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Noi benpensanti di sinistra, i migranti, i poveri, il M5s e il professor Ricolfi

27 giugno 2017

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(post necessariamente lungo e in divenire)

Comincio con un’ammissione: nonostante mi consideri un ecologista e rifletta da anni sulla sostanziale inutilità dei termini destra e sinistra (e sul fatto che esistano semmai delle destre e delle sinistre e non soltanto, che possono essere sovrapposte, alleate, contrapposte, etc), per semplicità mi riconosco nell’espressione “benpensante di sinistra” utilizzata sul Messaggero dal sociologo Luca Ricolfi  (che oggi poi ha usato l’orrido termine buonista in un’intervista al Fatto) per definire una certa “sinistra cieca” sull’immigrazione, che non capisce il distacco dal suo popolo e il fatto che la povertà sia “il problema sociale numero uno dell’Italia”.

Io non mi sento offeso dalle parole di Ricolfi, il cui messaggio nello spazio di un’intervista su un giornale rischia di risultare confuso con il solito insulto verso la sinistra che potrebbe pronunciare un Gasparri qualsiasi.
No. Cerco di capire quale sarebbe la soluzione migliore, al problema, cioè l’immigrazione, dato che secondo Ricolfi il M5s, a differenza della sinistra (questo concetto dal significato chiaro come Spirito Santo, appunto) “prende sul serio il problema” e capisce le esigenze dei propri elettori.
Perché Ricolfi non fornisce appunto soluzioni, si limita a esprimere un plauso per il ministro dell’Interno Marco Minniti, autore di una normativa che ha anche inasprito i controlli sui migranti. Il sociologo, in fondo, fa sua l’equazione + attenzione per i migranti – attenzione per i poveri. Che è assolutamente discutibile.

Se un problema esiste, da noi, non è l’immigrazione (che è un problema per chi è costretto o si sente costretto a emigrare, semmai).  È l’impatto delle migrazioni sulle condizioni di vita dei lavoratori e dei cittadini dei paesi ospitanti, soprattutto in questi anni di crisi.

Quindi, proverei a ragionare sui punti seguenti, sapendo che spesso le contraddizioni non possono essere risolte, ma vanno bilanciate (sono uno sporco moderato, sì, lo so):

  1. Dire a chi è razzista che è razzista non basta e non risolve il problema.
    Ma non si può neanche pensare, al contrario, di giustificare chi è razzista provando a spiegare che il problema non è la razza ma le caratteristiche della cultura di provenienza (per esempio, l’Islam: non siamo noi a essere razzisti, ma siete voi che siete islamici).
  2. L’intolleranza verso gruppi culturali etnici geografici etc è un fenomeno abbondantemente difuso nel corpo della società e nelle sue varie articolazioni politiche, anche a sinistra, da tempo.
    Ma non soltanto per ragioni di carattere più o meno economico (tu straniero arrivi e accettando condizioni di salario peggiori abbassi anche i nostri standard o ci rubi direttamente il lavoro): si prenda il caso dei Rom, che sono sempre stati al margine della società.
  3. Il problema della possibile pressione economica da parte dei migranti esiste (importo braccia buon mercato e tolgo lavoro a te qui), ma esiste anche quello della delocalizzazione (tolgo il lavoro a te qui e lo trasporto dove ci sono braccia a buon mercato).
  4. Esiste un problema di sicurezza (in alcune statistiche del ministero dell’Interno emerge che gli stranieri autori di certi reati sono sovra-rappresentati rispetto all’incidenza statistica degli immigrati in Italia) ed esiste un problema di percezione della sicurezza, che ovviamente non sono la stessa cosa.
  5. Secondo alcuni studi (discutibili quanto volete), esiste un problema di limite percentuale oltre il quale la presenza di stranieri su un dato territorio suscita tensioni.
  6. C’è un problema di invidia sociale di gruppo per il quale aiutare migranti, rom o comunque strati sociali non solo (o per forza) deboli ma percepiti come diversi significa automaticamente trascurare i propri cittadini.
  7. La questione del cosiddetto ius soli temperato riguarda principalmente il punto 6: c’è chi teme che riconoscere la cittadinanza potrebbe indebolire la propria posizione.

