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Dischi volanti (il ritorno)

7 novembre 2018

 

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È da un po’ di mesi che non scrivevo di musica, ma ho ascoltato una serie di album nuovi (o riediti) interessanti, tra vecchi leoni (Elvis Costello) e giovanissime promesse (MHD), e volevo parlarne.

Prima di tutto, cose vecchie rieditate: Primal Scream, Bikini Kill, Stereolab, Echo and The Bunnymen.
Dei Primal Scream c’è in giro “Give Out But Don’t Give Up: The Original Memphis Recordings”, cioè le tracce originali, del 1993, di un album (“Give Out But Don’t Give Up”) che poi uscì nel 1994 in una versione diversa. In questa edizione ci sono 25 brani rispetto ai 12 dell’album storico. Ma soprattutto si tratta di un gran bel disco di rock’n’roll (e non solo, c’è anche un pezzo intotolato “Funky Jam”, per dire) con una notevole sezione fiati. Insomma, non esattamente una riedizione.

Poi, gli Stereolab, gruppo che ho scoperto abbastanza tardi (ai tempi della colonna sonora del film “High Fidelity”, in cui compariva Lo Boob Oscillator ). Ora è riuscita una serie di tre raccolte degli anni 90, che va sotto il titolo Switched On, di cui sto ascoltando il secondo volume, “Refried Ectoplasm”, che contiene probabilmente la produzione più sperimentale del gruppo. Interessante.

Le Bikini Kill erano un gruppo punk femminista degli anni 90, all’epoca delle riot grrl. Le conoscevo solo di nome, ma non avevo mai ascoltato un loro disco. Questa è una collezione di singoli, interessante anche per farsi un’idea di un genere musicale (il punk) che non è mai scomparso ma che vive invece in mille rivoli (punx not dead).

Infine, Echo and The Bunnymen, o della nostalgia degli anni 80. L’album “The Stars, The Ocean & The Moon” ripropone vecchi brani della band in versioni completamente nuove e diverse (come The Killing Moon al piano). Io l’associo al liceo e a MTV, inevitabilmente. Mi ha fatto un po’ lo stesso effetto di ascoltare “Mad World” dei Tears For Fears rifatta da Gay Jules e Michael Andrews.

Poi ci sono le novità novità. A partire da “19” di MHD, un giovane francese di origine africana al suo secondo album. Il suo stile è stato definito afro-trap, e forse la definizione è corretta. Lo dico per i miei coetanei che schifano il trap per principio, ma gradiscono per esempio Stromae (che è più elettronico). Un’ora di musica e racconti metropolitani, introdotta da un pezzo in cui figura Salif Keita, cioè una delle figure più importanti di quella che si chiama (chissà perché) world music. Il titolo “19” è un riferimento al diciannovesimo arondissement di Parigi (quello della Villette), cioè la zona più multiculturale (nera e araba, e povera, anche) della capitale francese. Il disco è bello, con un sacco di canzoni che possono diventare hit o inni, i testi (in francese) non sono sempre facili da capire.

Elvis Costello ha fatto un bel disco con gli Imposters, “Look Now”. Dopo tutto quello che ha suonato e registrato, devo dire che talvolta, sentendo l’album per la prima volta, ho avuto l’impressione di conoscere già alcune tracce. Ma credo dipenda dal fatto che è un disco MOLTO costelliano. Tra le canzoni che preferisco, “Under Lime”, “Burnt Sugar Is So Bitter”, Unwanted Number”, “Suspect My Tears”. Ma ne sto scoprendo altre.

“Immortelle”, delle Say Lou Lou, due ragazzette australiano-svedesi, mi ha fatto pensare un bel po’ al trip hop anni 90 e anche ai Goldfrapp. Non è un caso, credo, perché poi mi è capiutato di leggere una recensione del NME che dice cose simili.

