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Twitter fa male alle persone

21 maggio 2019

Twitter è un’ottimo strumento per dare informazioni puntuali, per fare pubblicità e propaganda, o per diffondere link a contenuti più articolati. Ma insieme è sempre più spesso un amplificatore di rabbia e malintesi, come una specie di grande gruppo whatsapp

Tanti anni fa, quand’era ancora segretario della Cgil, Sergio Cofferati ironizzò, parlando con noi cronisti che lo incalzavamo a margine di un convegno, sui “giornalisti da sms”. Ce l’aveva con quei nuovi servizi che inviavano agli utenti – a pagamento – sms con notizie riassunte, condensate, ultra-sintetizzate. Secondo lui, quello non era (più) giornalismo. C’era un servizio analogo anche nell’agenzia dove lavoravo, la Reuters, e per un po’ rese abbastanza soldi, prima che i social dominassero la scena.

Mi arrabbiai con Cofferati, probabilmente perché le sue parole erano suonate come un insulto: giornalisti da sms VS giornalisti tradizionali. Ma ritenevo, e lo ritengo tutt’ora, che con un sms si possa dare una notizia. Magari non tutti i tipi di notizie ma, rispettando le regole del giornalismo (le famose cinque w), si può ragionevolmente pensare di informare. Ovviamente, però, il titolo non è tutto. E il titolo, come si sa, può essere parziale o addirittura ingannevole.

Pochi anni dopo, nel 2006, nasceva Twitter. Una specie di smsificio (data la lunghezza massima dei post) gratuito alla portata di tutti. Il social aveva fatto il colpo grosso quando un utente aveva twittato una foto dell’aereo ammarato miracolosamente sul fiume Hudson, nel 2009, diffondendolo prima dei media tradizionali. Era stato un segnale sinistro, per la stampa.

Oggi Twitter – che nel frattempo, non a caso, ha raddoppiato il numero massimo dei caratteri che si possono usare per un tweet, da 140 a 280 – è usato massicciamente dai media, come canale di distribuzione in rete dei propri pezzi grazie ai link. Funziona bene, è anche per questo che ho lanciato io stesso anni fa il canale Twitter di Reuters Italia (che oggi, purtroppo, giace abbandonato, nonostante i suoi oltre 230.000 follower).

Ovviamente, l’uso vasto da parte dei media facilita anche la circolazione di fake news, errori, sviste, etc. Anche perché la maggior parte degli adulti, rilevava uno studio del Reuters Institute, non fa caso alla fonte da cui provengono le informazioni che riceve sui social. È un po’ il vecchio l’ha detto la televisione.
Ma Twitter è usato anche dai singoli giornalisti, dai politici, dalle star, dai militanti, insomma da tante persone, e questo è il dramma. Almeno per me.

Fare sintesi non è semplice. Non è una cosa che tutti sappiano fare. E non sempre riesce, anche a chi lo sa fare per mestiere. Il risultato pratico è che la gran parte delle volte quello che twittiamo appartiene all’irrilevante o finisce per essere semplicemente uno slogan, uno sfogo, un insulto, un’incitazione, limitando le riflessioni e la complessità.

Certo, non c’è bisogno sempre di scrivere 10.000 parole per rendere in modo efficace un argomento. Ma c’è una differenza fondamentale tra un testo di 280 caratteri e uno di, diciamo, 2800. Per articolare un ragionamento occorre un po’ di tempo e quindi spazio, parole. La complessità si può spiegare, ma non in due battute. Magari evitando anche facili incomprensioni, come succede almeno una volta a settimana, quando un vip scrive una stronzata (per esempio quando non è riuscito a sintetizzare il suo pensiero) e si scatena un casino, tra interpretazioni, contro-interpretazioni, correzioni, provocazioni.
Ci cascano tutti.

Twitter, com’è, va benissimo per fare battute. E in effetti apprezzo molto l’uso che ne fanno alcuni autori dalla vena comica. Va bene per fare pubblicità, proprio perché è il canale giusto per i claim (e dunque per la propaganda). Va bene anche come interfaccia per i servizi pubblici, per dare informazioni rapide e puntuali.
Ma non va bene per raccontare, a meno di non usare i thread (cioè catene spesso lunghe di tweet) o i video, spesso sottolineati, rimettendo però così in discussione la stessa struttura di Twitter. Che doveva superare i blog.

Un’enorme quantità di persone, però (spesso io stesso), finisce per usarla per sputare sentenze. E così facendo, Twitter ci rende tifosi, supporter, partigiani. Ci fa arrabbiare. Ci fa deprimere (io mi deprimo, ormai, la mattina, quando scorro la mia timeline generale). Ci fa esprimere giudizi avventati sul resto dell’umanità (gli altri), non al bar, ma davanti a centinaia o spesso migliaia di persone. Ci induce a diventare ossessivi, almeno in rete.
Per me assomiglia spesso, ormai, alle temute chat di Whatsapp. Dove le persone sembrano ignorare di essere in luoghi pubblici.

La colpa, ovviamente, non è di Twitter (in misura diversa il discorso vale per Facebook, che però è un’altra cosa, perché ti consente meno di polemizzare con gente che non conosci, e ha un uso più direttamente ricreativo: se usate entrambi i social, capite certamente cosa intendo).
Twitter, che funziona benissimo per tante cose, è solo un amplificatore. Potrebbe amplificare anche le nostre qualità, chissà, ma intanto spesso esalta i nostri lati peggiori.

Ovviamente non è mia intenzione proporre di oscurare Twitter, cioè quello che fanno i regimi quando sono in difficoltà e non vogliono che le persone siano informate (o si mobilitino). Ma credo anche che servano a poco i decaloghi sulla comunicazione non ostile che ho visto circolare su vari social. Perché in teoria possiamo concordare in tanti, per poi però riprendere subito dopo a insultarci o a eccitarci collettivamente.
L’unica soluzione che sono in grado di proporre, al momento, è personale: staccare la spina, almeno ogni tanto, per evitare di rovinarsi la giornata.

Questo post è anche su MEDIUM

 

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Svastichette

17 maggio 2019

 

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Tra le varie scemenze potenzialmente pericolose fatte da ragazzino, come lanciare sassi da un colle sulla strada dove passavano delle auto, o diventare per qualche mese un tifoso della Lazio, con tanto di bandiera cucita da mia madre, credo vada inserita a pieno titolo anche la volta in cui disegnai delle svastiche, anzi, delle svastichette, sul quaderno di una mia compagna di catechismo.

Avevo 13 anni, credo. Doveva essere il 1978. Sapevo benissimo cosa significasse la svastica, non soltanto perché i miei genitori avevano vissuto da bambini la Seconda Guerra Mondiale, con il contorno della paura, della fame e dei bombardamenti – e a casa si è sempre parlato della guerra, della Liberazione di Roma dai tedeschi – ma anche perché leggevo giornaletti di guerra e in ogni caso quello era un passato prossimo, spesso molto prossimo, anche per moltissimi miei coetanei.