 

Vanno però tenute a mente anche alcune altre cose, pur a rischio di essere didascalici:

  1. Le migrazioni di esseri umani sono una costante storica (e i conflitti che ne sono eventualmente nati o che le hanno provocate, anche).
  2. Le migrazioni attuali sono effetto di violenze, cambiamenti climatici e/o semplicemente della ricerca di prospettive di miglioramento economico; ma più in generale sono conseguenze di fenomeni storici, e soprattutto dello sfruttamento globale (che non ha portato solo progresso e benessere, appunto).
  3. Ma anche se le migrazioni sono causate di fenomeni storici, purtroppo non basta soltanto spiegarlo; le persono vogliono risposte rapide.
  4. Per impedire tali spostamenti bisogna rimuoverne le cause oppure bloccarli a prescindere.
  5. Al di là delle considerazioni etiche e politiche (considerato anche che esiste una dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e una Organizzazione delle Nazioni Unite, che c’è una pratica decennale di intervento umanitario anche armato, etc) bisogna valutare se tentare di bloccare le migrazioni con il ricorso alla forza, con muri, rimpatri o affidando i controlli a paesi extra Ue che non rispettano i diritti umani, sia poi realmente praticabile.

Qualcuno a questo punto dirà: tutto questo lo sappiamo, però bisogna essere concreti.
E allora proviamo, noi che crediamo nei valori di eguaglianza, libertà e solidarietà e bla bla bla a essere concreti.
Perché l’alternativa è il rafforzarsi di posizioni di suprematismo di sinistra, o meglio di una democrazia social-nazionale: ci rubate il lavoro e le donne, restatevene a casa vostra, pure se avete problemi (anzi, combattete lì contro i padroni).

  1. Occorre tutelare i lavoratori, tutti i lavoratori, dal punto di vista delle regole e dei salari, attraverso la legislazione nazionale e quella europea, in modo da evitare la compressione dei diritti.
  2. La condizione principale per ridurre i conflitti tra migranti e residenti (al netto della propaganda politica che soffia sul fuoco, sia per calcolo che per ideologia) è quella di aumentare la felicità collettiva. E cioé: bisogna trasformare le periferie in città; tutti devono avere diritto a una casa e all’assistenza, a servizi minimi decenti, a un ambiente non degradato. Centro e periferia devono accogliere in modo uguale (o meglio: il centro deve accogliere di più) i migranti e/o rifugiati, che non vanno ammassati.
    La periferia non può essere il luogo dove accumulare e cercare di scaricare i problemi.

  3. Bisogna aumentare il livello di (percezione della) sicurezza sia attraverso l’uso delle forze dell’ordine che attraverso sistemi di sorveglianza che, soprattutto, mediante le politiche di prossimità e di sicurezza partecipata. Avere un quartiere più vivo e solidale, sottoposto al controllo collettivo dei suoi abitanti, lo rende anche più sicuro per tutti.
  4. Per aiutare gli immigrati a casa loro bisogna spendere soldi. Neanche tanti, in fin dei conti, ma si tratta di aumentare il contributo allo sviluppo in alcuni paesi (che non può essere contributo a creare semplicemente condizioni di libero mercato, ma standard minimi di vita) e finanziare l’adattamento al cambiamento climatico in altri. Aiutare alcuni a tornare e altri a restare dignitosamente. Quindi bisogna decidere dove prenderli, questi soldi.
  5. La cultura serve, e l’educazione civica anche.
    Magari non risolvono da sole i problemi, ma facilitano la comprensione e ne diminuiscono l’impatto. Sapere chi sono i migranti, da dove vengono e perché vengono, aiuta. E queste informazioni devono viaggiare nei luoghi collettivi, a partire dalla scuola e dalla rete.
  6. Anche in questo caso, serve più Unione Europea e non meno.
    Se gli altri paesi non vogliono ospitare migranti (ma ricordiamo che numerosi paesi europei, alcuni con un passato o un presente coloniale, hanno una popolazione di origine straniera molto più numerosa, sia in termini assoluti che percentuali, dell’Italia) possono pagare o contribuire in altro modo. Ma non possono eludere la questione.
  7.  (6 bis, meglio). L’intervento umanitario armato, se non in condizioni di urgenza assoluta per crisi gravissime, non porta da nessuna parte. E l’Unione Europea (di cui l’Italia fa parte, non è un  può chiedere ad altri di mostrare le proprie virtù se non è in grado di dare l’esempio (e questo vale per tanti altri temi, a partire dalla lotta al cambiamento climatico). Quindi, la Ue deve avere un approccio unitario, occuparsi delle aree geografiche prossime e, soprattutto, cercare di aiutare.