L’ho ascoltato solo una volta finora, ma “Saturn” di Nao sembra un bel disco soul. Non male anche Petite Noir, un musicista belga-sudafricano che definisce il suo genere “Noirwave” e che ha pubblicato un album con sei tracce intitolato “La Maison Noir /The Black Album”. Ed è caruccio l’ultimo degli Jungle, “For Ever”, con “Heavy, California” e “Beat 54” che sembrano molto radiofoniche.
Per finire un po’ di jazz, in rapida rassegna. Devo ascoltarlo, meglio ma mi piace “L’Odysée” di Fred Pallem & Le Sacre du Tympan, un ensemble francese che non conoscevo, e che qui produce una quantità di tracce che sembrano colonne sonore di film immaginari. Interessanti anche “Universal Beings” di Makaya McCraven (soprattutto) e “Origami Harvest” di Ambrose Akinmusire, che hanno in comune il mix di jazz e hip hop.

 

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Il partito di Facebook e di governo

26 ottobre 2018

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Dall’inizio di giugno, il mio lavoro di giornalista si è trasferito in grandissima parte su Whatsapp. Perché il sistema di messagging è praticamente l’unico canale per contattare sia le persone che si occupano della comunicazione del governo gialloverde che molti esponenti politici di M5s e Lega (ma ormai, sempre più spesso, anche i comunicatori di altri partiti).
Se provi a telefonare, infatti, nove volte su dieci non rispondono.

In questi quattro mesi ho ricevuto una media altissima di messaggi ogni giorno, dalla mattina presto alla sera tardi. Si tratta di segnalazioni sull’attività di questo o quello esponente di governo (dal premier ai sottosegretari), agenda del giorno, dichiarazioni e soprattutto link a Facebook.

I comunicatori M5s usano in generale la modalità broadcast di Whatsapp (che consente di mandare lo stesso messaggio a una lista di persone in copia nascosta); quelli della Lega – cioè quelli di Salvini – usano invece il gruppo chiuso, in cui solo gli amministratori possono inviare messaggi (ma si vede chi li riceve). Pochi mesi fa, quando questa modalità non esisteva ancora, la portavoce del “Capitano” si irritava ogni volta che un giornalista provava a scrivere una domanda nella chat comune: “Qui non si scrive!”. I colleghi di solito ribattevano che erano costretti a farlo perché lei non rispondeva ai messaggi diretti.

Tutte le strade comunque portano a Facebook, dicevamo. Perché una parte importante – direi quella principale – del lavoro degli attuali governanti è andare sui social, soprattutto Facebook, sempre più spesso Instagram (frequentato da un pubblico più giovane) e in misura minore su Twitter, per parlare in diretta ai loro fan-follower-elettori, raccontare la loro versione dei fatti, fare annunci, attaccare “quelli che governavano prima”, minacciare, etc. È quella che si chiama disintermediazione (ora la maggioranza ha assunto ufficialamente il controllo della Rai, cioè del principale medium italiano, anche per l’informazione politica, ma non sappiamo ancora in che modo la utilizzerà per comunicare: devono ancora nominare i nuovi dirigenti di tg, reti, etc)

Usare Facebook non è una novità. L’uso governativo dei social è stato lanciato in Italia da Matteo Renzi (M5s e Lega salviniana lo facevano massicciamente dall’opposizione). Ora però la cosa ha assunto dimensioni industriali. Su Facebook passa tutto, comprese la ritrasmissione delle interviste dei media “tradizionali” (cioè in sostanza radio e tv; i giornali servono in caso per parlare con i mercati, la politica, la Ue, etc).
Soprattutto, quando possono, i governanti gialloverdi, fanno dirette Facebook all’esterno anche se stanno parlando coi giornalisti. L’esempio tipico è Luigi Di Maio. Di Maio molto difficilmente fa conferenze stampa in una sala: costringe una pletora di fotografi, video operatori e giornalisti a raggrupparsi attorno a lui, o più spesso sotto di lui, sulle scale esterne del ministero. Una condizione non facile, per chi fa questo lavoro (e anche per le forze dell’ordine, per il marasma che si crea con i potenziali rischi per la sicurezza).