Perché avevo disegnato quelle svastichette? Per pura e semplice provocazione. Perché la svastica era il simbolo dei cattivi più cattivi che c’erano, i nazisti. Non simpatizzavo affatto per i nazisti o i fascisti, non ero affatto cattivo né particolarmente ribelle anzi: ero un 13enne educato e diligente, che leggeva un sacco e che sapeva anche di politica (lessi “La storia mi assolverà”, di Fidel Castro, che mi ero comprato con i miei soldi).
Ma anche io non potevo resistere a certe pulsioni adolescenziali come, appunto, il piacere di provocare, di cercare l’anticonformismo. Anni dopo, ho scoperto che Sid Vicious e Siouxsie Sioux avevano indossato svastiche in occasioni pubbliche prop rio allo scopo di provocare reazioni sconcertate, e la cosa mi è apparsa immediatamente comprensibile, chiarissima.

La mia bravata, però, non restò impunita. Qualche giorno dopo, all’uscita del catechismo, trovai la sorella grande della ragazzina e il suo fidanzato (non credo avessero più di 18 anni, ma a me erano sembrati praticamente adulti), che mi fecero un bel pistolotto sulla questione e mi intimarono di non riprovarci. Stop svastiche. Io ridacchiai imbarazzato e intimidito, e spiegai che avevo fatto uno scherzo stupido. La cosa finì lì, e mi resi conto che era stata una cazzata.

Giorni fa, ho saputo che in classe di mio figlio, che è in seconda media, un ragazzo ha disegnato svastiche sul libro di un altro, ed è stato poi ammonito dalla prof. Quello che mi ha colpito, era l’aria di gravità dell’insegnante, che è una mia coetanea. Non sono sicuro che aiuti.

Mi spiego. Io avevo una solida cultura antifascista di famiglia. I miei genitori votavano Pci, anche quel ramo della famiglia che era Dc, comunque associava i fascisti e i nazisti alla guerra e al Male (anche se poi ho appreso che c’erano stati anche fascisti, tra i parenti, durante il regime e fino al 1943: ma credo sia avvenuto un po’ in tutte le famiglie). Il ragazzetto che ha disegnato le svastiche, mi dicono, fa normalmente discorsi un po’ razzisti, che magari ha orecchiato a casa. Quindi forse le sue svastichette sono un po’ più conformiste delle mie. Forse. Ma a 12-13 anni comunque la tua voglia di ribellione, di provocazione, è forte, dopo che da bambino, alle elementari, ha prevalso probabilmente il conformismo, la paura di essere diversi dagli altri. È il lato oscuro della Forza, insomma. Un momento da maneggiare con estrema attenzione. Non è facile, e io non sono un insegnante. Ma credo che servirebbe un po’ di leggerezza.

Mi sono sempre chiesto, tornando alle mie svastichette, se le cose avrebbero potuto prendere una piega diversa. Se, cioè, in circostanze diverse – se fossi stato un altro, con un altro background – il pistolotto della sorella grande non avrebbe potuto provocare una reazione diversa, opposta, convincendomi che “svastica è bello”.  Che so, come la storia di Gianfranco Fini che diventa dell’Msi perché quando va a vedere “Berretti Verdi” di John Wayne si trova davanti la contestazione dei giovani estremisti di sinistra filo-Viet.

Nella realtà, però, sono diventato, o sono rimasto, per tradizione familiare, antifascista. E mi sono anche preso la mia quota di minacce e aggressioni dai fascisti, o neo-fascisti, o post-fascisti, o estremisti di destra o come vi pare. (Una volta, anche di certa gente di estrema sinistra che non aveva gradito un mio articolo su un’occupazione di case finita a puttane: ma non confondo affatto le cose).

Penso che l’antifascismo (anche quello militante, l’ho spiegato qui, e confesso che nel corso degli anni sono diventato meno tollerante con i fasci) sia un valore e soprattutto una necessità storica. Penso che l’anti-totalitarismo sia fondamentale, perché resto un libertario. Ma l’antifascismo deve essere sufficientemente intelligente e sveglio da sapere distinguere tra pulsioni adolescenziali, anticonformismo e pericoli più seri.
L’antifascismo conformista e parruccone, invece, non serve a niente.

Pasticcioni rosso-verdi

14 maggio 2019

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La questione dei candidati di Fronte Verde ha fatto volare parole grosse tra Pippo Civati e i Verdi, che hanno tirato in ballo uno l’antifascismo e gli altri l’antifascismo autoritario. Ma la questione riguarda soprattutto la difficoltà di usare le solite categorie politiche per definire questioni più complesse (per esempio, il cambiamento climatico) e la scarsa capacità di dialogare con interlocutori diversi – non i fascisti – fuori dagli schemi.
Resta anche il fatto che la “onda verde” in Italia è al massimo un’ondina e che senza un partito nuovo e strutturato gli ecologisti resteranno a fare testimonianza.

La querelle Pippo Civati VS Verdi sulla candidatura di presunti candidati di estrema destra nelle fila di Europa Verde ha avuto forse un merito indiretto, quello di far parlare i media, anche troppo, di questa lista, quando mancano pochi giorni ormai alle elezioni per l’Europarlamento (26 maggio).
Secondo me, però, la vicenda evidenzia soprattutto  i limiti e le difficoltà delle due forze politiche, che pure hanno molti punti in comune, nonché la goffaggine dei loro leader. Che sono riusciti a polemizzare abbastanza inutilmente, lasciando temere che dopo le elezioni i rapporti tra le due formazioni, che probabilmente non avranno eletti  (perché dovrebbero raggiungere la soglia del 4%), restino difficili.

Europa Verde è la lista che unisce alle elezioni la Federazione dei Verdi e Possibile. Possibile ha deciso di apparentarsi all’ultimo minuto, dopo un referendum interno vinto con una maggioranza non schiacciante da quanti preferivano l’alleanza coi Verdi a quella con La Sinistra. In precedenza i Verdi avevano stretto un patto con Italia in Comune, la formazione che fa capo al sindaco di Parma Federico Pizzarotti, fallendo invece l’aggancio con i radicali di +Europa. Ma in zona Cesarini, probabilmente a causa dei sondaggi elettorali che davano +Europa vicina alla soglia del 4% (senza raggiungere la quale non si hanno eletti), Italia in Comune ha cambiato idea e ha mollato i Verdi per il partito guidato da Benedetto Dalla Vedova.

Cos’è invece Fronte Verde? È un’associazione-partito nato nel 2006 a destra, nella galassia degli ex del Movimento Sociale e del Fronte della Gioventù, guidato da Vincenzo Galizia, che di professione, stando al web, fa l’agente immobiliare.
Per qualche anno, Fronte Verde è una destra social-ambientalista, che ce l’ha coi verdi perché troppo di sinistra, ma venera Gino Strada e Josè Bové, nonché Alexander Langer, è anti-nucleare, è piuttosto anti-Islam e per l’Europa dei Popoli. Quando decide di partecipare alle elezioni, in rari casi con liste locali, si aggrega all’estrema destra (nelle Marche ma anche nel Lazio).
Poi però, mentre si avvicina anche al M5s, diventa più trasversale politicamente. Nel 2013 (e poi di nuovo nel 2018) appoggia Esterino Montino (Pd, ex Pci, già vice presidente del Lazio e assessore a Roma) a sindaco di Fiumicino. Si occupa di temi cari a tutti gli ecologisti, dagli Ogm al cambiamento climatico, ma non prende posizione su questioni socialmente divisive (l’immigrazione, per esempio).
Col crescere del movimento sul cambiamento climatico, che negli ultimi mesi è cresciuto soprattutto in Europa grazie alla figura di Greta Thunberg, il Fronte Verde e parte dell’arcipelago dei delusi del M5s, e di una serie di liste civiche ambientaliste, cominciano a cercare un approdo politico, e guardano anche ai Verdi.

