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Amore & schiavitù nel futuro

15 dicembre 2017

 

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C’è un libro uscito a ottobre che parla di temi attualissimi: intelligenze artificiali, accesso ai farmaci, sfruttamento del lavoro, controllo capillare delle reti e violazione sistematica della privacy, governo delle corporation, e anche di amore trans-specie.  Ma non è un saggio, è un romanzo di science fiction intitolato Autonomous, ed è ambientato nel 2144.

Lo ha scritto Annalee Newitz, scrittrice e giornalista statunitense – che ha lavorato con la Electronic Frontier Foundation e ha scritto per Wired – e lo ha pubblicato Fanucci. Ma non è solo un libro di fantascienza.

Autonomous è interessante perché, come spesso accade con la buona fantascienza, aiuta a capirte dove potrebbero spostarsi i limiti di fenomeni che oggi vediamo apparire, anche solo sui giornali (o sui post dei media che facciamo circolare su Facebook, che ormai attirano maggiormente l’attenzione).

Il tema dei farmaci contraffatti, e soprattutto dei medicinali con effetti indesiderati taciuti o colpevolmente ignorati non è nuovo (anche se in questa fase a parlare male dei farmaci, si rischia di passare per novax). Quello dell’accesso ai farmaci neanche, anche se è più raro (c’è un film recente, Elysium, che motiva la rivoluzione futura guidata da Matt Damon proprio con la disparità tra la salute dei ricchi e quella delle persone normali). Ma è comunque un merito, trattare questi argomenti, con un racconto agile, che intreccia le azioni dei diversi protagonisti, di carne o sintetici.
E lo stesso discorso vale per il ruolo delle intelligenze artificiali, che sono né più né meno che persone. Mentre storicamente i romanzi sui robot sono stati considerati quasi sempre come una trasposizione narrativa di un conflitto razziale, quello sui neri, oggi la presenza delle AI è sempre più evidente, le Ai sono già dentro la cronaca e i consumi, e la riflessione non si limita quindi al pur evidente ruolo degli immigrati.

In qualche modo, il libro di Newitz è il contraltare narrativo di Homo Deus, il saggio di Yuva Noah Harari che mette in guardia dal rischio che nel prossimo futuro l’umanità possa essere superata dalla comparsa di veri e propri cyborg, e che già oggi la medicina è uno dei terreni su cui si gioca la disparità sociale.

Ma Autonomous non è, appunto, un saggio. Ha una libertà narrativa che consente anche di propendere, in fondo, per la speranza. Ma non racconto di più per non rovinare il piacere della lettura.

Ps. la copertina originale, quella che vedete qui, è più bella di quella italiana

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I Verdi e il Pd

13 dicembre 2017

 

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Nei giorni scorsi, al referendum online tra gli iscritti ai Verdi sulla scelta di avviare un confronto elettorale col centrosinistra, vale a dire fare un’alleanza con il Pd, ho risposto , come il 70% di coloro che hanno partecipato.

Ci sono mille e uno motivi per contestare questa scelta. Personalmente, aggiungerei anche questioni non ambientali, come la politica dei bonus e la precarizzazione di fatto del lavoro. Ma ci sono alcune, secondo me fondate, ragioni, per sostenerla.

La prima ragione: il sistema elettorale. Questo è un sistema che sostiene le coalizioni e prevede un terzo dei seggi assegnati nei collegi uninominali. Andare da soli alle elezioni significa dover ottenere almeno il 3%, per avere un seggio, e probabilmente anche di più. I Verdi non sono in grado di raggiungere quel traguardo, e dunque non avrebbero neanche un eletto neanche questa volta, dopo che sono fuori dal Parlamento dal 2008.

La seconda ragione: Non ci sono coalizioni migliori. Il M5s non vuole alleati ed è un movimento di massa antiliberista ma anche revanscista, contrario allo ius soli, indifferente all’antifascismo, spesso confuso sui singoli temi (anche quelli ambientali).
Il centrodestra lo conosciamo già: la differenza è che oggi è più sbilanciato a destra.
Liberi e Uguali è un’alleanza dominata da ex Pd che hanno votato quasi tutte le cose che non piacciono a chi critica la scelta di allearsi col Pd.

