelle loro campagne contro i migranti, in quello schema classico per cui gli stranieri (specie se negri) sono delinquenti, ti rubano il lavoro, ti strappano i valori.

Non considero l’antifascismo una cosa sacra (non considero quasi nulla sacro, direi).
La considero una necessità storica. Oggi mi definirei anti-totalitario, che però non significa che consideri fascisti e comunisti la stessa cosa, in Italia, per evidenti ragioni di carattere storico (per le stesse ragioni posso arrivare a capire l’anticomunismo democratico in paesi sottoposti a dittatura comunista, come la ex Cecoslovacchia; ma non la nostalgia fascista in Ungheria).

Però c’è una cosa che va chiarita: il fascismo non è un problema solo per quelli che si definiscono di sinistra (ho spiegato ormai parecchie volte che mi va stretta pure questa definizione, oggi, ma va bene, ricorriamo a una convenzione letteraria).
L’ideologia suprematista, razzista, antidemocratica e violenta che esprime l’estrema destra è un problema per tutti.

Per cui, a quelli che vanno a discutere con Casapound (Enrico Mentana, per non fare nomi, che certo non segue questo blog, del resto), consiglierei di dare una letta alle notizie, ogni tanto.
Saranno anche smart, fascisti del terzo millennio, quello che vi pare, ma menano la gente e organizzano raid come i loro predecessori ideali.
Non è che siccome vi ospitano nelle loro sedi e pubblicizzano la cosa con manifestini graficamente accattivanti allora vuol dire che non sono fascisti.
Non siete voi il sigillo della democrazia.  Sono loro, al contrario, con tutti i segnali che lanciano, a confermare la certezza dei timori.

Il punto successivo allora è: antifascisti come.
In un libro da poco uscito negli Usa che sto leggendo, Antifa: The Antifascist Handbook (un libro che fa soprattutto la storia e la cronaca dei movimenti antifascisti), la questione se l’antifascismo violento ha senso o no si pone, a tratti. Ma è una serie di interrogativi, più che una risposta.
Il problema si pone in modo più forte nel momento in cui forze suprematiste, di estrema destra, diventano di massa (come Alba Dorata in Grecia, per dire, o AfD in Germania: ma già sono due casi diversi tra loro).

Contestare in piazza i fascisti è violenza? Direi di no, se si fa rumore, si disturba, senza aggredire. E farlo creativamente, gioiosamente, ridicolizzando i fascisti, merita un premio.
Picchiare i fascisti è violenza. Ma difendersi e difendere le persone no.

Soprattutto, antifascismo è non dare spazio ai suprematisti, ai nemici della democrazia, ai razzisti. Non bisogna fargli pubblicità indiretta, neanche per esprimere la propria indignazione. Mentre, se serve, occorre rispondere, anche sui social, battuta su battuta.

Votare chi e per cosa, a Ostia

27 settembre 2017

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Il 5 novembre si vota, nel X municipio, dopo lo scioglimento straordinario di due anni fa, deciso dal Viminale per il rischio di infiltrazioni della criminalità organizzata.

Quest’estate, in un lungo reportage qui ho spiegato perché, secondo me, era giusto sciogliere il municipio di Ostia (non solo per l’arresto del presidente Pd per corruzione) ma anche che moltissimi problemi sono rimasti aperti.
Ora però vorrei dire che cosa voterei, se vivessi (ancora) lì. E perché.
Anche perché il voto di Ostia è anche un voto importante per Roma. Perché quello è il mare, il litorale della metropoli, per esempio (e anche sul controllo delle spiagge si è giocato il ruolo della criminalità organizzata, per dire).
Ma anche se so benissimo che quel voto comunque non basterà, perché c’è un problema grosso come una casa, che si affianca alla questione della criminalità organizzata: Roma non funziona.

La vittoria del M5s a Roma nella primavera del 2016 ha significato per molti elettori la speranza di cambiare davvero le cose, dopo anni di progressivo decadimento della qualità della vita a Roma, anche a causa della crisi economica, e dopo il tentativo fallito della giunta Marino.
Nel X la sindaca Raggi ha ottenuto la percentuale più alta di voti voti al ballottaggio rispetto a tutti gli altri municipi. Il commissariamento era già iniziato, ed evidentemente la rabbia degli elettori era tanta.

