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Se Greta resta sola

16 marzo 2019

 

Greta Thunberg è diventata troppo rapidamente un personaggio globale e ora sta si sta trasformando in simbolo negativo per sovranisti e negazionisti sul clima (compresi quelli per cui il progresso ha i suoi costi e se pensi che bisognerebbe cambiare corso sei uno stupido ingrato). Il rischio è che attaccando Greta si colpisca il movimento globale per la giustizia climatica. Ma il punto non è difendere a tutti costi la ragazza: si tratta di diventare tutti protagonisti.

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Non è un caso che due personaggi da circo mediatico italiano, Rita Pavone e Giuliano Ferrara, abbiano sparato in questi giorni contro la figura di Greta, l’attivista che a soli 16 anni è riuscita a portare milioni di persone in piazza per il clima.

La vecchia cantante diventata bandiera dei sovranisti e l’ex comunista ex direttore di un giornale che per anni ha negato il riscaldamento globale vedono sicuramente come fumo negli occhi una ragazza che indica la necessità di un’azione globale per cercare di attenuare gli effetti più devastanti del cambiamento climatico e che contesta le generazioni precedenti. É chiarissimo.

Ed è altrettanto chiaro che la figura di Greta, nella quale tutti abbiamo intravisto una Pippi Calzelunghe (svedese pure lei) in carne e ossa e terribilmente incazzata (a ragione), è diventata in pochissimo tempo un personaggio globale, tanto da essere candidata al Nobel. Già si parla di questa o quella giovane attivista ecologista come la “Greta italiana”, e immagino accada lo stesso in altri Paesi, perché i meccanismi sono sempre quelli. Un’eroina dei nostri tempi, un modello. Una specie di Elsa del celebrato film Frozen.

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Solo che Greta, a differenza di Elsa e di Pippi, è umana. É una persona in carne e ossa. Con le sue numerose qualità, per prima la caparbietà. Coi suoi difetti, che non conosciamo ma che potremo scoprire presto, perché dei beniamini si vuole sempre sapere tutto (fino a che non diventa poi troppo). Dato che è diventata rapidamente un simbolo, e che il circuito dei mass-media e dello spettacolo (che spesso coincidono) ha bisogno di ricambio continuo, di bruciare rapidamente i suoi eroi, la ragazza potrebbe molto presto soffrire di sovraesposizione, venire facilmente a noia.

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Greta ha dei limiti, non solo perché è umana, ma anche perché è vivente. Non è un’icona immortale come Che Guevara, per dire. Che è morto nel 1967 ma che vivrà se non per sempre, per un bel po’, in quella foto che tutti conosciamo, che lo ritrae giovane, forte, bello.
Ma Greta può diventare rapidamente un simbolo negativo. Non solo per le sue umane debolezze, ma anche per la ragione opposta: perché potrebbe apparire, a noi deboli umani, troppo perfetta. Una Giovanna d’Arco del clima, da mettere poi al rogo.

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Su Internazionale di questa settimana c’è un articolo che racconta la costruzione della mitologia negativa su George Soros, la figura più attaccata dai nazionalisti di mezzo mondo. Soros, un ebreo scampato all’Olocausto diventato abile speculatore finanziario e poi filantropo sostenitore della società aperta, è stato trasformato coscientemente in nemico a fini elettorali dal leader ungherese di destra-centro Viktor Orban.

Greta è donna, è capace ma ha poca esperienza perché è molto giovane, ha la sindrome di Asperger: è la candidata perfetta per gli attacchi.
Il punto non è soltanto di difenderla, proprio perché è una persona, e possibilmente di esporla meno (credo sia ormai tardi per questo, mi immagino le statuine del presepe napoletano a forma di Greta, il film su Greta, la serie su Greta, le figurine di Greta etc). Il punto principale è che un movimento globale ha bisogno anche di tante facce, di tante persone che si impegnino, che agiscano e parlino insieme, o una dopo l’altra.
Non è per niente facile, anche perché i meccanismi della comunicazione sembrano imporre sempre la necessità di una figura, una persona, da trasformare in simbolo (apparentemente siamo privi della capacità di astrazione, in questi casi), ma probabilmente è l’unico modo.