Ovviamente i social sono usati soprattutto per le dirette dei ministri di punta. E quindi da Di Maio, da Salvini, da Toninelli (o da Conte, ma in misura minore). Gli altri postano più spesso interventi scritti.
Di Maio ha tre portavoce (come vice premier, ministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro), Salvini due (come vice premier e ministro dell’Interno), che inviano tutti su Whatsapp gli stessi messaggi (e talvolta rispondono alle richieste dei giornalisti: immagino che la frequenza delle risposte dipenda anche dalla relazione col singolo giornalista).

C’è anche una questione legata alle fonti, che con Whatsapp diventa quasi grottesca. Perché quando mandi lo stesso messaggio teoricamente riservato a tutti, scrivendo OFF, cioè non mi citare, o fonti Chigi , diventa un segreto di Pulcinella.
Chiaramolo:  non è così strano, almeno in Italia, che si chieda l’attribuzione di una dichiarazione o notizia a fonti, cioè non a un nome e un cognome. Succede perfino che in note del ministero degli Esteri si usi l’espressione “ambienti della Farnesina”.  Quasi nessuno (da sempre) si prende la responsabilità, anche quando si tratta di quisquilie. Non si sa mai. C’è sempre il timore che qualcuno potrebbe rinfacciartelo, usarlo contro di te.

E i vocali di Rocco Casalino? Quelli in cui minacciava i tecnici del ministero del Tesoro, chiedendo di attribuire le dichiarazioni a fantomatici ambienti parlamentari del M5s? Confesso, non li ho ricevuti. Immagino fossero destinati a un gruppetto di colleghi più importanti, i vari retroscenisti. Per quello che può servire, ritengo sbagliato averli diffusi, perché così si compromette il rapporto fiduciario.

Tornando a Facebook. La quantità di interventi sui social indica che la comunicazione diretta per i gialloverdi è in se stessa azione di governo (anche perché le amministrazioni, lo Stato, sono capacissime di auto-governarsi senza bisogno del politico di turno, temo).
Chi parla di campagna elettorale permanente non sbaglia. Del resto l’Italia è un Paese dove si vota spesso. E poi a maggio del 2019 ci sono le elezioni Europee, in cui sia Lega che M5s sperano di riportare nuovi successi a uso interno e internazionale.

La comunicazione social rischia poi di prendere definitivamente il posto dell’attività parlamentare, già progressivamente compressa nel corso degli anni dalla decretazione d’urgenza e dall’iniziativa dei leader di partito. Si parla all’elettorato e ci si parla per post (neanche nei talk show, perché il M5s non vuole il contraddittorio). Se una misura non riscuite gran successo sui social, perché perdere tempo a portarla in Parlamento? Oppure, meglio, perché perdere tempo in Parlamento se il pubblico è soddisfatto semplicemente di discutere di un argomento nei commenti a un post? L’importante è aver definito l’agenda.

Quanto durerà, il sistema social? Potenzialmente, a lungo. Perché M5s e Lega lo hanno utilizzato negli ultimi anni, con successo, e dunque non c’è ragione per cambiare. Il che non significa che anche questo governo durerà a lungo. Dipende dagli equilibri tra le due forze politiche (e dalle convenienze).

 

Nella testa di Casapound

18 ottobre 2018

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Elia Rosati è un ricercatore milanese che si occupa da alcuni anni di gruppi neofascisti e neonazisti in Italia e in Europa, e che ha pubblicato da poco uno studio interessante su Casapound. Non si tratta di un’inchiesta giornalistica sui finanziatori o sui legami oscuri dell’organizzazione di Iannone e compagni, ma di una ricerca che ne traccia la storia politica, la strategia e i riferimenti culturali e ideologici, indicando la Tartaruga frecciata come un modello piuttosto originale nel panorama della destra radicale.