I contatti si sono sviluppati per alcuni mesi. E hanno portato, alla fine, alla scelta di proporre un certo numero di persone per la lista che i Verdi stavano approntando (prima con Italia in Comune, poi con Possibile). I Verdi hanno poi “scremato” la proposta iniziale – ma ci hanno messo un po’ di tempo, perché non hanno subito verificato il curriculum politico di quelli che hanno poi deciso di escludere, provocando qualche malumore – e hanno accettato alcuni dei nomi. In particolare, il romano Mario Canino (ex Rifondazione, ex Italia dei Valori, ex M5s), la napoletana Giuliana Farinaro (ex militante dei verdi e ora dirigente locale di Fronte Verde) e la palermitana Elvira Vernengo, un’artista attiva anche sul fronte umanitario e ambientalista.

Dopo l’uscita di un articolo del “Foglio” su Fronte Verde e i suoi candidati, Pippo Civati ha deciso di ritirare la sua candidatura per protesta contro la presenza di estremisti di destra in lista. Ovviamente si tratta di un atto simbolico, perché la candidatura non si può ritirare. E anche perché molto probabilmente, come dicevamo, Europa Verde non supererà la soglia di sbarramento.

La risposta dei Verdi è stata… incasinata. Prima, come scrivono Civati e il Post, Il Sole che Ride ha detto che i candidati erano sospesi, poi è uscito un post di Angelo Bonelli (ex portavoce, che oggi è ufficialmente coordinatore della segreteria, e che sembra sostanzialmente guidare il partito) che ha accusato Civati di antifascismo autoritario.

Il problema è che qui l’antifascismo, autoritario o democratico che sia, non c’entra nulla. Perché i tre tizi citati nell’articolo non sono estremisti di destra, scrive lo stesso Bonelli. Al massimo, aggiungo io, si tratta di candidati di poco spessore ( con molti altri insieme a loro), anche perché per le Europee si vota su collegi molto grandi, e questi sono esponenti molto molto locali, in una lista che ha già pochissime chance.

E allora? Il problema è il rapporto con Fronte Verde (e con gruppi simili, con un numero di liste locali più o meno ambientaliste e civiche, ma spesso chiuse nel localismo)? Anche se questa organizzazione è sicuramente piccola e poco influente, è però interessante per le sue posizioni, come raccontavo prima. Quelli di FV hanno iniziato come “ecologisti di destra” (il che non è affatto assurdo, perché la questione ambientale non è necessariamente solo “di sinistra”…), ma ora sembrano più aperti. Scrivono di Europa democratica, non sono sovranisti (i quali negano il cambiamento climatico, perlatro, perché necessita di una risposta globale).
Insomma, una roba diversa da Lega, Casapound, Forza Nuova, Fratelli d’Italia.

Magari c’è stata un’evoluzione, nel loro pensiero, e allora sarebbe il caso di coglierla (tanto per, ricordo alcuni ex finiani oggi celebrati come sinceri democratici, come Flavia Perina, nonostante il loro passato nel Msi). O magari si tratta soltanto di entrismo un po’ furbetto, chissà, di alcuni riciclati di secondo e terzo piano che cercano spazio e hanno pensato che con Greta e il cambiamento climatico c’è spazio per infilarsi.
Ma varrebbe il caso di capirlo. Il che non significa “dare spazio ai fascisti”, ma esercitare un po’ di metodo socratico.

Dopodiché, mi permetto di aggiungere, il punto è che con i sistemi elettorali attuali, che prevedono tutti soglie di sbarramento, gli ecologisti possono sperare in una rappresentanza solo se danno vita a un partito forte, chiaro, riconoscibile, convincente, oppure se costituiscono una lobby, un gruppo di pressione. Entrambe le opzioni, in passato, sono state giocate, con scarso successo.
Possibile e i Verdi dovrebbero dunque pensare a cosa fare dopo il 26 maggio, senza scomodare a sproposito l’antifascismo, che sia autoritario o democratico. Non perché non ci sia un problema serio con gruppi fascisti e con chi, soprattutto, ne usa le tematiche. Ma perché ci sarebbe da costruire una forza Eco-solidale, per esempio.

Lotta d’inciviltà a Piazzale Numa Pompilio

8 maggio 2019

AGGIORNAMENTO: il 15 maggio si terrà una riunione presso la Commissione Scuole del I Municipio sulla vicenda di cui parlo qui, per cercare di trovare una soluzione.
Personalmente concordo con la proposta di mediazione dell’Associazione Genitori di consentire l’ingresso (e l’uscita) al Parco  di San Sebastiano e dunque alle scuole e agli uffici e alle altre attività solo da via delle Terme di Caracalla, e solo agli autorizzati, che potrebbero poi imboccare via di Porta San Sebastiano in direzione Appia Antica. In questo modo le auto non transiterebbero più di fronte al vialetto interno del parco su cui si affaccia la scuola primaria, impedendo così una pericolosa commistione in pochi metri tra veicoli e pedoni.
Per consentire questo assetto bisognerebbe modificare due-tre cose, con poco sforzo (burocrazia permettendo): rimuovere il divieto di ingresso da via delle Terme di Caracalla (che nessuno rispetta da anni), rimuovere il divieto di transito sugli ultimi cinque metri di via di Porta San Sebastiano verso l’Appia Antica; apporre il divieto di entrata/uscita al Parco da via di Porta San Sebastiano.

Oggi vorrei raccontare una piccola storia romana di burocrazia, conflitti tra gruppi, pregiudizi e sicurezza (safety) che coinvolge una scuola primaria, la Giardinieri di via di Porta San Sebastiano, vicino alle Terme di Caracalla, frequentata da 150 bambini.
Si tratta di una scuola non di quartiere, perché ospitata in un parco – dove si trova anche a poca distanza una scuola d’infanzia – e frequentata da utenti che vengono da San Giovanni, dalla Cristoforo Colombo, da Garbatella, Ostiense.