Anche costruire un avatar, una specie di figura sintetica (tipo Hatsane Miku, la popstar giapponese virtuale) che riassuma nella sua figura le ansie, le speranze, la voglia di cambiamento, ha i suoi rischi.

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Anni fa il subcomandante Marcos, ai tempi della rivolta in Chiapas, tentò di scardinare il meccanismo della personalizzazione del movimento indossando un passamontagna, da esibire insieme al nome di battaglia. Ma era sempre la stessa persona, a portarlo, per cui rapidamente l’uomo col passamontagna divenne comunque un simbolo, e si iniziò subito a scavare a fondo sulla sua vita.

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La maschera di Guy Fawkes, cioè quella che usa il protagonista di V per Vendetta,  è stata per un po’ simbolo (globale) di opposizione no global (e lo è ancora, spesso, se ne vedono alle manifestazioni, anche se ormai sembra diventata più una maschera carnevalesca un po’ horror).

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Ma a parte il fatto che qualcuno ha fatto notare quasi subito che i diritti di autore per la vendita di ogni maschera vanno ai vituperati studi cinematografici hollywoodiani, quello sguardo beffardo è diventato un po’ un alibi, dietro cui si nascondono persone e intenzioni diverse, come partecipare gioiosamente a una manifestazione e sfasciare una vetrina nel corso dello stesso corteo.
E lo stesso discorso in fondo vale per i gilet gialli, che certamente non coprono il viso ma sono diventati una maschera a loro volta. Indossarli non significa condividere un’istanza di lotta precisa (forse è stato così nelle primissime settimane in cui il fenomeno è scoppiato, in Francia), perché rapidamente si sono distinti gilet gialli di destra, di sinistra, non politicizzati, comunque contro.

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Pensare globalmente, agire globalmente

8 marzo 2019

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Dopo decenni di slogan come “pensare globalmente, agire localmente”, “piccolo è bello” e ora la retorica di “prima la nazione”; dopo che per tanto tempo ci hanno detto che bisogna orientare soprattutto le abitudini dei consumatori e che i mercati sanno correggersi, dovremmo accorgerci che i cambiamenti climatici si possono affrontare solo se decidiamo e agiamo globalmente

Non è un caso che il 15 marzo si tenga un global strike, uno sciopero mondiale, per il clima. Perché la questione del cambiamento climatico è globale per definizione, e senza un accordo e un’azione internazionale, trovare soluzioni – ammesso che ce ne siano ancora – sarà impossibile.
La questione riguarda la qualità del futuro degli esseri umani, prima di tutto. Perché il cambiamento climatico a cui assistiamo è dovuto alle azioni umane. Su questo, i climatologi concordano. Non si tratta quindi di salvare il pianeta, o la natura, perché la Terra, che ha vissuto già almeno cinque estinzioni di massa, potrebbe fare benissimo a meno degli umani. Si tratta quindi di salvare noi stessi.

È chiaro, però, che quando parliamo di futuro, parliamo di un tempo lontano, anche se fossero soltanto i 12 anni ipotizzati dall’IPCC nell’ottobre scorso per evitare un aumento della temperatura globale che superi la soglia massima di sicurezza.
Tempi così sono fuori dalla portata dei politici, impegnati a rincorrere gli elettori nel giorno per giorno, e anche, molto spesso, dai pensieri di ognuno di noi, anche di chi ha figli, e dunque dovrebbe maggiormente preoccuparsi di cosa riserva loro il futuro.
Insieme a questo, va considerato che certi paesi potrebbero considerare vantaggiosi alcuni cambiamenti climatici. Lo scioglimento dei ghiacci artici potrebbe facilitare le rotte nevali e lo sfruttamento dei poli, per esempio. Le temperature più alte potrebbero aiutare a ridurre la dipendenza dall’importazione di energia.
Inoltre, da centinaia di anni, la nozione di progresso (nata prima della rivoluzione industriale) ci porta a ritenere di solito che con il tempo necessario siamo in grado di trovare soluzioni tecniche a tutti i problemi. Dunque, perché non anche al cambiamento climatico? Si tratta, come è evidente, di un atto di fede più che di un atteggiamento razionale.
Un altro aspetto negativo potrebbe però essere provocato paradossalmente dallo stesso allarmismo che accompagna la diffusione delle notizie sul clima (mescolate ovviamente con pettegolezzi su vip, foto di gatti, fatti di cronaca nera, spot pubblicitari) . L’idea che la situazione sia così drammatica può spingerci a pensare che i cambiamenti siano ineluttabili, talmente fuori dalla nostra portata da rendere inutile qualsiasi iniziativa.