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Il testo – a cui farei un’unica osservazione negativa: la scrittura è un po’ sciatta – ricostruisce l’articolata galassia di Casapound, fatta di tante sigle, sedi, iniziative, pagine web (e anche di band musicali come gli ZetaZeroAlfa) e analizza anche il gramscismo di destra che ha ispirato le sue mosse.
In quell’idea mutuata da Gramsci, cioè la conquista della società prima che della politica, rientra anche la strategia comunicativa del gruppo, che da anni cerca – in diversi casi con successo – di entrare nel circuito mediatico invitando una serie di personaggi noti, politici o del mondo della cultura e dell’informazione (l’ultimo, Ermete Realacci, ambientalista, storico presidente di Legambiente, ex parlamentare Pd) per trovare legittimazione.

Le radici di Casapound (che viene percepito ancora come movimento-partito giovanile, anche se i suoi leader hanno ormai più di 50 anni) stanno dentro l’esperienza romana del Fronte della Gioventù, l’organizzazione giovanile del Msi, da cui fuoriuscì il gruppo di Meridiano Zero, che a un certo punto incrociò gli ex di Terza Posizione.  “La stessa Casapound Italia ha, all’origine… tre elementi cardine: la visione comunitaria/metapolitica (riletta da Gabriele Adinolfi), la militanza eretica dell’ultimo Fronte della Gioventù e la socialità sottoculturale del mondo White Power”, scrive Rosati.
Ciò che ne emerse fu un’organizzazione capace di fare entrismo o collateralismo (a partire da Fiamma Tricolore, poi col centrodestra e con la Lega) e di mimetizzarsi in certe occasioni.

Interessanti anche le pagine in cui Rosati analizza le figure di riferimento dichiarate di Casapound (un lunghissimo elenco, in cui compare anche Corto Maltese, per dire) e in particolare il legame col pensiero di Giovanni Gentile, il fisolofo mussoliniano il cui pensiero era invece sgradito al neofascismo italiano.

Nonostante le batoste elettorali a livello nazionale, Casapound non ha mai abbandonato la sua strategia di presentarsi alle urne, e ha registrato alcuni successi a livello locale. E, per Rosati, ora sono pronti a ripartire.

 

 

 

 

 

Oggi siamo tutti verdi tedeschi, vorrei che fossimo tutti verdi italiani

16 ottobre 2018

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Lo scriveva un anno e mezzo fa un’amica, dopo il successo degli ecologisti in Olanda e Austria: oggi siamo tutti verdi olandesi, ieri eravamo tutti verdi austriaci, vorrei che fossimo tutti verdi italiani.  Adesso alla lista bisogna aggiungere i verdi in Baviera e a Bruxelles (dove è stata eletta anche un’italiana: Monica Frassoni, co-presidente dei Verdi europei).
Lesto, il responsabile stampa dei verdi italiani ha lanciato una pagina web con il titolo: partecipa all’onda verde. Ma se dici Onda Verde, in Italia, viene in mente il traffico.

Ovviamente, essendo un Paese che cerca sempre di proiettare qui quello che accade altrove (noi altrove abbiamo proiettato il fascismo, oltre che la cucina), per due giorni si è parlato tantissimo di verdi su e verdi giù. Ma come stanno le cose, in Italia?

Un riassunto di qual è la situazione l’avevo già fatto nel 2017 qui. Per questo dico che il paragone con i verdi tedeschi è assolutamente improprio, a parte il colore delle bandiere.

Rispetto a un anno e mezzo fa, la situazione del Sole che ride in Italia è peggiorata, con la sconfitta elettorale del 4 marzo che ha sconquassato tutto il centrosinistra, di cui i verdi erano una frazione (e ne ho scritto qui). Con la beffa che il colore verde se lo sono preso i leghisti, nella loro maggioranza gialloverde con il M5s.
Ma serve ribadire il concetto: l’esperienza storica dei Verdi italiani è finita, almeno nella forma che ha avuto fino a qui. E non serve a nulla l’ennesimo (ho perso il conto) attuale tentativo di rilanciare – con un documento che era quello delle scorse elezioni, in cui si inneggia a Papa Francesco e si fa il pollice verso al governo – un partitino di centrosinistra che ha perso praticamente tutti i suoi dirigenti storici, migrati o a vita privata, o nel Pd o in formazioni di sinistra sciolte o prossime allo scioglimento (Leu).