In questi 15 mesi, però, la giunta del M5s non è stata in grado di mantenere le promesse, accusando sistematicamente le precedenti amministrazioni di aver lasciato troppi problemi in eredità. E oggi lo stato di abbandono in cui secondo molti versa il X municipio è comune anche al resto di Roma.

In questo scenario, mentre cala la fiducia degli elettori, molti partiti sembrano in stato di confusione, senza un progetto, impegnati soprattutto a sparare su Raggi (compito piuttosto facile, del resto). E mancano anche figure di riferimento.

Non è strano quindi che nel X municipio si sia candidato un sacerdote, Franco De Donno, ora sospeso a divinis, che vive e opera da da decenni sul territorio, in parrocchia, con la Caritas, con uno sportello anti-usura.
Non è strano perché si è candidato, parole sue, per un periodo di transizione, in cui mancavano altre proposte interessanti a sinistra (perché De Donno si colloca lì). E lo ha fatto insieme a un gruppo di volontari cattolici, attivisti sociali e politici, giovani, persone impegnate in vari settori.

La politica è come la natura: ha orrore del vuoto. Dunque, se le organizzazioni politiche rinunciano a mettere in piedi una coalizione, si spaccano o sugli astii personali (Ostia è un paesone, e l’entroterra del X municipio anche) o su logiche politiche nazionali che sembrano fredde e meccaniche viste sul territorio, non riescono a trovare un candidato sufficientemente autorevole, succede che un sacerdote scenda in campo, con delle idee, spiegando che il suo movimento è apartitico, ma non contro i partiti.
Non sono credente, sono un attivista politico, non ho il mito della sinistra, ma non mi scandalizzo. Condivido sostanzialmente quelle idee (anche se vorrei poi un programma di punti e tempistiche precise) e ho dato anche il mio contributo, piccolo e locale (e lo darò ancora), per provare a fare crescere questo esperimento.

Ps: Credo che  la scelta del Pd da correre da solo con un candidato inventato, che non c’entra nulla col X (Athos De Luca, che pure negli anni ho stimato per il suo impegno ambientalista), sia coerente , purtroppo, con quanto è avvenuto in oltre due anni.
Il Pd poteva ripartire da un’esperienza civica (non per nascondersi, ma appunto per partecipare e trovare un’altra strada), invece ha preferito difendere il simbolo. Sapendo di perdere, ma facendolo evidentemente con l’idea che il M5s vincerà e potrà ulteriormente sputtanarsi.

Ps2: Devo fare gli auguri al collega e amico Andrea Bozzi, che sarà il candidato presidente di una lista autonomista sostenuta di fatto dal partito della ministra Beatrice Lorenzin (che viene anche lei dal X). Quello che penso, glielo ho detto già di persona. Considero l’idea dell’autonomia di Ostia e Ostia Antica sbagliata, anche perché non è inserita in un contesto generale di riforma di Roma, che deve diventare almeno una regione metropolitana. E non mi piace quella collocazione politica, soprattutto per il passato di Andrea. Ma è grande e vaccinato, come si dice.

 

 

La fine del mondo è sempre una bella lettura

25 settembre 2017

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Noi lettori di fantascienza abbiamo spesso l’impressione, soprattutto oggi, di faticare a trovare opere di genere, perché il numero di case editrici specializzate è calato e sugli scaffali delle librerie abbondano piuttosto fantasy, vampiri e horror (no, non è tutta la stessa roba…). E dunque gioiamo quando ci imbattiamo in un’opera che ha vinto un premio ambito (l’Arthur Clark Award, in questo caso), rinverdendo gli antichi fasti del nostro genere preferito.

Però, occorre che vi confessi un paio di cose: non c’è mai stata tanta fantascienza in giro, come adesso, grazie alla rete (certo, se si legge solo in italiano però la scelta è nettamente più limitata); il libro di cui sto per parlarvi per qualcuno non è propriamente un’opera di fantascienza. Ma è davvero molto bello, ed è stato pubblicato in italiano.