Il rischio principale, però, è che se certi cambiamenti climatici si dovessero manifestare in modo catastrofico – per esempio con un innalzamento improvviso del livello delle acque o altri eventi di impatto drammatico sulla vita di migliaia o milioni di persone – l’attuale liberismo climatico di molti governi, oggi più propensi a coltivare scelte personali dei consumatori più che obblighi per i produttori, si trasformerebbe rapidamente in dittatura ambientale.

La questione climatica, poi, può diventare facilmente anche questione sociale e di classe. Perché chi è più ricco e potente potrà permettersi di vivere in aree più sicure, dal punto di vista climatico, sanitario, alimentare.

Il punto non è tanto quello di trovare un colpevole, un nemico a cui attribuire la responsabilità dei cambiamenti climatici. Per alcuni scienziati il cambiamento di epoca – la nascita del cosiddetto Antropocene – risale alla rivoluzione industriale. Per altri alla stagione dell’atomica. Per altri ancora alla scomparsa di gran parte della popolazione dell’America dopo la “scoperta” da parte degli esploratori europei. Per uno, in particolare, dall’inizio degli incendi appiccati volontariamente alle praterie.
Si tratta di scelte che sono anche ideologiche, in un certo senso, perché possiamo dire, secondo la narrazione che scegliamo, che il cambiamento climatico è colpa del capitalismo o semplicemente delle condizioni della storia umana.
È importante? Magari sì, ma quel che è più importante è disegnare una nuova rotta. Per questo, oggi, serve un’alleanza internazionale per il clima che coinvolga le persone, non che solleciti semplicemente a modificare i costumi secondo il proprio sentire etico ma che faccia cose come mettere fuori legge rapidamente i combustibili fossili, ridurre gli allevamenti intensivi, puntare sui trasporti pubblici collettivi.

E adesso, Zingaretti?

6 marzo 2019

 

La vittoria piena di Nicola Zingaretti è un bel segnale per il Pd, perché nelle urne delle primarie il partito sembra aver ritrovato una guida solida, un anno dopo la sconfitta delle Politiche 2018 e le divisioni che ne erano seguite, anche sul tentativo di dialogo con il M5s.
Ma non è per nulla scontato che l’elezione di un nuovo segretario con oltre il 60% dei voti possa risolvere i problemi del centrosinistra.

La scelta di tenere le primarie due mesi e mezzo prima delle Europee poteva rischiare di danneggiare il Pd, se non ne fosse emersa un’indicazione certa sulla leadership. Un rischio che gli elettori e simpatizzanti dem hanno scongiurato, votando in gran numero e indicando Zingaretti. Dunque il voto di domenica ha rappresentato l’apertura ufficiale della campagna elettorale, nel segno di una rinnovata unità del partito.