Chiarisco subito che sono parte in causa, prima di tutto come genitore di un’alunna di terza classe, ma anche come sostenitore del principio dell’accesso sicuro per i pedoni e della restrizione degli spazi per auto e comunque mezzi a motore privati.
Avevo pensato di presentare un esposto al I Municipio e al Comune, visto il casino di questi giorni, ma credo che in questi casi serva essenzialmente un lavoro di mediazione (sì, si chiama politica), per trovare una soluzione che cerchi di mettere insieme diverse esigenze, mentre in questo momento prevale semplicemente la confusione e una sorta di illegalità diffusa, con l’amministrazione che per prima non rispetta le sue stesse regole.
[Uno dei nostri problemi collettivi è l’eccesso di leggi e regolamenti che sono regolarmente inapplicati, anche perché spesso inutili e in conflitto tra loro, a meno che qualcuno non minacci azioni legali, e dunque richiami qualcun altro alla responsabilità]

Alla fine di aprile, mentre la scuola era chiusa per le festività di Pasqua, i vigili urbani hanno chiuso l’accesso a via di Porta San Sebastiano, venendo da piazzale Numa Pompilio. Fino a quel momento la strada era normalmente percorsa da auto dirette dal centro verso la periferia passando per l’Appia Antica, compresi genitori di alunni della scuola d’infanzia e della primaria. Anche se in teoria, come recita l’apposito cartello, l’accesso alla strada è limitato a chi è diretto ad “aree interne fabbricati”. Quindi non chi è solo di passaggio.

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Secondo alcuni, che hanno interpellato i vigili e il municipio, la chiusura è scattata dopo l’esposto di non meglio precisati residenti della via, probabilmente ambasciatori o abitanti delle poche ville. Il che ha fatto subito scattare un presunto riflesso di classe: i ricchi a difendere i loro privilegi contro i poveri genitori vittime del traffico e dello stress.

Qualche mese prima prima, come gruppo di genitori che il venerdì accompagna i propri figli a scuola in bici (nel resto della settimana io però vado a piedi, perché abitiano a circa un chilometro di distanza), avevamo segnalato agli altri genitori che il traffico di auto davanti al cancello della scuola primaria, a cui si accede da un vialetto che si affaccia su via di Porta San Sebastiano, era vistosamente aumentato, e avevamo suggerito alcune alternative stradali per evitare situazioni pericolose.
La reazione di alcuni genitori, soprattutto della materna, è stata furibonda: sembrava che gli volessimo impedire di portare i figli a scuola. La questione quindi si è chiusa lì, e tutto è continuato come prima, con le auto a fare indisturbate avanti e indietro nel parco (comprese ovviamente quelle della scuola comunale per i giardinieri, del personale della materna e di altri uffici: qualcuno di loro espone un permesso sul parabrezza).

Avevamo anche segnalato già da mesi, da anni, che le auto e i furgoni su via di Porta San Sebastiano spesso sfrecciavano a tutta birra, nonostante la presenza di una scuola; ma il Municipio non si è mai posto fino in fondo il problema, anche perché la strada è sottoposta a vincoli e dunque apparentemente non si possono installare dossi e altri sistemi per rallentare effettivamente le auto: così, toccava ai vigili, all’entrata e all’uscita dalla scuola, cercare di sistemare le cose (questo dice anche molto sulle aree 30km: non basta mettere i cartelli se poi non si hanno gli strumenti pratici per far rispettare la regola).

Dopo il ritorno a scuola, i problemi di circolazione nel parco sono subito aumentati a dismisura. Anche perché i vigili urbani hanno interpretato in modo creativo e personale il divieto di passaggio su via di Porta San Sebastiano. Qualcuno è stato autorizzato a entrare nella strada per imboccare il vialetto che passa direttamente davanti al cancello della scuola, salvo poi riuscire dallo stesso lato di via di Porta San Sebastiano (ma oggi una vigilessa è stata contestata perché invece consentiva, uscendo dal parco, di percorrere la strada fino a Porta San Sebastiano).
A qualcun altro è consentito entrare dal cancello di via delle Terme di Caracalla (dove c’è comunque un cartello di divieto di transito) – dove si arriva provenendo dagli archi sulla Colombo, diretti verso il centro – per poi uscire dal cancello su via di Porta San Sebastiano e tornare comunque verso piazzale Numa Pompilio.
Quest’ultima soluzione creativa è anche quella più irregolare, paradossalmente. Quella corsia di via delle Terme di Caracalla è in teoria (nel senso che c’è un cartello del Comune…) destinata solo a chi poi svolta in via di Porta San Sebastiano. Via che però può essere percorsa solo da chi è diretto alle aree interne dei fabbricati. Quindi, tu automobilista che imbocchi quella strada, arrivi in un vicolo cieco. E se cerchi di risalire verso via Druso, sempre in direzione centro, commetti comunque un’infrazione, perché devi attraversare la corsia preferenziale dei bus.

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Nel frattempo, si può continuare a imboccare di via Porta Latina verso il centro e parcheggiare al lato della strada ( o meglio ancora su piazzale di Numa Pompilio e sull’adiacente via Claudio Marcello), anche se la circolazione ovviamente rallenta, per accompagnare i ragazzini a piedi dall’ingresso dei via di Porta San Sebastiano. Ma questa soluzione non piace ai genitori che vogliono comunque entrare in auto (hanno fretta, vai a capire). Insomma, un vero casino.

Non è che le soluzioni non esistano. Quella che piacerebbe ai genitori motorizzati ovviamente è entrare e uscire a piacimento da via di Porta San Sebastiano (o entrare da via delle Terme di Caracalla e uscire da via di Porta San Sebastiano), ma così le auto continuerebbero a passare sul vialetto da cui accedono i bambini della scuola primaria.
Chiudere l’accesso come è stato fatto in questi giorni, cioè consentendo di fatto la circolazione nel parco, ha lo stesso effetto.
Ma chiudere completamente alle auto sia via di San Sebastiano (che pure nel progetto del Grande Raccordo Anulare delle Biciclette andrebbe bloccato) che tutto il parco sarebbe una soluzione difficilmente sostenibile politicamente e socialmente, perché molti genitori protesterebbero.
Anche aprire del tutto via di Porta San Sebastiano alla circolazione sarebbe una possibilità, certo (in fondo così è sulla parallela via di Porta Latina). Ma aldilà del possibile ricorso legale dei residenti, in questo modo si rischierebbe comunque il passaggio costante delle auto per il parco e si devierebbe rispetto all’obiettivo generale di ridurre il traffico in quell’area (che non è solo un piacere ai ricchi residenti: quella zona è storicamente e archeologicamente importante e confina col parco dell’Appia Antica, altra zona poco difesa dalle auto).

Una possibile soluzione sarebbe quella di consentire entrata e uscita da via delle Terme di Caracalla per raggiungere soltanto la scuola d’Infanzia (senza poter passare per il vialetto che conduce a via di Porta San Sebastiano ma passa davanti alla primaria), con tanto di permesso scritto. Uscendo, per andare verso l’Appia Antica bisognerebbe comunque risalire via Druso e passare per Porta Metronia.
Ma in questo caso bisognerebbe sia eliminare il divieto di transito da via delle Terme di Caracalla, sia consentire il passaggio delle auto verso via Druso in commistione con i bus.

Forse ci sono altre possibilità (oltre ovviamente a parcheggiare un poco più lontano ma in modo sicuro per i bambini e i pedoni), ma al momento intravedo queste.

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In ogni caso, serve un intervento di dialogo e mediazione pubblica promossa dall’amministrazione.

Quando facevo il giornalista

6 maggio 2019

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(scartabellando tra le cartelle del pc, ho ritrovato questo testo che avevo scritto nel 2004, e che è abbastanza profetico, direi, visto che da due mesi non lavoro più a Reuters, diciamo che sono felicemente disoccupato).