“Stazione Undici”, della canadese Emily St. John Mandel, è uscito originariamente nel 2014. In Italia è arrivato a inizio 2016. Racconta un mondo prossimo (anzi, attuale) in cui una febbre di origine suina ha provocato la tanto temuta pandemia, sterminando gran parte degli umani contagiati.
Fino a qui, nulla di nuovo. Basta citare “I Sopravvissuti”, divenuto famoso anche per versione tv. O “L’araldo dello sterminio”, che parla comunque di un tema simile.
Ma nel libro di St. John Mandell non conta solo la trama. Pesa il modo di raccontarla, i diversi punti di vista, l’intreccio tra i personaggi, i flash-back, il rimando a Shakespeare (cerco di non fare alcun spoiler).E conta moltissimo, secondo me, l’espressione dei sentimenti e di una certa tenerezza in particolare (senza perdere la durezza, a partire da quella del contesto) o forse di vera e propria, pur piacevole, melanconia. Qualcosa a cui forse noi lettori fantascienza, appunto, siamo meno avvezzi.

Il libro, l’ho trovato sugli scaffali di una Feltrinelli, poche copie giunte da poco, e per questo pensavo che fosse una novità. Stavo per dire che l’ho trovato per caso, ma  non è del tutto vero.  C’erano dei motivi, per questo incontro. Mi capita di riflettere spesso su catastrofi ed estinzioni, in questa fase, come possibile conseguenza di una maggiore complessità dell’organizzazione e dello sviluppo umano.

In altre parole, nel momento in cui costruiamo un mondo più collegato e connesso aumentiamo al tempo stesso le dimensioni e la natura stessa della minaccia.
Più siamo, più viviamo gli uni accanto agli altri, più viaggiamo, più aumenta il rischio di una pandemia, per esempio.
Di qui, anche una riflessione non solo sulla nostra potenziale fragilità ( o, al contrario, resilienza?), ma anche sulla complessità del sistema in cui viviamo, e che tendiamo a ignorare, trascurando il fatto che la nostra civiltà è il risultato del lavoro, del contributo, anche d’idee, quasi sempre autonomo, di milioni e milioni di persone.

 

Non solo i padri, anche le madri

15 settembre 2017

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Ieri sera ho visto un bel film che è stato anche una mazzata terribile allo stomaco, e che vorrei consigliare ali uomini che hanno figli o che pensano di averne.

Jusqu’à la garde, di Xavier Legrand, in Italia non è ancora uscito, ma è passato a Venezia e al festival “Venezia a Roma”. In italiano sarà intitolato probabilmente L’affido, anche se il titolo francese è un gioco di parole intraducibile (garde vuol dire custodia, in riferimento alla custodia condivisa dei figli di divorziati, ma significa anche la “guardia” della spada, che fa parte dell’impugnatura…).

È un bel film, dicevo, cinematograficamente. Non è una pellicola di denuncia, racconta una storia. Semmai, invita a fareattenzione a come una vicenda può presentarsi, e a come può essere (male)interpretata. È la storia di un padre violento (una persona malata, soprattutto) che riesce a ottenere la custodia condivisa perché è stato capace di ingannare le autorità preposte (e anche se stesso), grazie anche alla scelta della moglie di fuggire con i figli senza denunciare per tempo quello che avveniva, per non dare scandalo.

È probabile, per non dire ovvio, che il pubblico di un film del genere sarà composto da persone sensibili (e maschi sensibili). Non pretendo di esserlo più degli altri. Dico solo che, da uomo con tre figli, che qualche volta ai figli ha mollato schiaffi e sculacciate, e che ancora spesso urla come Hulk, mi ha fatto male. Mi ha fatto male la paura di poter avere dentro di me, da qualche parte, un abisso del genere.

Ovvio che qui non parliamo di sistemi di educazione. E comunque sono stato educato a schiaffi e sculacciate (e battipanni, e ciabatte, anche, nella classica tradizione italica). Dunque, pur pensando razionalmente che sia sbagliato, ho una tendenza a ripetere. Che combatto da anni.

Non sono contrario all’uso della violenza in generale. Credo che la violenza per difesa sia talvolta necessaria e che sia anche difficile sapere fin dove arriva il concetto di difesa.
Ho cercato di insegnare ai miei figli che non bisogna ricorrere alla violenza, ma anche che debbono difendersi, se occorre.