La materialità dei supporti (e un po’ di dischi)

9 giugno 2017

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Una delle cose piacevoli di avere un abbonamento ad Apple Music, l’ho già detto, è di poter sentire praticamente quasi tutti gli album vecchi e nuovi che voglio. Ma, da (vecchio) appassionato anche della materialità dei supporti musicali, mi pesa talvolta di non poterli scaricare per farci antologie su cd o mixarli (male, ma mixarli). Un conoscente, più giovane, mi ha detto che fare cd è una roba da anni 90. Ne prendo atto, ma dato che fino a metà dei 90… facevo addirittura le cassette, ammetto di essere un poco retrò, per questi aspetti.

Ciò detto. Nelle ultime settimane ho ascoltato (talvolta più volte) un po’ di dischi nuovi (nonché un’antologia del 2005 di Paola&Chiara, confesso). Comincerei da quello di Paul Weller, A Kind Revolution. Avendo amato Weller soprattutto nel periodo degli Style Council (e anche dei Jam, che però ho scoperto dopo), devo dire che anche se i suoi dischi di questo ventennio mi piacciono, non mi restano così in mente. Nel nuovo album (più precisamente nella Special Edition, che non ho ancora esplorato completamente), ci sono comunque 29 pezzi con un sacco di versioni strumentali e dei remix, e tanti ospiti (da Boy George a Robert Wyatt, per dire). Ballate, pezzi quasi funky. Tra le mie preferite, New York e One Tear (sia nelle versioni originali che nei remix).
Per vedere Weller in Italia bisogna aspettare settembre. Ma non verrà a Roma, mannaggia.

Un altro bel disco è Common Sense, del giovane J Hus, che è in testa alle classifiche britanniche.  In questi giorni sto ascoltando spesso Closed Doors, ma il suo brano più famoso credo sia Did You See. La definizione rap è piuttosto generica: la sua musica è un misto di hip hop, garage, elettronica, Afrobeats.

Ancora. El Michels Affair è una band che spesso gioca coi suoni dei Wu Tang Clan (uno dei più importanti gruppi rap classici Usa: lo dico per i miei vecchi amici ‘gnoranti). Non li conoscevo, li ho scoperti con questo Return To 37th Chamber, che fa eco al loro più famoso Enter The 37th Chamber. E’ musica in gran parte strumentale, in parte retrò, la vedrei bene come colonna sonora di un thriller musicale. Tra i brani preferiti: Tearz, Snakes, Shaolin Brew.

La techno, direi, o piace o no. A me piace, e pure parecchio. E mi piace questo disco di Ellen Allien, Nost, che è pieno di gran pezzi (anche per fare jogging…). La Allien è una dj tedesca non giovanissima (48 anni), che suona una techno piuttosto essenziale, come quella dei rave anni 90 (ho memoria di alcune feste rganizzate nei centri sociali romani). Tra le tracce che preferisco ci sono sicuramente Mma, Electric Eye, Jack My Ass.