I primissimi sondaggi indicano un recupero di consensi, ma il Pd resta comunque il terzo partito, dietro il M5s.
Inoltre, non sappiamo ancora se e come il partito si presenterà alle Europee, col proprio simbolo oppure con una lista “frontista” simile a quella pro-Europa proposta dall’ex ministro Carlo Calenda. E non sappiamo neanche se Matteo Renzi intenda dar vita a un proprio partito inspirato a “En Marche” di Emmanuel Macron.
Visto che alle elezioni europee si vota col sistema proporzionale, Renzi potrebbe essere tentato di fare questa mossa. Ma potrebbe anche aspettare di capire come andrà il nuovo Pd di Zingaretti. Perché se il partito non migliorasse il risultato almeno rispetto alle Politiche 2018 (alle Europee 2014 prese un irripetibile 40%), l’ex premier potrebbe decidere di restare per condizionare la situazione: anche perché a lui fanno ancora riferimento i gruppi parlamentari di Camera e Senato (ma la situazione potrebbe poi mutare, come accadde dopo il 2013 a Pierluigi Bersani).
Renzi oggi però non ha più enormi margini di manovra: se presentasse una sua lista alle elezioni per l’Europarlamento potrebbe rischiare di non superare la soglia di sbarramento al 4%; se scommettesse sulle difficoltà di Zingaretti, potrebbe restare deluso.

In ogni caso, la Enews diffusa ieri sera da Renzi ha un primo capitolo intitolato “Buon lavoro, Nicola” seguito da quello “Un’altra strada” (che fa riferimento al suo ultimo libro). Sembrerebbe quasi una dichiarazione d’intenti separatista, tanto più che c’è poi un plaudo incondizionato al manifesto lanciato da Macron per le Europee. Ma a Renzi piace giocare a carte coperte fino alla fine (e in questo è diventato quasi prevedibile).

Quel che è abbastanza certo, è che il Pd può solo cominciare, e con un anno e passa di ritardo, la propria “lunga marcia”, verso la costruzione di una vera alternativa di governo, che potrebbe passare anche attraverso una ridistribuzione delle forze e dei voti a sinistra e/o in una “rifondazione” dem.
Ma questo percorso non sarà subito in discesa. Zingaretti dovrà fare probabilmente i conti con una riconferma della maggioranza gialloverde alle elezioni Europee, dato che nonostante il consenso al governo cali, inevitabilmente, i sondaggi continuano a indicare che Lega e M5s insieme sono ben oltre il 50%.
Potrebbe essere una specie di ripetizione mutatis mutandis del 1994, quando il centrodestra di Silvio Berlusconi vinse le Politiche e poi le Europee, contro la “gioiosa macchina da guerra” di Achille Occhetto.
Quindi, dopo il 25 maggio, probabilmente in molti si dichiareranno vincitori: la Lega e il M5s (anche se perderà voti), il Pd se riuscirà ad andare meglio che alle Politiche.

Nonostante in molti abbiano detto che queste primarie fossero anche un sondaggio pro o contro Renzi, Zingaretti non si allontanerà molto, e comunque non lo farà rapidamente, dalla precedente linea Pd, che è stata molto influenzata dall’ex segretario e premier. Perché il gruppo dirigente dem difficilmente si è lasciato andare fin qui ai mea culpa, e perché non è lo stile di Zingaretti, che peraltro ha con lui molti ex sostenitori di Renzi. Più facile invece che si inizi a tracciare progressivamente una linea politica diversa – più nelle dichiarazioni che nella sostanza, almeno all’inizio – e soprattutto a marcare, più rapidamente, una linea di comunicazione meno centrata sul leader, o comunque meno spettacolare di quella di Renzi.

La prima uscita di Zingaretti, quella in Piemonte per difendere il progetto di linea ferroviaria ad alta velocità Torino-Lione, è servita probabilmente più a mettere il dito nella piaga dei contrasti M5s-Lega che altro.
In fondo, il Pd è sempre stato piuttosto pro-Tav, anche prima di Renzi (il quale, come ha fatto in molti altri casi relativi a questioni ambientali, ha avuto un atteggiamento critico, per pochissimo tempo, avallando poi le scelte precedenti).
Il sostegno di Zingaretti potrebbe creare problemi al centrosinistra in Piemonte, visto che Sinistra Italiana e altri sono contrari al cantiere in Val di Susa, ma d’altronde è il candidato presidente (uscente) del Piemonte, Sergio Chiamparino, a sostenere a spada tratta l’opera. In generale, però, l’obiettivo sembra quello di riportare il Pd a presentarsi come forza del lavoro, delle infrastrutture, della famosa “alleanza dei produttori”.