 

Faccio il giornalista. Ho qualche remora a dire: sono un giornalista, perché di solito non credo nelle missioni.
E non è detto che questo resti il mio mestiere per tutta la vita. Però, mi piace scrivere. Mi piacciono i reportage, le storie ben raccontate, mi piacerebbe raccontarle meglio di quanto non faccia, o ancora meglio di quanto faccia già.
Mi piace trovare un senso nelle cose, o semplicemente darglielo. Mi piace cercare di guardare nel futuro, o ai segni del presente che lo lasciano intravedere. E viceversa: mi piace cercare nel futuro quel che parla del presente, quel che mette in luce i legami tra le cose. Per questo amo la fantascienza. Ma per lo stesso motivo amo il giornalismo.
Mi piace leggere – e mi piacerebbe scrivere – storie che non sono semplicemente storie, pur non trascurando le trame, gli intrecci e i personaggi, che descrivono il modo in cui funziona il mondo – o meglio, i mondi che compongono questo mondo. E che per questo, sono già di per sé critici. Per questo amo i noir. E per lo stesso motivo, amo il giornalismo.
Mi piace cercare di capire il passato – cosa che non si può fare senza ricostruirlo, almeno in parte – soprattutto perché nulla è comparso dal nulla, perché le tradizioni nascono dalle invenzioni, perché le cose sono andate in un certo modo ma potevano andare anche in un altro ed è interessante capire perché, perché la nostra storia non comincia qui e probabilmente non finisce neanche là. Ecco perché amo la storia, anche se non sono uno storico, anche se avrei potuto diventarlo. Per lo stesso motivo, inutile dirlo, amo il giornalismo.
Mi piace quello che mette insieme interessi e ideali, mi piace l’azione nella sfera pubblica, che dà senso alla vita umana. Per questo, amo la politica. Anche se faccio il giornalista e il mio compito non è quello di sostituire, ma di raccontare, segnalare, criticare.
Tutto questo non ha alcun senso, però, senza le persone. Sono le persone che fanno la storia… Per questo motivo ho rispetto, e amore, per le persone.
Un giorno, forse farò altro. Scriverò storie – ho già cominciato a farlo – aprirò una libreria, fonderò il giornale che nessuno ha ancora inventato, oppure andrò a salvare il mondo. Finirà magari che qualcuno dovrà venire a salvare me, ma potrò dire di averci provato.

Il problema della Rai è la Rai

16 aprile 2019

 

[Questo articolo è il frutto di un lavoro di reporting sulla Rai iniziato anni fa , che ho aggiornato con nuovi dati e osservazioni in particolare dopo l’avvento del governo M5s-Lega. Se qualcuno volesse utilizzarlo è libero di farlo, possibilmente citando la fonte]

 

General Strike!

La Rai siamo noi, 2010

Neanche la nomina del primo vero amministratore delegato della Rai, nel luglio del 2018, ha coinciso con l’attesa “grande riforma” dell’azienda pubblica radio-tv, criticata per la lottizzazione interna o per l’eccessiva vicinanza al governo, il principale canale di informazione per gli italiani anche al tempo del web.Probabilmente, perché è proprio la storia del broadcaster italiano che continua a condizionare pesantemente il suo futuro.

 

Fabrizio Salini, il nuovo AD voluto dal governo gialloverde – e in particolare dal M5s – è stato accolto da un consenso più o meno generalizzato, perché l’ex direttore de La7 ha indubbiamente un ricco curriculum. Ma anche Antonio Campo Dall’Orto, il manager fortemente voluto da Matteo Renzi nell’estate del 2015 alla guida della Rai era considerato una garanzia di successo, date le sue esperienze. Nell’estate del 2017, però, Campo Dall’Orto fu costretto alle dimissioni dagli stessi renziani: secondo alcuni perché voleva ridurre troppo il peso dei partiti in Rai, compreso quello del presidente del Consiglio.

Fabrizio Salini nel 2010

Salini, come Campo Dall’Orto, nei suoi precedenti incarichi, si è occupato soprattutto di contenuti, poco di politica e gestione aziendale, di conti. In questi ultimi mesi di lui si è sentito parlare poco – qualcuno in Rai spiega che l’AD è soprattutto attento a non muoversi troppo, per timore di creare incidenti diplomatici –  mentre le attenzioni sono tutte per Marcello Foa, il presidente, vicino alla Lega.

Il presidente in teoria non ha grandi poteri, si occupa delle relazioni esterne e supervisiona le attività di controllo interno, dopo la mini-riforma varata nel 2015 dal governo Renzi, che ha dato invece maggiore peso all’ex direttore generale, oggi amministratore delegato. Ma quello che continua a contare, in Rai, è la politica. E il protagonista assoluto della politica italiana, oggi, sembra essere Matteo Salvini, il leader della Lega, considerato dai sondaggi il vero capo del governo e sempre presente sui social. Di qui, la maggiore esposizione di Foa, diventato il simbolo della tv “sovranista”.

Finora la svolta gialloverde ha ridistribuito cariche interne e ha prodotto solo un paio di trasmissioni, “Povera Patria” e “Popolo Sovrano”, con bassi ascolti. Ma il piatto forte della svolta, se l’intesa tra Lega e M5s dovesse durare nei prossimi anni (cosa su cui ciclicamente tornano ad affacciarsi dubbi), potrebbe essere la newsroom unica, cioè una struttura per l’informazione trasversale a tutti e tre i canali, riducendo il potere delle singole testate giornalistiche, da sempre terreno di scambio politico.
Sulla carta il progetto, di cui in realtà si parla da almeno quattro anni, quando la star della politica era appunto Renzi, sembrerebbe una razionalizzazione sensata. Ma per come è storicamente strutturata la Rai, il rischio è quello che l’informazione dell’emittente pubblica finisca per essere controllata più saldamente dal governo, come succedeva più o meno fino all’inizio degli anni Settanta.

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Marcello Foa nel 2009

 

PERCHÉ I PARTITI
RESTANO COSÌ IMPORTANTI

Che i partiti siano così importanti a viale Mazzini è un dato storico. La Rai (allora Radio Audizioni Italiane) nasce dopo il 1945, quando non c’era ancora la tv, come società privata controllata dalla piemontese Sip sulle ceneri dell’Eiar, la radio di Stato fascista, con lo scopo di ricostruire la rete radiofonica. Poi però il ministero delle Comunicazioni rileva tutte le quote, e la società diventa completamente pubblica.

“Dal Secondo Dopoguerra in poi il grande capitale ha avuto i suoi giornali, è sempre rimasto distaccato dalla politica dei partiti, guardandola dall’alto in basso: se ne è servito, ma senza riconoscere il primato della politica”, mi raccontava tempo fa un dirigente Rai e giornalista, una specie di memoria storica dell’azienda. “La politica, il governo, si sono difesi utilizzando la Rai, usando la tv per rappresentarsi, per raccontarsi”.