Ora, invece, nelle idee di Nicola Zingaretti, possibile vincitore delle prossime primarie Pd, l’idea è quella di tornare alla coalizione (archiviata la vocazione maggioritaria di Walter Veltroni e Matteo Renzi, anche perché il sistema elettorale è un altro), con un bel lumicino verde da inserire nella nuova Alleanza.
Intanto, alle europee, è immaginabile la presenza di un cartello ecologista, composto dai verdi e altri (Possibile?) che provi a sfruttare il momento.
I cartelli, però, sono sempre pericolosi, perché la maggior parte delle volte i contraenti litigano subito.

Ma dopo le elezioni? Resta sempre lo stesso punto: costituire una forza politica ecologista autonoma, che non sia il partitino dell’ambiente, ma che abbia un proprio pensiero complessivo sul mondo (sul lavoro, etc). Insomma, un’altra cosa. “Riportiamo i Verdi in cantina / con le religioni e la Playstation 2”, per parafrase i Cani (Non finirà).

 

Il fronte anti-sovranista alle Europee è una pessima idea

10 ottobre 2018

 

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L’idea che circola da qualche tempo in Italia di mettere in piedi un “Fronte Repubblicano” con dentro Pd, centristi, liberali, socialisti, radicali, ambientalisti e varia umanità, per sbarrare la strada al fronte sovranista-populista, magari organizzando una “lista unica” alle elezioni europee di maggio, mi pare, onestamente, una pessima idea. Che forse sopravvaluta anche il peso effettivo che avranno certi partiti di estrema destra in Europa. E di sicuro sottovaluta differenze politiche importanti.

Prima di tutto, c’è una questione molto tecnica, e cioè il fatto che alle europee il sistema di voto è proporzionale. Il proporzionale normalmente premia (in Italia) le singole liste, non gli assemblaggi. Capisco che si intenda fare numero, ma il punto è che poi al Parlamento Europeo occorre togliere ai sovranisti (e ai popolari-conservatori) più seggi possibile. Quindi l’opzione migliore è sempre quella di marciare divisi per colpire uniti.

Ovviamente la questione ha due aspetti intrecciati, uno italiano e uno europeo. Da un lato c’è un tentativo di rivalsa alle urne rispetto al governo gialloverde (di come e perché si è arrivati al governo Conte non parlo qui, ma non è un aspetto indifferente), dall’altro quello di arginare l’ondata sovranista nella Ue, in una fase in cui oltrettutto i popolari europei appaiono spaccati dalla vicenda dell’Ungheria di Viktor Orban (il cui partito estremista Fidesz è membro del Ppe).

Quando Marine Le Pen e Matteo Salvini giorni fa dicevano che bisogna impedire che il solito asse socialisti-popolari dominasse anche la prossima legislatura dell’Europarlamento, non si trattava di un giudizio assurdo. I problemi oggi dipendono anche da quella alleanza per spartirsi i posti di potere a Bruxelles, oltre che dall’ideologia liberista che ha ispirato per anni molte scelte europee.

Per Salvini la soluzione sarebbe quella di allearsi con i popolari, spostando il baricentro dell’Europarlamento a destra. Il leader leghista si basa sulla sua esperienza italiana, sul rapporto con Forza Italia e il centrodestra. Non a caso, Silvio Berlusconi è stato colui che ha sdoganato gli ex fascisti (e gli ex separatisti) portandoli al governo. Poi c’è il caso già citato di Orban e quello di altri partiti popolari dell’Europa orientale, che sono schierati nettamente a destra. C’è il Partito popolare spagnolo, che è nato anche sulle ceneri del franchismo. Ci sono i conservatori britannici che ormai agiscono come l’Ukip di Nigel Farage.