Per questo sarà interessante vedere anche quale sarà l’atteggiamento di Zingaretti e dei suoi verso il sindacato e la Cgil in particolare, dopo l’elezione di Maurizio Landini (e la morte dell’AD di Fca Sergio Marchionne, che Landini aveva osteggiato e che Renzi aveva sostenuto). Perché il neo segretario, per recuperare consensi al partito, deve anche ricucire i rapporti con l’unica organizzazione di massa che ancora tiene, nonostante i limiti e l’epoca. E Landini è considerato comunque un “combattente”.

Ancora, la visione del centrosinistra di Zingaretti, che non sembra più quella del partito a vocazione maggioritaria di Veltroni e poi di Renzi, potrebbe comportare un’apertura di credito verso quel pezzo di mondo cattolico che potrebbe strutturarsi in partito politico. Si tratta di un’area democratica, europeista e sociale insieme, legata al pontificato di Francesco.
Stesso ragionamento potrebbe valere per la (rinnovata) area ecologista, che oggi vede insieme l’ex M5s Federico Pizzarotti, i verdi e forse altri gruppi minori, che cercano di sfruttare l’onda verde europea e la marce dei giovani contro il cambiamento climatico e l’immobilismo dei governi.

I giovani. Zingaretti ha dedicato la sua vittoria a Greta Thunberg, la giovanissima attivista ecologista svedese che ha trascinato masse di ragazzi nelle strade prima in tutta Europa e ora anche in altre parti del mondo.
Dedica interessante e quasi scontata, però poi bisogna vedere concretamente quanto il Pd potrà recuperare sul fronte giovanile. Alle primarie la grandissima parte degli elettori aveva più di 50 anni. I giovani, cioè i portatori di futuro, sono i grandi scomparsi del dibattito politico in Italia. Ovviamente servono politiche sulla scuola e la formazione – soprattutto nella dimensione pubblica e collettiva – ma serve anche toccare le corde dei giovani, fargli percepire una prospettiva, un loro peso.

Ancora, Zingaretti è praticamente il primo leader di un partito importante che sia nato negli anni Sessanta, e più precisamente a cavallo tra la generazione di baby boomer e quella cosiddetta X, che è arrivata tardi per la rivolta giovanile del 1977 e che si è ritrovata al massimo nella breve stagione della Pantera. Gli unici due premier nati nello stesso decennio sono stati Enrico Letta e Giuseppe Conte. Il primo si è ritrovato a Palazzo Chigi dopo il mancato successo elettorale del Pd di Bersani, il secondo ha nei fatti un ruolo di mediatore tra i due veri leader, Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Chissà che Zingaretti non riesca a riscattare in qualche modo il suo decennio, anche stabilendo un ponte tra generazioni.

Ovviamente, e per fortuna, non è tutto nelle mani di Zingaretti. Che ha vinto certo due elezioni nel Lazio, ma che per esempio preferì non candidarsi a sindaco di Roma nel 2013, dice la vulgata politica, perché troppo timoroso. Dunque, l’importante è che il Pd ritrovi un suo gruppo dirigente coeso, che prenda le decisioni insieme, anche dopo scontri forti. È una condizione, questa, che sembra imposta dalle stesse caratteristiche del centrosinistra, che mal sopporta, se non per breve tempo, l’idea del “capo”.

 

Questa maggioranza è rossobruna, non gialloverde

14 febbraio 2019

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Non è solo una questione cromatica. Il governo M5s-Lega è l’incontro tra un’organizzazione nata a sinistra e un partito diventato di estrema destra. Ma siccome si continua a far finta che la sinistra sia una sola, che la sinistra sia comunque “buona” e che occorre fare a gara per stabilire chi è “più” o “veramente” di sinistra, si finisce a cercare inutilmente di dimostrare che i grillini sono fascisti.