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La sede della Rai a Viale Mazzini, Roma

Ovviamente, nel corso degli ultimi 20 anni è aumentato il peso di Internet (e dei social media) nella vita degli italiani. Ma il rapporto 2018 dell’Autorità per la garanzia nelle comunicazioni ha rilevato che la tv resta comunque la principale fonte di informazione per il 90% degli intervistati, contro il 70% di Internet, il 66% delle radio, nel menù crossmediale degli italiani. E la tv, sia a livello locale che nazionale, è considerata in assoluto la fonte più importante per l’informazione politico-elettorale.
Secondo uno studio recente, sempre dell’Agcom, sull’informazione locale, in 17 Regioni su 20 gli italiani si informano soprattutto grazie alla tv, e la prima fonte d’informazione è la Tgr, la testata regionale della Rai, che è considerata la più estesa redazione giornalistica d’Europa.

Ma torniamo alla storia della Rai. A metà degli anni Settanta, con un’importante riforma seguita all’avanzata elettorale dei partiti di sinistra, l’azienda smette di essere direttamente al servizio del governo, e passa sotto il controllo del Parlamento. E’ quello che qualcuno chiama “pluralismo”, qualcun altro “lottizzazione”, con la divisione delle reti in sfere d’influenza dei principali partiti e in alcuni casi delle sue correnti.

Negli anni Novanta, con la decisione dell’imprenditore dei media Silvio Berlusconi di fondare un partito, Forza Italia, e candidarsi alle elezioni, lo scenario cambia ancora. Il principale concorrente della Rai, divenuto premier, interviene sull’azienda. E il suo governo fa approvare una legge, la cosiddetta Gasparri – dal nome dell’ex ministro delle Comunicazioni Maurizio Gasparri –  che dà ai partiti, attraverso la Commissione di vigilanza, il potere di eleggere direttamente gran parte dei membri del consiglio di amministrazione, mentre gli altri sono indicati dal governo. Solo per eleggere il presidente occorre una maggioranza qualificata, quasi più ampia di quella che serve per eleggere il capo dello Stato.

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Maurizio Gasparri, Michele Santoro e Lucia Annunziata

Ovviamente, il tentativo di intromissione del potere politico nella tv pubblica è un fenomeno che avviene in molti Paesi, pur se con modalità diverse. Ma in Italia colpisce la capillarità degli interventi. Andare in tv (anche in radio, ma soprattutto in tv) è una specie di prova della propria esistenza e del proprio potere.
A certificare il tempo che la Rai riserva alla politica è l’Agcom. Secondo i dati dell’agenzia, dal 1 al 7 aprile di quest’anno, solo considerando i telegiornali Rai, il M5s ha avuto il 13,28% del cosiddetto tempo di antenna relativo ai partiti e ai cosiddetti “soggetti istituzionali”, la Lega il 10,37%. Un tempo, ragionevole, si potrebbe dedurre, anche troppo. Poi però bisogna aggiungere il tempo per il presidente del Consiglio, che fa parte del M5s: 21,76%; quello per il governo (che è composto di ministri, viceministri e sottosegretari M5s e Lega): 21,76%, quello per il presidente della Camera  (esponente M5s): 0,92%. Il totale fa circa il 68% del tempo.
In genere, le maggioranze politiche godono di un premio di antenna, sull’informazione Rai. Ma le percentuali non sono sempre le stesse. Se prendiamo il  governo Renzi, quasi 10 mesi dopo il suo insediamento, nel mese di novembre di 2014, la maggioranza poteva contare su oltre il 61% del tempo di antenna. Se prendiamo il quarto governo Berlusconi, circa 10 mesi dopo l’insediamento a maggio 2008, il tempo di antenna era anche in questo caso di circa il 61%.

 

DEI CONTI IN ROSSO
NON SI PARLA PIÙ

Nel recente passato, il problema principale della Rai sembrava essere quello dei conti spesso in rosso, dell’esercito di collaboratori e degli stipendi troppo alti di manager e celebrità, mentre si continuava a parlare della privatizzazione parziale dell’azienda. Oggi, che al potere c’è un partito, il M5s, che ha costruito la propria narrazione sulla lotta agli sprechi e ai costi della politica, non è più così. Anche, almeno in parte, per effetto delle ristrutturazioni degli ultimi anni.
Nessuno parla di tagliare i numerosi canali Rai, ma al massimo di trasformare Rai Movie e Rai Premium in nuove reti per donne e per uomini, e di aggiungere un canale international in lingua inglese, come indica il piano industriale approvato a marzo scorso.
Il piano prevede il ritorno agli utili nel 2021, dopo due anni in perdita per alcuni milioni di euro, sia per il calo dei fondi del canone pubblico sia per gli investimenti voluti dall’AD, che per l’esborso una tantum di circa 200 milioni per liberare una frequenza, quella dei 700 Mhz, che sarà destinata alle nuove reti 5G. Intanto, il debito consolidato della Rai resta superiore ai 300 milioni di euro. Una cifra che per Salini è comunque “sostenibile”.

Il più grande rimpianto di Lucia Annunziata, presidente alla guida di Viale Mazzini per un anno, dal 2003 al 2004, è probabilmente quello di non essere mai riuscita a mettere le mani sul faraonico e semi-leggendario registro dei collaboratori della Rai, 10.000 secondo le stime più moderate, che si affiancano a circa 12.000 dipendenti.
Anni fa Annunziata mi ha raccontato di aver cercato “disperatamente di avere il registro di tutti i collaboratori di cui si avvale l’azienda”, spiegando che le “collaborazioni sono il vero polso di dove conta la politica”. Oggi la regola interna dice che può collaborare con Rai soltanto chi ha già collaborato in passato. Ma ci sono eccezioni: la prima è che le collaborazioni siano autorizzate direttamente dall’AD (nel 2017 per esempio Campo Dall’Orto ne autorizzò oltre 200 in una botta sola), la seconda è che quando le produzioni sono esterne, sono ovviamente i produttori e i conduttori a decidere chi lavora.

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Operatore Rai

Poi c’è il capitolo degli appalti esterni. Per fare un esempio, oggi si parla di circa 150 società solo per fornire i cosiddetti “zainetti”, cioè le attrezzature leggere per fare riprese video.Ma nel 2013, le società censite dall’allora direttore generale Luigi Gubitosi per tutti gli appalti erano circa 2.400 per un budget di 2 miliardi di euro destinato a produzioni tv, catering, trasporti, etc. Nel bilancio 2015, dalle casse della Rai per i costi esterni usciva una cifra inferiore, circa 1,3 miliardi di euro, calata a poco più di 1 miliardo nel 2017 (al netto dei costi sportivi, che quell’anno però non ci furono).

Quando nel 2012 alla presidenza è arrivata Anna Maria Tarantola, una dirigente di Bankitalia voluta direttamente dall’allora premier Mario Monti, alla guida del famoso “governo dei tecnici”, sembrava che con le sue deleghe speciali votate dal cda fosse riuscita a “tagliare le unghie” a certi gruppi di potere e di pressione interessati agli appalti e alle nomine in Rai. E puntualmente si è ricominciato a parlare di fare della Rai una sorta di Bbc. Era già successo quasi 20 anni prima, con la nomina a presidente di Claudio Dematté nel 1993, quando il sistema politico italiano fu scosso da Tangentopoli e per una breve stagione arrivarono i “tecnici” e cominciarono a tagliare i bilanci. Ma nel 1994 andò al potere Berlusconi, e la rivoluzione dei “professori” finì lì, stritolata nel duopolio Rai-Mediaset.
Nel 2015, con l’arrivo di Renzi a Palazzo Chigi è tornato il mantra della Bbc, ma per poco tempo: al posto di un’istituzione indipendente, rapidamente ha preso corpo l’idea di un amministratore delegato che concentrasse sempre più i poteri.