Chi fa politica deve trovare una soluzione praticabile. Dunque, in questo caso, la soluzione trovata è quella di cercare di eleggere in Parlamento dei rappresentanti che contribuiscano, anche in pochi, a far pesare di più le questioni ambientali nell’agenda politica e a far ripartire i Verdi.

Naturalmente i margini di rischio sono tantissimi. Il Paese è diviso e il sistema elettorale non aiuterà probabilmente a trovare una maggioranza omogenea. Matteo Renzi è un leader bruciato, Silvio Berlusconi ha un grande futuro dietro le spalle, Luigi Di Maio sembra un pretenzioso figurante, Piero Grasso non convince.
Diversi prevedono una lunga tregua post-voto in cui a Palazzo Chigi resti Paolo Gentiloni, il cui governo ha avuto comunque qualche pregio.

I Verdi, che in altri paesi europei sono forti o comunque attestati in Italia sono in condizioni disastrose, e andare magari alle elezioni con una lista “ulivista”,  insieme ad altri, invece che con un simbolo ecologista (il Sole italiano o il Girasole europeo), potrebbe contribuire al declino.
E anche se andasse bene, ci sarebbe il rischio di una legislatura che dura poco, rendendo inutili gli sforzi.

Quella con il Pd non è l’alleanza migliore, è l’unica realmente praticabile. Si può anche dire: non presentate la lista. Certo. Ma non è che cambierebbe il quadro generale, che non è dei migliori.

Al contrario, dato che diverse persone decideranno anche obtorto collo di sostenere il centrosinistra perché non vogliono che vinca il centrodestra o il M5s, la presenza chiara dei Verdi, e anche dei radicali, potrebbe dare loro un motivo in più per votare.

 

Zappa & Spada (e il ritorno di Eymerich)

22 novembre 2017

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Se non fosse stato per il mio web pal Alessandro Vicenzi me la sarei persa, questa divertente antologia intitolata Zappa e Spada – Spaghetti Fantasy. E sarebbe stato un peccato, perché nel libro edito da Acheron Books (che si può ordinare in cartaceo su Amazon, mentre non ho trovato la versione ebook) ci sono soggetti, stili e autori molto interessanti.

Il mood di molti racconti è quello da Armata Brancaleone, e l’introduzione al libro lo ammette senza timori. In sostanza, l’idea dello spaghetti-fantasy è quello di coniugare un genere letterario (che spesso non amo) che mescola soprattutto mito e soprannaturale con una tradizione più propriamente italica, e dunque quella del Medioevo, delle mille leggende locali, dei santi. E il film di Mario Monicelli a distanza di 50 anni resta comunque un riferimento fortissimo nell’immaginario comune, anche da un punto di vista linguistico.

Il racconto di Alessandro (che ha al suo attivo diverse storie della serie dello Spadaccino e altre produzioni, che ho letto in maniera intermittente) è forse più orientato all’horror. Altri hanno un registro più divertito o piacevolmente cazzaro. Solo un paio di scritti mi sono sembrati indeboliti dalla mancanza di sufficiente ironia. In un caso, il risultato è un onesto quanto piatto classico racconto fantasy, anche nel linguaggio. Succede, e ciò non intacca il valore del libro.

Ho letto poi con qualche mese di ritardo Eymerich Risorge, la saga di Valerio Evangelisti che credo si possa definire il più importante prodotto fantasy italiano (Alessandro, se non è così, correggimi), se non altro per copie vendute e traduzioni all’estero.

L’inquisitore catalano mancava da 7 anni, dalle librerie, cioè da Rex Tremendae Maiestatis, che non ho letto. Nel frattempo Evangelisti (che di formazione è uno storico) ha lavorato ad altro,. come la serie del Sole dell’Avvenire.
Eymerich è una lettura che dà sempre soddisfazione, non solo per l’affetto verso lo spigoloso personaggio (che ho trovato un po’ raddolcito, chissà: deve essere che in questo momento abbiamo la stessa età, io e il domenicano…) ma anche per l’erudito lavoro  di scavo di Evangelisti, che getta luce su dottrine e testi dimenticati.
Si potrebbe dire che lo schema delle storie è sempre lo stesso (con un piano nel passato che si intreccia a quello sul futuro). Anche in questo sta il conforto della serialità.