[In tutto questo, va ricordato che un pezzo del Pd, mesi fa, ha sperato di poter fare una maggioranza con il centrodestra e con la Lega pur di evitare che il M5s andasse al governo]

Ma ci sono anche dei punti a sfavore, nel ragionamento di Salvini. L’ex Front National della dinastia Le Pen è sempre stata avversario della destra francese, che l’ha ricambiato cercando di spaccare i lepennisti o di assumerne i contenuti (e comunque Le Pen è in una fase apparentemente calante oggi). I popolari tedeschi di Merkel non sono poi teneri con l’Afd o i vari estremisti di destra.

Questo non significa ovviamente che a certe condizioni, anche a fronte di un crollo dei socialisti, i conservatori europei, o una parte di essi, non finiscano ad accordarsi coi sovranisti, o che nascano maggioranze istituzionali inedite.

(Poi, per tornare all’Italia, bisogna vedere come andrà il M5s, che non ha intenzione di sedere in un gruppo con l’estrema destra, ma che deciderà alla fine come comportarsi e soprattutto se schierarsi con questa o quella alleanza per votare il prossimo presidente dell’Europarlamento. In ogni caso, sarebbe sbagliato regalare subito i grillini alla destra estrema).

Torniamo al “fronte anti-sovranista”. Esso dovrebbe rappresentare un baluardo a quelli che vogliono “smontare” la Ue, d’accordo. Però questo non ci dice nulla di come questo fronte intenda cambiarla, la Ue. Perché se l’idea è che l’Unione vada bene così come è stata fino ad oggi, se non si trovano soluzioni diverse a quella con cui è stata affrontata la crisi finanziaria, o con cui si affrontano gli scompensi territoriali all’interno della Ue, allora forse non si è capito proprio perché i sovranisti hanno il vento in poppa. E si finirà per avere meno, e non più, Europa (anche quella è una soluzione, ma che porterà a pesare meno nel mondo).

Certamente nel 2014 il Pd di Matteo Renzi non ha preso il 40% perché gli elettori hanno premiato il suo ruolo in Europa. Si è trattato di un voto di speranza dopo i primi mesi di governo in Italia. Oggi, quattro anni dopo, di quel 40% (che aveva fatto diventare il Pd il primo partito dei socialisti & democratici nella Ue) resta forse la metà, se va bene. Nel frattempo nel Pd c’è chi vorrebbe schierarsi col liberaldemocratico Emmanuel Macron (un presidente che si pretende anti-populista, come al solito molto attento agli interessi nazionali – starei per dire imperiali – francesi, oggi in calo stratosferico di popolarità) e chi guarda alla socialdemocrazia.

Non so se l’idea elettorale del Pd per le Europee sia quella che nel marzo 2018 gli elettori non avevano capito la bontà delle sue proposte e che sia meglio comunque tenersi la Ue com’è piuttosto che votare per i sovranisti. Se è così, auguri.
Ma non capisco bene perché altre forze politiche dovrebbero andare a suicidarsi su quella piattaforma.  Il Pd farà il suo congresso poco prima delle Europee, e sarà probabilmente in corto circuito (è successo ogni volta) per un bel po’ di mesi. Il che è un problema serio, perché il partito resta necessariamente un interlocutore per chi non vuole un ulteriore scivolamento a destra.

Le altre forze politiche, gli altri gruppi, pur con le loro limitate dimensioni e coi loro problemi, dovrebbero sforzarsi allora, di pensare in proprio alla loro proposta politica per l’Europa. Che non dovrebbe essere quello di fare di Bruxelles il capro espiatorio dei problemi italiani (come ha cercato di fare anche Renzi in certi momenti), ma invece quello di cercare di far progredire il progetto europeo, sempre che non sia troppo tardi.  Sapendo anche che la soluzione non passa stavolta per un’ennesima alleanza con tutti i popolari-conservatori.