 

IL COLOSSO DAI PIEDI FRAGILI

Intanto, come dicevamo, per la Rai non si parla più di conti in rossi, risparmi, accorpamenti di canali e vere e proprie dismissioni, anche se dal 2018 al 2020 almeno l’azienda sarà in rosso per una serie di spese e di investimenti.
Negli anni scorsi l’azienda ha definitivamente risolto il problema dell’evasione del canone – che era stimata attorno al 27%,contro il 5% della Bbc o l’1% della tv pubblica francese – grazie alla tassa sulle bollette elettriche e nel 2016 è tornata leggermente in attivo.
Nel 2017 la Rai ha incassato 1,7 miliardi di euro circa dal canone, ma è rimasta in attivo grazie soprattutto al taglio delle spese, perché le entrate pubblicitarie sono nettamente calate. Nell’ultimo bilancio finora certificato, infatti, il broadcaster pubblico ha incassato dalla pubblicità circa 647 milioni di euro, nell’anno peggiore dal 2010.
La Rai è comunque la tv pubblica europea con maggiore introito pubblicitario rispetto al complesso delle risorse (anche perché in alcuni Paesi gli spot pubblicitari sulle reti pubbliche sono vietati), ma è anche quella con più canali: ne conta 14, più uno in alta definizione.

Per anni gli analisti hanno immaginato che l’azienda tagliasse le reti, che rappresentano un costo non indifferente. E il nuovo piano industriale, come dice una fonte del cda, in effetti punta a chiudere Rai Movie e Rai Premium – il primo specializzato in cinema, il secondo in serie tv – a causa della “limitata audience”.
Ma al tempo stesso Viale Mazzini ipotizza un nuovo canale Rai 6 dedicato alle donne (mentre Rai 4 diventerebbe rete per gli uomini), un canale in lingua inglese e una non meglio specificata rete istituzionale. Il che significa probabilmente nuovi costi.

Un capitolo a parte riguarda Rai Way, cioè la società che possiede la rete di diffusione del segnale tv, che è controllata da Rai (e dunque dal ministero del Tesoro) ed è quotata in borsa. Oggi costa alla Rai circa 180 milioni l’anno e il punto, segnalano gli analisti, è che dovrà fare investimenti per ammodernare gli impianti. Nel frattempo, dopo aver distribuito buoni dividendi, in borsa la società ha perso circa il 20% del valore rispetto a un anno fa.

Rai Way, per decreto, non può essere controllata da privati, ma deve restare pubblica al 51%. In virtù di ciò l’azienda ha resistito al tentativo di Opa da parte di Ei Towers, la società delle torri di Mediaset che puntava a dare vita un gigante italiano del settore in grado di competere a livello europeo. Un’altra possibilità è però che sia l’azienda pubblica a cercare di promuovere l’accorpamento, e per questo ha tifato una parte della politica italiana. Ma finora i suoi tentativi non sono andati nella giusta direzione, ed è fallito anche il tentativo di acquisire Persidera, la società al 70% Tim e al 30% Gedi.

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Roma 2010

Nel frattempo, si sviluppa la tv via Internet. Uno studio IT Media Consulting dice che nel 2020 8,5 milioni di famiglie avranno accesso alla tv via web, contro i 3,5 di fine 2018, mentre resteranno al palo gli abbonati ai servizi via satellite. Nel frattempo, oltre a Netflix e Amazon e qualche altro servizio, nel settore web tv stanno arrivando anche giganti come Apple e Disney. Per la Rai dunque, e anche per Rai Way, si profila dunque uno scenario completamente diverso rispetto a quello della tv, che sia digitale terrestre o satellitare.

 

NESSUNO CREDE
ALLA PRIVATIZZAZIONE

Un possibile cambio di paradigma potrebbe venire dalla privatizzazione, cioè dalla vendita di uno o più canali Rai. Lo imporrebbe un referendum popolare del 1995, lo prevede anche la stessa legge Gasparri (che resta in vigore, nonostante i partiti di centrosinistra hanno sempre detto di volerla abolire).

Nel 2013 la sola Rai 3, di fatto la seconda rete pubblica per ascolti, veniva valutata in circa 450 milioni di euro da analisti di mercato. L’intera Rai valeva, per Mediobanca, circa 2 miliardi. Ma la privatizzazione sembra una prospettiva a cui nessuno crede, almeno finché Silvio Berlusconi resterà sulla scena, perché diminuirebbe nettamente lo spazio per i partiti.

Nessuno crede neanche all’abolizione del tetto pubblicitario per la Rai, che potrebbe essere compensato almeno in gran parte dall’abolizione del canone. In questo caso, oltre a calare prevedibilmente gli incassi per i concorrenti, soprattutto Mediaset (che anche se ha registrato un calo di vendite continua a spadroneggiare sul mercato pubblicitario), l’azienda pubblica rischierebbe di perdere comunque soldi certi.

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Il logo di BBC World

   

SOGNANDO LA BBC

Le proposte per fare della Rai un’azienda controllata non più direttamente dal Parlamento o dal governo ma da una fondazione pubblica non mancano. Nel corso degli anni sono state  avanzate da personalità politiche, associazioni di giornalisti, anche dagli inserzionisti pubblicitari.

Un’idea, per esempio, è quella di dare al Presidente della Repubblica, carica super partes, il potere di nominare un trust con funzioni di indirizzo e controllo, che nomina a sua volta un organismo di gestione composto da pochi membri che tra loro eleggono un amministratore delegato.

Il problema, però, è sempre lo stesso:  i partiti, che oggi non hanno neanche quasi più finanziamento pubblico, sarebbero disposti a cedere il loro potere di controllo sul broadcaster pubblico?

Del resto, non sembra neanche esserci nell’opinione pubblica un forte movimento per una Rai meno condizionata dalla politica. Dal famoso referendum per la privatizzazione sono passati quasi 25 anni. E anche l’idea del Movimento Cinque Stelle, nel 2013, di “di un solo canale RAI, senza vincoli verso i partiti, senza pubblicità e la vendita dei rimanenti due canali” sembra lontanissima.

Invece, se si guarda ai dati esibiti da Viale Mazzini sul proprio gradimento, che risalgono al primo semestre 2018, l’indice di qualità percepita degli italiani sulla qualità della programmazione era di 7,6 punti su una scala da 1 a 10, con un voto specifico sull’informazione di 7,4 punti.