C’è poi un punto di contatto, volendo, con Zappa e Spada e lo spaghetti-fantasy, e sta nell’ambientazione di questo episodio di Eymerich, alla fine del ‘300: in Piemonte e in Provenza, tra Avignone e le valli valdesi, con le scorribande dei mercenari e dell’inquisizione e con la guerra intentata dai Visconti al Papa.

Raccontare la precarietà e il gentismo (dopo il 4 dicembre)

21 novembre 2017

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Nei giorni scorsi ho letto due saggi usciti da poco, che avevo visto segnalare su Twitter da persone che seguo.
Si tratta di Non è lavoro, è sfruttamento di Marta Fana e La Gente di Leonardo Bianchi. Il primo tratta il tema della precarizzazione del lavoro, il secondo del cosiddetto gentismo (che la Treccani spiega così: atteggiamento politico di calcolata condiscendenza verso interessi, desideri, richieste presuntivamente espressi dalla gente, considerata come un insieme vasto e, sotto il profilo sociologico, indistinto).

Il legame tra le due questioni è profondo, secondo me, magari però non è così evidente. Lo spiegherei in questo modo: il peggioramento in Italia, negli ultimi 10 anni, delle condizioni del lavoro – dovuta non solo alla crisi finanziaria ma alla scelta di favorire una precarizzazione spacciata per flessibilità – si è sommato alla crisi generale di rappresentanza politica.
Ne è nato un mix fatto di protesta, in parte di astensionismo ma soprattutto di consenso a soggetti populisti-gentisti in cui hanno cercato voti soprattutto il M5s, ma anche la Lega. E perfino, sostiene Bianchi, lo stesso renzismo, almeno per un po’. Anche se poi lo stesso Matteo Renzi, con la sconfitta del 4 dicembre, è ormai fuori dall’agone. E giorni fa un sondaggio Ixé dava lo stesso Pd finito sotto il dato del 2013.

Il libro di Bianchi – il cui sottotitolo è Viaggio nell’Italia del risentimento ricostruisce la genesi del gentismo italiano – che certo è lievitato grazie al web ma che esisteva anche prima di esso – e cita vicende degli ultimi sei anni che in parte avevo rimosso o sottovalutato. Dal  “precario di Montecitorio”  ai cosiddetti Forconi, passando per le rivolte anti-Rom e anti-rifugiati, gli eroi della difesa-fa-da-te, i memi razzisti e le fake news sulle cooperanti rapite in Siria, il movimento anti-gender e il family day, gli antivax, Catena Umana etc etc.
È un libro senza una conclusione dichiarata, ma che comunque spiega con esempi cos’è, come si manifesta il gentismo e chi cerca di trarne vantaggio.
E non manca un riferimento al 4 dicembre 2016, la data del referendum costituzionale fortemente voluto (e perso) da Renzi. Perché, spiega Bianchi, anche la campagna referendaria, sia quella per il sì che quella per il no, fu molto giocata sull’uso del gentismo.

E veniamo a “Non è lavoro”, che è sostanzialmente un pamphlet polemico di cui è autrice Marta Fano, una consulente dell’Ocse che ha studiato a Sciences Po (ovvero l’Istituto di studi politici di Parigi), che il Foglio definisce malignamente “stella mediatica all’incrocio ideologico tra Diego Fusaro e Loretta Napoleoni”. D’altronde è una nemica dichiarata di Renzi…

È un libro agile per numero di pagine ma non altrettanto come lettura. Perché? Perché manca della capacità di raccontare compiutamente, attraverso la vita di persone in carne e ossa, quello che significa anche emotivamente il lavoro e la vita da precario. Nonostante questo limite (che limitare a narrativo non è poco: se non ti fai capire bene, il tuo sforzo è sprecato) il libro tocca tutti i punti caldi del lavoro precario: dal lavoro a chiamata ai voucher, dal lavoro gratuito al comparto della logistica, dall’alternanza scuola-lavoro ai servizi pubblici. E sostanzialmente spiega che le riforme sempre più flessibilizzanti del lavoro sono condivise in buona misura da centrosinistra e centrodestra, a partire almeno da metà anni Novanta, che il Jobs Act ha prodotto più contratti a tempo determinato che posti fissi, soprattutto grazie alla politica degli incentivi per le imprese.