 

Jack Ryan non delude

3 ottobre 2018

 

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Sto guardando, uno o due episodi alla volta (non sono uno da binge watching, non mi regge la pompa e la mattina mi sveglio presto), Tom Clancy’s Jack Rian, su Amazon Prime, e devo dire che non mi dispiace affatto.
Non c’entra nulla con i film con Harrison Ford, per citare solo il volto cinematografico più famoso dell’analista Cia creato da Clancy. Qui c’è azione, sì, ma non quanto in un film di un’ora e mezzo, e non ci sono plot stellari, da Caccia a Ottobre Rosso in poi. Non è neanche Homeland, anche se tocca il tema del terrorismo islamico (la prima stagione parla della caccia a un capo qaeidista tra Siria ed Europa). È forse più europeo  e sociologico  (Oddio, che ho detto) come taglio, quello di questa serie. Più concentrato sui personaggi, buoni e cattivi, sulle loro relazioni. Ovviamente (è pur sempre una produzione americana) i personaggi francesi sono un po’ stronzi e la Francia risulta un paese molto più razzista che gli Usa (di qui la radicalizzazione di alcuni immigrati e figli di immigrati, per farla breve).

John Krasinski, l’attore (e regista, e purtroppo non ho ancora visto il suo recente A Quiet Place)  che interpreta Ryan gioca molto sul profilo basso, conscio forse di avere a che fare con un ruolo intepretato da Harrison Ford, appunto. Ma è meglio così.

Avete rotto il cazzo, con gli anni 80

7 agosto 2018

 

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Non ho difficoltà ad ammetterlo: mi è piaciuto molto Stranger Things, mi piacciono Glow, The Americans e una quantità di serie ambientate nei mitici anni 80. Però, comincio ad averne abbastanza, anche molto, dell’uso di quel decennio come una sorta di dado da brodo Knorr dell’intrattenimento, per insaporire tutto.

Capisco che molti sceneggiatori di successo fossero ragazzini negli anni 80, e che dunque vogliano celebrare quel decennio di cui hanno conoscenza diretta. E non ho mai condiviso l’avversione di alcuni (come i sacerdoti musicali di Repubblica, Assante & Castaldo) per la musica del periodo. Ma la sbornia per gli 80, cominciata praticamente un minuto dopo la fine del decennio, sta durando decisamente troppo.

No, la mia non è avversione politica per un decennio improntato, secondo la versione ufficiale, al liberismo. Insomma, non ho nostalgia degli anni 70 né dei 60, i favolosi anni 60 con cui ci hanno rotto il cazzo per diverso tempo. In genere, non ho nostalgia.

In un passato così vicino (sono solo 30 anni…) certamente molti possono ritrovare la propria giovinezza. E poi ci sono stati i revival degli anni 50 (nei 70…), degli anni 40 (è durato poco, ma negli 80 c’era anche quello, per esempio nella moda, ma anche nella musica). E c’è spesso una tendenza al riciclaggio o alla reinterpretazione del passato, per produrre qualcosa di nuovo.

Negli anni 80 c’era un (presunto) ordine del mondo facilmente comprensibile – da una parte gli Stati Uniti e l’Occidente, dall’altra l’Urss e i suoi alleati, non il casino attuale…  – che magari ispirava sicurezza a tante persone. Lo capisco.

A me rompe, da anni, prima di tutto la noiosa certezza musicale di tante feste, di amici o meno, contraddistinte dalla sfilza di prevedibili successi anni 80. Ci sono pezzi che ho amato e che oggi mi fanno vomitare, dopo averli sentiti così tante volte, accompagnati da gridolini d’entusiasmo, come fosse un regalo e non una condanna. Un po’ come rivedere sempre  “Una poltrona per due” a Natale:  bello, ma dopo un po’ diventa patologico.

Ecco, questa è l’essenza della nostalgia, quel misto di rimpianto e di felicità nel ritrovare il passato. Esattamente quel che non sopporto. Non sopporto la riproposizione degli anni 80 perché è come una droga (culturale) per cercare di assicurarsi serenità, per sedarsi.

Vivere in una specie di eterno presente (politicamente, oggi questo mi sembra accada) in cui l’unico passato da ricordare, l’unico punto di riferimento, sono i mitici anni 80, in cui eravamo tanto felici. Altro che horror.