Devo continuare ad ascoltare, per farmi un’idea èiù precisa: Hopeless Fountain Kingdom di Halsey (che mi piaciucchia), A World Of Masks degli Heliocentrics (idem), Black Origami di Jlin (sono un po’ scettico), Party di Aldous Harding e Pure Comedy di Father John Misty.

I Guardiani politicamente corretti della Galassia

29 maggio 2017

 

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La parola buonista è stata inventata da stronzi e viene usata con gioia liberatoria da peersone che spesso considerano le semplificazioni sciocche l’unico metro di giudizio, dato che non hanno tempo né voglia di fermarsi a riflettere.

Il concetto di politicamente corretto è invece ambiguo. Si può utilizzare in modo critico, per contestare un certo formalismo bacchettone, a cui magari poi non corrisponde una effettiva sensibilità (difendo la multiculturalità in orario di lavoro e nelle occasioni di prammatica poi però col cavolo che mi confondo con voi, banda di sfigati); oppure si può impiegare per definire um modo più favorevole e positivo di guardare alle differenze, che tiene in conto il rispetto per gli altri e anche il coinvolgimento con gli altri.
Lo userò in questo modo qui, per parlare dei Guardiani della Galassia 2.

Non è un mistero che io sia appassionato (da quando ero ragazzino) di produzioni Marvel. E il fatto di avere tre figli di età compresa tra i 6 e i 13 anni mi aiuta a mantenere viva la passione (vado al cinema con la scusa di portarci loro, in soldoni).  Dunque, il seguito delle avventure dei Guardiani mi è piaciuto, eccome.  Anche se forse meno del primo, che era piuttosto originale.

Perché mi è piaciuto? Perché è fantascienza epica allo stato puro, non è una sequenza di battaglie, perché è ricco di humor, ha una grande colonna sonora (pezzi noti-ma-non-così-famosi degli ani 70) e, ultimo ma non ultimo – arriviamo alla questione del politicamente corretto – veicola valori interessanti. L’amicizia, la diversità come ricchezza (anche tra diversi devi comunque condividere qualcosa, altrimenti non ti senti parte di un gruppo basato su affinità elettive, non su robe tipo il sangue, la razza, il cognome etc), la famiglia allargata, la paternità non biologica ma affettiva, l’amore e la capacità di perdonare.

Raccontato così, parrebbe un gran pippone, questo film prodotto da Disney, che negli ultimi anni sta cambiando decisamente le posizioni: prendere ad esempio Frozen. Invece no, perché  non è affatto didascalico, ha un ritmo veloce, è divertente. E, secondo me, lascia comunque qualcosa.

 

Per amore e per politica

23 maggio 2017

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La frase di Debora Serracchiani “alla politica ho sacrificato il mio matrimonio” è oggi un po’ dappertutto, sui media. È una di quelle dichiarazioni – ma forse è solo un titolo inventato da noi giornalisti – che piacciono tanto, perché mescolano generi letterari diversi, in questo caso la politica e l’intimità, il rosa. Il politico che si confessa, che è un po’ come noi tutti, tolta la giacca, o il tailleur.

[Per inciso, la presidente del Friuli, intrevistata da Vanity Fair, è la stessa che qualche giorno fa ha avuto un’infelice uscita sullo stupro commesso da un rifugiato – che poi forse stupro non era, si è saputo poi]

Ovvio che la frase abbia generato anche numerosi commenti antipatici. In fondo non è un’epoca felice per la reputazione della maggior parte dei politici, e Serracchiani è solitamente anche un tipo diretto e aggressivo.

Io invece preferisco soffermarmi sulla questione del sacrificio. Perché, con tutta la passione e il rispetto che continuo a nutrire per la politica, non credo che un politico sacrifichi la propria vita per il bene comune (no, non credo affatto che la politica sia solo un magna magna e che generalmente i politici stiano lì per arricchirsi).