Una pia illusione: che il cambiamento climatico sia colpa del capitalismo

4 aprile 2019

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L’idea che il capitalismo sia il responsabile del cambiamento climatico che minaccia l’esistenza del genere umano è una pia illusione. Le alterazioni del clima prodotte dall’intervento umano sono iniziate prima del capitalismo. Il socialismo reale ci ha lasciato un’ingombrante eredità d’inquinamento. La produzione industriale di carne è responsabile del 30% delle emissioni. E oggi ci sono grandi aziende capitalistiche che si sono riconvertite al green. Ode del capitalismo? No. Il problema però è che così si sbaglia bersaglio.

Alcuni anni fa, quando ancora non si parlava di cambiamenti climatici, nel cosiddetto arcipelago verde circolava la tesi della presunta contraddizione uomo-natura (ignorando che l’umanità è una forza della natura), sulla falsariga di quella marxiana capitale-lavoro. Adesso, quel pezzo di sinistra radicale che ha scoperto, magari un po’ tardi, la questione ecologica, insiste su quella che si potrebbe definire contraddizione clima-capitalismo. Si tratta cioè dell’idea che eliminando il capitalismo, causa dei cambiamenti climatici, si abbatterebbe anche l’emissione di gas a effetto serra: o, al contrario, che attuando politiche pro-clima il capitalismo non sopravvivrebbe.

Le cose però non stanno esattamente così. Prima di tutto, una volta stabilito che il cambiamento del clima dipende dalle azioni umane, bisogna capire quando è iniziata l’alterazione e come. Se è vero che si considera l’inizio della produzione industriale come innesco dell’aumento di temperatura globale, ci sono valutazioni diverse su altri fattori. Per esempio, l’agricoltura. Nel libro “The Human Planet / How We Created the Athropocene”, di Simon Lewis e Mark Maslin, uscito nel 2018 e  non ancora tradotto in Italia, si ricorda la “scoperta” dell’America da parte degli europei e la scomparsa di decine milioni di indigeni che ne seguì (parte del cosiddetto Scambio Colombiano), frutto di epidemie ma anche di strategie di vero e proprio genocidio.
Questo calo spaventoso di persone (le stime parlano di 50 milioni) che praticavano l’agricoltura provocò una diminuzione dell’anidride carbonica nell’atmosfera e un leggero ma significativo raffreddamento delle temperature, intorno al 1600 (ed è quello il momento, secondo Lewis e Maslin, in cui si trovano le tracce della nascita del cosiddetto Antropocene).
In realtà, la temperatura si era alzata in precedenza proprio a causa della diffusione dell’agricoltura sul pianeta, che aveva immesso nell’atmosfera CO2 e metano, evitando così la glaciazione altrimenti attesa. L’agricoltura nasce circa 12.000 anni fa, il capitalismo – cioè il sistema economico in cui capitali e mezzi di produzione sono privati e distinti dal lavoro – tra il Quattrocento e il Cinquecento, l’industrializzazione arriva nel Settecento.

L’industrializzazione – che non è stata creata soltanto dal capitalismo, ma da esso è stata sfruttata, come succede spesso nel caso delle innovazioni tecnologiche – ha consentito l’aumento della produzione e della popolazione a livelli impensabili (per passare da 5 milioni ai 500 milioni di abitanti sulla Terra, nel Cinquecento, ci sono voluti 10.000 anni; con soli 500 anni l’umanità poi è più che decuplicata).
Ma non si può sottovalutare il ruolo iniziale dell’agricoltura, che ha trasformato l’organizzazione sociale umana, e lo stesso ecosistema ben prima, perché quella che noi siamo soliti chiamare natura è un ambiente ampiamente modellato dagli umani nel corso dei millenni.

E non si può dimenticare nemmeno che anche il socialismo, cioè la principale ideologia antagonista del capitalismo, ha avuto una simile propensione allo “sviluppismo”.
Quando parliamo di piani quinquennali, comunismo= elettrificazione + soviet etc parliamo esattamente di questo. Il risultato è che il socialismo reale (cioè quello che c’è stato) ha lasciato in questo secolo centrali e fabbriche super-inquinanti, oltre a un incidente nucleare gravissimo come quello di Chernobyl (che non ha attinenza diretta con la questione del cambiamento climatico, ma che è una cartina di tornasole di quella che era la politica industriale dei paesi socialisti).
Si può anche sostenere che l’Urss e i suoi alleati non fossero più veramente socialisti, ma è un po’ più difficile smontare l’eredità industrialista di Lenin. E c’è ancora la Cina, che pratica una specie di capitalismo socialista, uno dei paesi più inquinati al mondo ma che al tempo stesso sembra essersi lanciata nella produzione di tecnologie verdi.

Nel corso dei decenni è poi diventato preponderante il peso della finanza sull’economia, e sarebbe un errore considerare i capitalisti come i personaggi ritratti da George Grosz al principio del Novecento, uomini paffuti che fiumano enormi sigari sotto immense ciminiere. La finanza vende prodotti spesso immateriali, guadagna in borsa e non, anche solo su transazioni. Investe in start-up supertecnologiche e magari di tecnologie pulite, a basso impatto di CO2. Mentre molte grandi multinazionali hanno iniziato a riconvertirsi alle energie rinnovabili, e molte banche hanno fatto (e fanno ancora) affari con i pannelli solari.

Ovviamente, non vale per tutti. Gran parte del settore dei combustibili fossili non vuole ancora mollare il petrolio, e il gas. L’industria della carne, che secondo le stime Onu è responsabile del 30% delle emissioni climalteranti, non può probabilmente diventare molto sostenibile: e qui parliamo di una questione, quella dell’alimentazione, che è più culturale e riguarda tutti, non solo i cultori del capitalismo.

Insomma, il capitalismo considera certamente l’ambiente una merce, come tante altre cose (per esempio, il lavoro), ma è anche pronto a rinnovarsi dal punto di vista energetico, e lo sta facendo, a condizione di non mettere in discussione i rapporti di potere. Perché in fondo questo è – anche, non solo: un tipo di potere.

Questo significa anche che il capitalismo può salvare il mondo, come lo conosciamo? Nessuno può dirlo, né scommettere sulla pura tecnica – per esempio quella di stoccaggio della CO2 – come risoluzione dei problemi – come strumento di salvataggio, senza modificare parecchio le abitudini e i consumi.
Il cambiamento climatico potrebbe generare nuovi tipi di business, e lo sta già facendo, se pensiamo appunto alle energie rinnovabili e ai nuovi materiali, ma ci sono in vista enormi trasformazioni edilizie ed urbanistiche che potrebbero subire le aree costiere e le grandi città in particolare (è utile leggere un recente libro di fantascienza, New York 2140, per farsene un’idea).
Ma potremmo andare anche verso regimi dittatoriali, se la crisi ecologica dovesse precipitare. Conflitti per le risorse, zone protette per i potenti e i più ricchi, migrazioni di massa, legge marziale.
Per questo, pensare che il problema sia il capitalismo, e non la storia stessa che abbiamo costruito come esseri umani, rischia di essere al più una pia illusione.
Intervenire sul cambiamento climatico ora è importante per la vita umana (meno per il pianeta, che può fare a meno di noi ). Ma la giustizia climatica, l’estensione della democrazia, la qualità della vita per tutte e per tutti non sono affatto scontate.