 

La polemica sul carattere cromatico della maggioranza di governo attuale, quella definita gialloverde, va avanti dalla data del suo insediamento a Palazzo Chigi, cioè dal primo giugno 2018.

Di solito, si contesta l’uso della parola “verde” associata alla Lega – il verde, si dice, resta il colore degli ecologisti – preferendo invece il termine “nero” o “bruno”, che si addice meglio a un partito divenuto di estrema destra.

Credo invece che il modo migliore per definire cromaticamente il governo M5s-Lega sia “rossobruno”, e che i vari partiti e gruppi di sinistra dovrebbero seriamente, e serenamente, porsi il problema. Perché non è, appunto, solo una questione di colori.

In questi anni, molti esponenti del centrosinistra hanno continuato a esercitarsi giornalmente nell’opera di dimostrare che il Movimento Cinque Stelle non sia una forza “di sinistra”. Intendiamoci, al M5s non interessa affatto apparire tale: la strategia comunicativa di Casaleggio-Grillo è stata sempre quella di affermare l’estraneità all’asse classico sinistra-destra. Ma per il Pd e alleati vari però – e basta guardare i flussi elettorali e analizzare anche il background dei militanti storici – il M5s ha rappresentato un pericoloso concorrente; quindi, negare la possibilità che abbia radici a sinistra, significa dire agli elettori che “noi siamo la vera sinistra, non quelli”.

Credo che in questi ragionamenti ci siano diverse falle.
La prima è quella di continuare a considerare la “sinistra” come un blocco, un sistema di pensiero o un orientamento unico, mentre sarebbe più corretto almeno parlare di “sinistre”, perché non esiste, quella cosa chiamata sinistra. Perché anche se la pretesa fosse che tutte le forze di sinistra affondano le radici nella stessa idea di “libertà eguaglianza fraternità”, è stata la stessa epopea della rivoluzione francese a dimostrare che le differenze hanno contato quasi subito più delle affinità.

La seconda falla è quella di considerare implicitamente che tutto quel che è “di sinistra” sia “buono”. Di qui, la necessità di separare il grano dal loglio (ps: questa è un’espressione talmente desueta che non c’è il rischio che il famigerato T9 di Whatsapp la modifichi definitivamente in “separare il grano dall’olio”…). Ma basta dare un occhio alla storia contemporanea per intuire come un certo numero di leader e organizzazioni “di sinistra” abbiano provocato, e continuino a provocare, disastri, carneficine, ingiustizie, magari animati da nobili intenti. Ogni tanto poi qualcuno si incarica di dimostrare che tali costi siano minori a quelli del “capitalismo reale”. Come se questo fosse un sollievo.

Un tempo, molti decenni fa,  l’espressione “niente nemici a sinistra” significava che chi è di sinistra non è un avversario. Poi è passata a significare un’altra cosa, e cioè che se qualcuno è un tuo avversario, implicitamente non è di sinistra, anche se dice il contrario (si tratta di dispute che ricordano dissidi teologici, non per caso) . Tanto più il M5s, che neanche dice di esserlo, di sinistra. Ma che per ampia parte del centrosinistra attuale è diventato un’ossessione e un bersaglio, molto più della Lega.

Prima di cercare di spiegare perché il M5s è “di sinistra” – cosa che non sfugge affatto alla destra rimasta fuori da questo governo, e che ovviamente gonfia anche l’argomento in chiave propagandistica – bisogna allora essere chiari: dirlo non significa doverci fare un governo insieme.
Continuo a pensare che sia stata persa un’occasione nel 2013: quella di non trovare un’intesa tra centrosinistra e M5s. E che nel marzo 2018, pur con tutte le difficoltà, si sarebbe dovuto provare, per il famoso bene del Paese, un aggancio. Ovvio che oggi, dopo questi mesi di governo M5s-Lega, non si può più pensare a qualcosa del genere.