Voglio dire: fare politica è una scelta, prima di tutto. Non si fa politica se non piace fare politica. Anche se si tratta di una cosa simile alla chiamata vocazionale, anche se si può arrivare a odiare il proprio ruolo, c’è comunque un piacere personale, un interesse personale (no, lo ripeto, non nel senso di arricchimento) che resta il fondamento della propria scelta.
Poi, ovviamente, il politico deve essere anche portatore di interessi e ideali collettivi. Il politico migliore riesce a coniugare tali spinte, a rappresentare gli interessi e insieme a manifestare le proprie idee, la propria visione del mondo. C’è il piacere della relazione, il piacere della lotta, c’è il piacere del potere. Fa parte del gioco. Siamo persone.

Per principio, diffido di coloro che si dicono prestati alla politica, perché di solito parlano della politica come fosse un mondo a cui non appartengono, perché hanno un mestiere, una professione, una propria casa a cui tornare.  Nessuno però ha chiesto loro di fare politica.
E nessuno lo ha chiesto a quanti definiscono la politica un servizio (“per me la politica è un servizio alla comunità”) e si definiscono umili servitori.

Quest’idea della sacralità della politica fa esattamente da contraltare a quella che la politica faccia schifo (poi bisognerà dire anche dell’idea che hanno della politica coloro che non la conoscono, e che considerano il suo ruolo di mediazione una cosa sporca, aspettandosi dai leader politici un comportamento migliore del loro nella vita quotidiana, in cui siamo tutti abituati a fare mediazioni, perché viviamo una vita di relazioni).

Il risultato della concezione politica=schifo porta anche all’ipocrisia di non chiamare politici quelli che si comportano da e fanno i politici. Sono cittadini. O professionisti prestati alla politica, appunto.

Quindi, per tornare alla questione. Debora Serracchiani, come tutti, ha fatto delle scelte (anche non fare scelte è scegliere, come è noto). Come tanti altri, ha vissuto una storia d’amore finita male (e mi dispiace, sinceramente). Però, invece di prendere atto che è la vita, ha preferito scaricare sulla politica la questione.

Come se qualcuno l’avesse costretta a fare politica, appunto.

ps: vale la pena leggere (e nel mio caso rileggere) Felicità pubblica e felicità privata, di Albert O. Hirschman, che parla anche di questo

 

 

Fare i conti con Renzi (e con la realtà)

17 maggio 2017

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Matteo Renzi è stato riconfermato, con un bel po’ di voti, leader del Pd. Contemporaneamente, Renzi torna a crescere nei sondaggi di opinione sugli esponenti politici italiani, anche se oggi “pesa” la metà di pochi anni fa. Sembra aver perso, cioè, la spinta propulsiva tra i cittadini/elettori, anche se resta saldamente in sella tra iscritti e simpatizzanti dem.

È la realtà, e bisogna che i partiti e le aggregazioni di centrosinistra, di sinistra o comunque potenzialmente alleate del Pd facciano i conti con questo dato. Renzi può piacere o no, però è il leader di un partito che contende al Movimento Cinque Stelle il titolo di prima forza politica italiana.

Renzi sembra aver preso atto nell’ultimo periodo che il Pd non è in grado di andare da solo al governo, di raggiungere il famoso 40% delle Europee 2014 (quello per ottenere il premio con l’Italicum). Di qui, la proposta di una legge elettorale, il cosiddetto Mattarellum modificato, che premia le coalizioni e anche le desistenze, visto che per il 50% prevede collegi uninominali maggioritari e per il 50% voto di lista proporzionale.

Non so (non credo che qualcuno lo sappia con certezza) se questa proposta avrà i numeri per passare in Parlamento. Certamente passerà alla Camera, ma avrà forse qualche difficoltà al Senato, dove i numeri della maggioranza sono risicati. Non so neanche se Renzi, che ha cambiato idea varie volte e che è noto per la rapidità con cui lo fa, non modificherà ancora la proposta.

Però, a occhio, questo è forse il momento migliore per chi sostiene una prospettiva ulivista, con le elezioni in arrivo entro un anno. Quindi, credo sia il caso che gli ulivisti, appunto, comincino a dialogare con il Pd di Renzi. Cosa che non significa automaticamente candidare Renzi a premier.