Ora, si può dare tutta la colpa alla comunicazione (anzi, alla narrazione di vendoliana memoria), e continuare a spiegare che in realtà va tutto bene e la buona occupazione sta tornando, finalmente, insieme alla crescita economica. Però la questione della precarietà e dei bassi salari e dello sfruttamento (e anche della scarsezza di lavoro, a dirla tutta) si pone, eccome. È un fatto di cronaca. Sta nella vita delle persone.

Si insiste spesso che c’è un gap di formazione da parte del sistema scolastico italiano, ma c’è anche un problema di scarso investimento in ricerca e sviluppo da parte delle imprese italiane, che sono ampiamente campate sull’intensità di manodopera più che su quella di capitali (o sono campate sui capitali pubblici).

E qui torniamo al 4 dicembre, che per Renzi è stato l’inverso del 18 brumaio di Luigi Bonaparte, si potrebbe dire. Convinto di vincere in forza della propria rottamazione e della modernità, il leader Pd infatti non ha capito l’aria che tirava nel Paese, ed è stato asfaltato dal mix di cui scrivevo prima: gentismo+precariato incazzato.

Questo non significa ovviamente che siamo all’anticamera del fascismo (come la crisi del 2007-2008 non era il 1929), come invece certa narrativa politica sembra suggerire, provando a indicare il M5s come un partito simil-fascio. Io insisto nella definizione di partito di massa antiliberista e revanscista, più che altro socialconfuso, anche per scelta calcolata (ma a forza di non scegliere, poi, il successo rischia di trasformarsi in una condanna).

C’è però un problema che chi vuole rappresentare ancora il mondo del lavoro e dei diritti democratici, e della solidarietà, si deve porre. Non basta cercare di convincere, bisogna anche ascoltare. In questo senso, quella di Renzi è risultata una promessa tradita, perché appunto è nata dalla percezione della necessità di una svolta, ma non ha saputo capire in che direzione.
Ma Renzi è anche il prodotto di una corrente politica, il Pd e l’Ulivo, che in particolare sul lavoro non ha saputo produrre una proposta nuova e autonoma, che coniugasse flessibilità, diritti e rete di protezione sociale, ma che ha partorito le solite nozze coi fichi secchi (con la solita storia del nostro deficit). Mentre in Italia, a proteggere le persone, continua ad essere, con tutti i limiti del caso (e sono tanti) la famiglia.

Morire talvolta è anche un atto politico

12 ottobre 2017

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Non conoscevo Loris Bertocco. Ho scoperto al tempo stesso della sua esistenza difficile e della sua morte liberatoria  questa mattina, grazie al messaggio di un compagno dei Verdi che segnalava la vicenda e il lungo memoriale (che trovate qui, mentre sulla Repubblica c’è solo un estratto).

Bertocco, che è stato aiutato a morire a 58 anni in una clinica in Svizzera, è stato per anni un attivista culturale e un rappresentante dei Verdi in Veneto. Era praticamente paralizzato (dopo essere rimasto vittima di un investimento stradale quando era giovane e cieco. Oltre a questo, era privo di un’assistenza adeguata. Scrive lui stesso che se così non fosse stato, nonostante la malattia, avrebbe vissuto meglio e magari avrebbe rimandato anche il suicidio.

La sua morte è un atto politico.
Per il diritto a morire dignitosamente, che il Parlamento italiano ancora non riconosce (anche chi è contrario all’aborto e all’eutanasia dovrebbe riconoscere il diritto a porre fine alla propria vita, almeno per gli adulti). E anche per il diritto a vivere dignitosamente, assistito.