Quando ero bambino, sono stato picchiato un paio di volte da mio padre, cresciuto in una borgata romana (ma non ha mai aggredito nessuno, e non ha mai alzato le mani su mia madre) perché non mi ero difeso da miei coetanei. Pensava di insegnarmi così a reagire. Fortunatamente mia madre l’ha fatto ragionare.
Ho fatto poi obiezione di coscienza al servizio militare soprattutto perché volevo evitare l’istituzione totale caserma e la disciplina militare. E non me la sentivo di andare in carcere, cosa che forse sarebbe stata più coerente, ma non più intelligente.

Il fenomeno del femminicidio (difendo l’uso del termine, perché attiene a una motivazione precisa, che riguarda un modo di considerare la donna) non è una prerogativa esclusiva italiana, come dimostrano anche i dati (e come mostra anche il film di cui vi ho parlato). La cosa non mi fa gioire.

Ma oltre all’assunzione di responsabilità maschile, credo ci sia necessità di una analoga presa di coscienza da parte delle donne, in Italia (e qui mi beccherò i fischi).

I padri sono importanti, ma sono importanti anche le madri.
E in una società come quella italiana, dove sono ancora le donne a passare – purtroppo – più tempo coi figli, occorre che siano prima di tutto loro a trasmettere valori diversi (lo dobbiamo fare anche noi uomini, eccome se lo dobbiamo fare, non è mai abbastanza).

Perché troppo spesso le donne invece continuano a condividere quell’ideologia di merda, quella del possesso e della considerazione della femmina (ma anche dei figli) come di una proprietà.  Quell’ideologia di merda sul maschio che ti fa sentire protetta e importante. Quell’ideologia di merda sul presunto ruolo di una donna. Le discussioni di questi giorni sugli stupri etc lo testimoniano.

Badate che non serve solo alle donne. Serve anche a liberare gli uomini.

Io no ho imparato tutto da solo (molto, però sì, e lo rivendico, e molto ho ancora da imparare). I miei genitori, che hanno frequentato poco la scuola – anche perché sono nati prima della II Guerra Mondiale e venivano da famiglie operaie – mi hanno trasmesso alcuni insegnamenti importanti, tra cui quello che siamo tutti uguali e che ognuno deve fare la propria parte (anche nei lavori domestici: se leggete qui, scoprite invece che la parità sta diventando quella che nessuno fa un cazzo).
E cerco di fare la mia parte, tra tutte le contraddizioni e difficoltà.

 

 

Aspiranti baby sitter, non fatevi i selfie

5 settembre 2017

Anche quest’anno dobbiamo cercare una baby sitter che si occupi della figlia più piccola all’uscita da scuola.
Cambiamo praticamente persona ogni anno per una ragione abbastanza semplice: di solito preferiamo studentesse universitarie (a dire il vero non ci sono ancora capitati studenti, che rarissimamente si propongono), che poi, però, l’anno successivo sono impicciate con gli esami e lo studio, o la tesi, o si sono laureate e hanno trovato qualcosa di più interessante e meglio retribuito da fare.

Oltre a far girare la voce tra amici, conoscenti e altri genitori, ricorriamo ogni tanto a un sito web di inserzioni, Subito.it. Una delle ragazze più in gamba e affidabili l’abbiamo trovata così.

Quest’anno, però, guardando tra le varie offerte, mi ha colpito il numero di inserzioni accompagnate non da una foto, ma da un selfie. Selfie con le labbra socchiuse e le dita a v, con le facce da fatalone che si credono fascinose, e che spesso invece finiscono per risultare volgarotte.

Insomma, sarà l’età, ma mi sono imbarazzato per loro.
Perché non hanno capito che così danno un’immagine tutt’altro che rassicurante (almeno a me). Anche se poi scrivono cose tipo “non rispondo a telefonate anonime”, “rispondo solo a donne” o “no proposte strane o indecenti”, con quei selfie rischiano di ottenere l’effetto opposto. E cioè di farsi considerare come oggetti di desiderio da noi maschi (notoriamente pieni di pregiudizi, me compreso).