Il fatto che in campo ci siano diverse forze, compresi gli scissionisti ex-Pd (l’Mdp), non è di per sé un problema. Si può uscire da un partito pensando di avere più forza sulle sue scelte, ma per farlo occorre raccogliere poi consenso e partecipare a un’alleanza.

Poi, c’è il M5s. Che non è per nulla paragonabile al Front Natonal francese, nonostante gli sforzi propagandistici del Pd per fare dei populisti un tutto indistinto in cui spunta anche Grillo.
Nel M5s ci sono spinte di destra e di sinistra (storicamente molto di più, almeno nel corpo del movimento), e anche spinte, direi oggi maggioritarie, a farne il nuovo partito della pagnotta. Una cosa è ovviamente organizzare elettoralmente la rabbia (e il revanscismo, anche), altra cosa è portarla al governo.

Nelle scorse settimane ho parlato con parlamentari del Mdp che non escludevano affatto l’idea, dopo le prossime elezioni, di sostenere un governo grillino sulla base di alcuni punti irrinunciabili.
È ovviamente una scelta legittima, come immagino il Pd considerasse legittimo, dopo il voto del 2013, fare una coalizione con Alfano e Scelta Civica rinnegando l’alleanza con Sel.
È una scelta legittima, ma bisogna vedere se sarà realmente praticabile e soprattutto se vale la pena, in prospettiva, rispetto all’alternativa di una coalizione di centrosinistra.

ps: Forse non è ovvio, ma è un discorso laico, il mio. Non ispirato a una ipotesi frontista. E certamente non riguarda il voto locale, dove il confronto, o lo scontro, talvolta si basa su altro

L’Unità è morta, Viva la gente dell’Unità

16 maggio 2017

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Non credo di aver scritto molto, recentemente, a proposito dell’Unità, il giornale per cui ho lavorato per diversi anni (fino al 1999) come collaboratore, abusivo di redazione, redattore e vice caposervizio. Non l’ho fatto per disinteresse, ma principalmente per affetto verso i colleghi.

Lo faccio ora, da ex dipendente, da collega, da amico, senza alcuna pretesa.

Da oggi i giornalisti dell’Unità cartacea (la distinzione è importante) sono in sciopero, per protestare contro l’editore principale, il costruttore Pessina, che si comporta in modo antisindacale e, diciamolo, infame, negando gli stipendi se non vengono ritirate le cause, – pur vinte – e comportandosi con sprezzo verso i dipendenti, minacciati di tagli pesanti e con un giornale senza prospettive.

Non so quanto e come questo sciopero a oltranza andrà avanti. Il rischio è che l’astensione dal lavoro scivoli nella serrata, perché il giornale sembra essere considerato dall’editore di riferimento, cioè il Pd, un costo e non una risorsa.

Al Pd, impegnato nello scontro quotidiano con il Movimento Cinque Stelle, serve stare su Internet, aggressivamente. Ma sul web non c’è unita.it. C’è invece unita.tv, un sito di proprietà di un altro editore, EYU (società dello stesso Pd) , che NON è affatto in sciopero. Anzi, la notizia dello sciopero del giornale si ritrova, con qualche difficoltà, in basso nella pagina, accanto a una notizia di sport.

Unita.tv è un sito di battaglia, non di informazione. Lì c’è il nocciolo duro delle penne (anzi, delle tastiere) anti-Grillo, anti-opposizione interna, anti-(vecchia)sinistra. E’ un’arma social utilizzata con toni simili a quelli degli avversari.

La storia del declino del giornale è ormai una questione vecchia e non mi ci soffermo. Io stesso ho usufruito, per licenziarmi, di una “finestra” di uscita incentivata (pochi soldi e presi dopo un bel po’).
Se non funzionano molti giornali di carta e web, figurarsi ora l’Unità solo cartacea, nonostante un certo numero di validi colleghi che ancora ci lavorano con passione, pur sotto la mannaia.