 

Bello ma senz’anima

9 ottobre 2017

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Ho visto Blade Runner 2049 in originale. giovedì scorso, cioè nel primo giorno di programmazione, ma avevo promesso ad un’amica che non ne avrei scritto prima che lo avesse visto anche lei, nel weekend.

Le avevo solo detto che valeva la pena, andare a vederlo.

Metto da parte le considerazioni da fan di Blade Runner e più in generale di Philip K. Dick (l’autore di Do Android Dream Electric Sheeps?, da cui è tratto il film del 1982), che considero il mio autore preferito di SF insieme a William Gibson.

Intanto, al contrario di quanto pensavo, il nuovo film non è tratto dai sequel del romanzo, scritti anni fa da K. W. Jeter, un autore cyberpunk meno noto di Gibson e Sterling. Il primo è uscito nel 1995, e mi lasciò abbastanza freddo.
La sceneggiatura è invece di Hampton Fancher, che aveva scritto il primo film, e di Michael Green (che ha tra i meriti quello di essere produttore esecutivo di una bella serie, American Gods, tratta dal libro di Neil Gaiman).

Vale la pena andare a vedere questo film? Sì, se avete amato Blade Runner. Sì, perché è opera di un bravo regista, Denis Villeneuve, autore tra l’altro di La donna che canta e, per i patiti di SF, di The Arrival (film con un po’ di limiti, secondo me, ma interessante).

Dicevo: se avete amato Blade Runner. Perché se non lo avete visto o  non vi è piaciuto, allora è meglio evitare. Ma potreste anche aver amato Blade Runner e non capire però perché serviva per forza un sequel. Infatti, non serviva (ma c’è una tendenza alla serializzazione che non è secondo me solo una necessità di fare soldi con la fidelizzazione degli spettatori: è basata anche sulla replica dei meccanismi narrativi tv).

Il film è bello, visivamente, e lento, o talvolta rarefatto, nella narrazione (per qualcuno troppo, anche perché dura quasi tre ore). Ma, come dice a un certo punto il protagonista (Ryan Gosling) in un dialogo sugli esseri sintetici, gli manca l’anima. Manca di sostanza.

Perché la questione di fondo, cos’è che distingue davvero un essere umano, era già nel romanzo e anche nel primo film (nel director’s cut, soprattutto: perché per Dick resta il mistero se Deckard sia un androide o meno). E in questo sequel non c’è alcuna scoperta, se non appunto quei colpi di scena più classici delle serie tv.

Come dice Charlotte, c’è poi il fatto che Gosling non è, decisamente non è, Harrison Ford (ma qualcuno dice che va bene per interpretare l’androide remissivo).

Le immagini sono comunque belle, molto belle, e i temi in discussione (dalle intelligenze artificiali alla definizione di umano passando per il cambiamento climatico) restano comunque interessanti e certamente più attuali di quando ne scrisse Dick o anche del primo film. Ma anche questo , alla fine, può essere visto come un limite. Perché la capacità di anticipazione di Dick (che appartiene molto alla fantascienza, e non parlo solo di tecnologia, anzi) è solo celebrata, non sfruttata a pieno.

Antifascismo, come

4 ottobre 2017

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I fascisti sono contro la libertà di parola. I fascisti non devono parlare?
Me lo chiedevo, nel 2011, qui. E me lo chiedo in realtà da molti anni, cioè da quando (primi anni 80) insieme ai miei amici sono stato aggredito da un gruppo di giovani fasci, legati al Fronte della Gioventù, per nessuna ragione se non che ci avevano identificato come zecche. E quindi volevano darci una lezione.

Non reagimmo, perché non era il nostro modo di fare (avevamo 15-16 anni, sentivamo musica insieme, chiacchieravamo, andavamo al cinema, facevamo lo struscio…), e forse sbagliammo. Perché se avessimo reagito subito forse le cose sarebbero andate diversamente, e ci avrebbero lasciato stare.
O forse no, e la catena di minacce e aggressioni (fortunatamente non gravi) sarebbe continuata. So solo che per qualche tempo andai a scuola con una sbarra di metallo nella borsa. Ma fortunatamente non dovetti mai usarla. Le mani sì, poche volte, per difendermi.