Perché dico che il M5s è culturalmente “di sinistra”, anzi, de sinistra, a conduzione leninista, in tinta ecologista (insomma, compagni che sbagliano)?
Perché è nato come contestazione alla corruzione del berlusconismo e come reazione alla normalizzazione della sinistra negli anni 90 (che in realtà era iniziata ben prima). E’ nato anche grazie alle piazze dei girotondi che contestavano Berlusconi e il centrosinistra, ha respirato quell’atmosfera “di sinistra” che denunciava a ogni pie’ spinto il  “potere corrotto e mafioso” (che fosse vero o fosse un’esagerazione) della Dc e dei suoi alleati. I suoi militanti erano, spesso, quelle che i neofascisti hanno sempre chiamato zecche. Il suo programma iniziale era (ed è ancora seppur più nominalmente che altro), sostanzialmente ecologista, pacifista, libertario, anti-corruzione, per la democrazia diretta (concetto che ha avuto vasta eco a destra e a sinistra). Tutta roba che sta nell’album di famiglia della sinistra contemporanea in Italia, quella nata negli anni 60.

Oggi forse ha prevalso l’anima dei diritti sociali su quella dei diritti civili, ma anche quella è una roba “de sinistra”. Avete mai discusso con gente “de sinistra così” convintissima che sia tutto sempre un problema di sovrastruttura, o che comunque i problemi dei lavoratori sono quelli primari, il resto può attendere?

 

Quando parlo di conduzione leninista, ovviamente in parte banalizzo e provoco (non vorrei che mi si offendessero i sostenitori della santità di Lenin) , ma il direttorio della Casaleggio & Friends è questo: un gruppo legittimato dalla “lotta”, carismatico, che governa con un criterio non democratico (o, quando va bene, da centralismo democratico).
Non è il partito-azienda che a qualcuno piace disegnare: quello è Forza Italia, il partito del fondatore dell’azienda. Il M5s nasce dalla fusione tra la struttura dei MeetUp guidata dal carisma (perso, in parte) del profeta Grillo che ha incontrato a un certo punto il mago Casaleggio. Quello che ne è venuto fuori è un gran casino, che mette insieme un sentimento di sinistra, giustizialismo a corrente alternata, revanscismo piccolo borghese, populismo (di sinistra, perché ne esistono varie versioni), ecologismo casinista, nostalgie varie, soprattutto (la nostalgia di un periodo in cui c’era un grande partito di sinistra che difendeva davvero i lavoratori, anche: ovviamente sto facendo dell’ironia).
Ed in questa chiave ha funzionato – finché durerà – l’aggancio con i bruni della Lega. Che non sono quei traditori del popolo del Pd e della sinistra amica delle élites….

Ovviamente, oggi non tutto il popolo M5s è così. Probabilmente a molta gente della provenienza politico/idelogica del M5s non interessa neanche un po’. Non interessa il discrimine destra/sinistra (o destre/sinistre). C’è un ampio sottobosco di gente che pensa di essere stata precipitata in basso dopo la crisi finanziaria (e anche dopo il 1989, che non è così remoto) e che cerca qualcuno che la possa difendere, che possa arrestare questa folle corsa che è diventato il mondo ristabilendo dei confini non solo territoriali.

Ma io mi riferisco alle culture fondanti del M5s. Il problema, da affrontare sta ancora tutto lì.

 

La playlist 2018 (e un po’ di 2019)

13 febbraio 2019

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Questo è quel momento dell’anno in cui faccio il repilogo della musica che mi è piaciuta di più l’anno prima. Passo un bel po’ di tempo a riascoltare le tracce e a eliminare quelle che mi convincono meno, con l’idea di farne una playlist per gli amici. Un tempo si trattava solo di una decina di canzoni, quante ne entravano in un cd. Adesso, con le chiavette usb, sono arrivato a superare le due ore. L’anno scorso erano additittura tre.

Qui trovate i video dei pezzi in questione, solo per farsi un’idea. Con un po’ di testo per ognuno. Non è una classifica, e l’accostamento è assolutamente casuale.