Si sarebbero potute fare tante cose negli anni, ma il passato è, appunto, passato (per me avrebbero dovuto rilevare la testata i lavoratori, per trasformarla in altro, ma sono un noto sognatore). E la responsabilità non è solo di Matteo Renzi, che ha affrontato quest’ultimo tornante a modo suo, cioè arrogante e un po’ fanfarone.  È anche dei suoi predecessori.

L’Unità è morta.
Lo dico con affetto e rispetto, badate, mentre è pieno di gente che continua a portare carità pelosa o fare dichiarazioni pubbliche solo perché si sente in obbligo, perché c’è un rito.

Bisognerebbe prendere atto che il giornale è morto, non ha ragion d’essere (nel senso che non è in grado di campare e rappresentare nessuno, così, purtroppo), e affidare la testata a un istituto culturale in grado di difenderne memoria e archivi.
Insieme, bisognerebbe aiutare i suoi gornalisti e poligrafici a ricollocarsi, ad andare in pensione, a continuare a vivere. L’Unità è morta, ma la sua gente è viva.

Lasciatemi fare un po’ di retorica europeista

9 maggio 2017

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Non mi piacciono i confini, gli inni e le bandiere nazionali, ma se dovessi definirmi sulla base di una certa affinità elettiva direi che sono, soprattutto, romano ed europeo. Perché credo che l’aria della città renda liberi e ho insieme una formazione europea, un background politico, culturale, economico soprattutto europeo.

Questo non significa che pensi a un’Europa da difendere con i muri, né che dimentichi quello che l’Europa è stata per secoli: un luogo di guerre sanguinose e di imperialismo. Ma non credo che abbia rappresentanto soltanto questo e non guardo a noi europei come i cattivi del pianeta che ora debbono mettersi a capo chino e battersi il petto.
Non basterebbe neanche un po’, peraltro.

Credo che l’Europa debba unirsi il più rapidamente e compiutamente possibile. È singolare, scriveva qualcuno, che l’Europa venga percepita in quasi tutto il resto del mondo come un corpo unico e che invece spesso noi europei ci percepiamo così divisi.

È un discorso da élite?  Nell’Europa dei low cost, della generazione Erasmus e prima ancora di quella Interrail, ma anche solo nell’Europa dei prodotti di largo consumo e dei consumatori, non credo.

Unirci per fare cosa? Per esempio, per agire insieme contro il cambiamento climatico e aiutare i paesi più poveri (alla cui povertà abbiamo spesso contribuito) ad adattarsi ad esso. Per promuovere la pace e la giustizia sociale. Sapete, quel genere di cose lì.

Senza unione politica ci sarà solo un grande mercato, con buona pace dei sovranisti di destra e sinistra (direi di destra tout court, in fondo). Perché le dimensioni transnazionali dei fenomeni (il cambiamento climatico, ma anche la finanziarizzazione dell’economia e comunque il potere di alcune aziende-monstre) non si controllano o combattono tornando agli stati-nazione.

L’euro, tanto per fare un esempio, non funziona bene non perché c’è un eccesso di unità, ma per un deficit di condivisione. La Ue è ancora troppo intergovernativa, per fare un altro esempio, e un Parlamento europeo in grado di eleggere davvero un esecutivo è una soluzione migliore. Un’Europa federale, fatta di poteri centrali più forti e di ampia autonomia locale, dovrebbe essere il nostro obiettivo minimo subito.

Quello dell’Europa unita non è un destino certo. Non ho mai creduto all’inarrestabilità del progresso (che è un concetto nato con la rivoluzione industriale), anche se storicamente c’è una certa tendenza all’ampliamento delle comunità, spesso praticato con mezzi violenti.

Mi preoccupa invece il rischio di nazionalismi e imperialismi grandi e piccoli, che sono una trappola soprattutto per i lavoratori e per le persone più deboli. L’Unione Europea è nata dopo una guerra disastrosa, è stata una conquista. Ora facciamo un’altra tappa.