I fascisti sono contro la libertà di parola. I fascisti non devono parlare? Secondo Karl Popper ( o magari una sua intepretazione di parte) direi: no. Perché non si può essere tolleranti con gli intolleranti (è il famoso paradosso della tolleranza). Ma il problema è: chi decide chi è intollerante?
Lo decide l’esperienza (con tutti i rischi del caso): la vita non è dominata solo dalla logica. Allora: se c’è qualcuno che prova a raccontare che i fascisti, sai, facevano delle belle cose, in fondo avevano ragione, etc, e che adotta anche un comportamento violento e intimidatorio, be’, non c’è motivo di essere tolleranti.

Non che non conosca fasci o non li possa considerare amichevolmente.
Succede con Delio, che ho conosciuto da ragazzino, perché suo padre lavorava davanti a casa mia. Poi è diventato consigliere municipale, e abbiamo anche discusso di politica (una volta, mi ricordo, lo facemmo in una scuola, davanti a un pubblico di studenti, da posizione ovviamente distinte). Siamo rimasti in contatto su Facebook, per la maggior parte del tempo ci prendiamo in giro.
È successo con altri. Ed è normale, perché siamo persone.

Ma succede oggi che gruppi di estrema destra si facciano sempre più minacciosi e raccolgano insieme, apparentemente, più consensi. Specialmente nelle loro campagne contro i migranti, in quello schema classico per cui gli stranieri (specie se negri) sono delinquenti, ti rubano il lavoro, ti strappano i valori.

Non considero l’antifascismo una cosa sacra (non considero quasi nulla sacro, direi).
La considero una necessità storica. Oggi mi definirei anti-totalitario, che però non significa che consideri fascisti e comunisti la stessa cosa, in Italia, per evidenti ragioni di carattere storico (per le stesse ragioni posso arrivare a capire l’anticomunismo democratico in paesi sottoposti a dittatura comunista, come la ex Cecoslovacchia; ma non la nostalgia fascista in Ungheria).

Però c’è una cosa che va chiarita: il fascismo non è un problema solo per quelli che si definiscono di sinistra (ho spiegato ormai parecchie volte che mi va stretta pure questa definizione, oggi, ma va bene, ricorriamo a una convenzione letteraria).
L’ideologia suprematista, razzista, antidemocratica e violenta che esprime l’estrema destra è un problema per tutti.

Per cui, a quelli che vanno a discutere con Casapound (Enrico Mentana, per non fare nomi, che certo non segue questo blog, del resto), consiglierei di dare una letta alle notizie, ogni tanto.
Saranno anche smart, fascisti del terzo millennio, quello che vi pare, ma menano la gente e organizzano raid come i loro predecessori ideali.
Non è che siccome vi ospitano nelle loro sedi e pubblicizzano la cosa con manifestini graficamente accattivanti allora vuol dire che non sono fascisti.
Non siete voi il sigillo della democrazia.  Sono loro, al contrario, con tutti i segnali che lanciano, a confermare la certezza dei timori.

Il punto successivo allora è: antifascisti come.
In un libro da poco uscito negli Usa che sto leggendo, Antifa: The Antifascist Handbook (un libro che fa soprattutto la storia e la cronaca dei movimenti antifascisti), la questione se l’antifascismo violento ha senso o no si pone, a tratti. Ma è una serie di interrogativi, più che una risposta.
Il problema si pone in modo più forte nel momento in cui forze suprematiste, di estrema destra, diventano di massa (come Alba Dorata in Grecia, per dire, o AfD in Germania: ma già sono due casi diversi tra loro).

Contestare in piazza i fascisti è violenza? Direi di no, se si fa rumore, si disturba, senza aggredire. E farlo creativamente, gioiosamente, ridicolizzando i fascisti, merita un premio.
Picchiare i fascisti è violenza. Ma difendersi e difendere le persone no.

Soprattutto, antifascismo è non dare spazio ai suprematisti, ai nemici della democrazia, ai razzisti. Non bisogna fargli pubblicità indiretta, neanche per esprimere la propria indignazione. Mentre, se serve, occorre rispondere, anche sui social, battuta su battuta.