MORTAL UNKNOWN ORCHESTRA  – Band neozelandese emigrata negli Usa, li ho scoperti leggendo riviste musicali. Legge che in origine facevano rock psichedelico, ma questo brano, Every One Act Crazy Nowadays (oggi tutti si comportano da pazzi) mi ricorda un sacco Prince.

COSMO – Ho sentito questo pezzo a manetta, nei mesi scorsi. Mi piace tutto l’album, a vero dire. E sono stato piacevolmente sorpreso che Cosmo si sia esibito sul palco della Festa del Primo Maggio. Direi che la sua musica (che mischia elettronica, dance, richiami alla world, con testi in italiano) è una delle cose più innovative a livello mainstream in Italia. Questa è Sei la mia città.

YOUNG FATHERS – La prima volta che li ho sentiti, era per via di un paio di pezzi nella colonna sonora di Trainspotting 2. Sono di Edimburgo, sfuggono alle etichette. Non è sllo hip hop, non è elettronica, non è un sacco di cose. Come questo brano, See How, con quel contrabasso ripetitivo e lancinante. Scopro solo ora che recentemente sono stati rifiutati da un importante festival tedesca perché sostengono la campagna di boicottaggio e disinivestimento e sanzioni (BDS) contro Israele per i Territori Occupati.

SEUN KUTI – E’ il figlio di Fela Anipolaku Kuti – il più grande musicista nigeriano degli ultimi decenni e probabilmente uno dei maggiori artisti africani – e ha raccolto l’eredità dell’innovativo padre, sia musicale (guida lui la ora storica band Egypt 80) che politica. Black Times, in cui suona anche Carlos Santana, è una canzone di lotta.

CALEXICO – Conoscevo la band per qualche pezzo, ma li ho scoperti davvero dopo aver visto un concerto in cui faceva loro da spalla Mexican Institute of Sound (cioè Camilo Lara e i suoi compagni di viaggio), uno die miei gruppi preferiti degli ultimi anni. Li ho trovati trascinanti, dal vivo. Calexico è la iasi di California e Messico, e la loro musica attinge a tutte e due le fonti, come si capisce anche dalla sezione fiati di questa canzone, Under The Wheels.

DJ KOZE – E’ dance, è elettronica? Boh, è importante? Pezzo trascinante di questo dj e musicista tedesco, premiato varie volte per il suo lavoro ai piatti e anche per  l’album, “Knock Knock”, da cui è tratta Planet Hase.

COURTNEY BARNETT – Avevo ascoltato per la prima volta questa rocker australiana un paio di anni fa, per un album realizzato insieme a Kurt Vile. Tutto l’album è gradevole, e anche qualcosa in più. La canzone si chiama Nameless Faceless.

BEACH HOUSE – Nel gioco dei rimandi, questo pezzo, Dive, mi ricorda alcune canzoni anni 90 dei Chemical Brothers (Asleep For Day). Vengono classificato come dream pop, dal video qui si direbbero psichedelici. Formazione minimale; sono un duo, tastiere chitarra e voce.

MELODY’S ECHO CHAMBER – Altro gioco di rimandi: loro (che poi in realtà parliamo di lei, la francese Melody Prochet), almeno per questa canzone, mi fano tornare in mente gli Stereolab. Per la musica, per il cantato metà in francese, metà in inglese, per l’atmosfera. Il pezzo si chiama Quand Les Larmes d’Un Ange Font Danser La Neige (Quando le lacrime di un angelo fanno danzare la neve).

RYLEY WALKER – Ho scoperto solo pochi giorni fa che questa Busted Stuff è una cover di un pezzo della Dave Matthews Band, ma anche se non è originale vale la pena ( e forse è meglio dell’originale). Dichiarazione d’amore per una donna fatale.

1975 – I 1975, una band pop rock (qualcuno ha parkato di un misto tra New Order e One Direction…), sono piuttosto alla moda ultimamente, e non solo perché vengono da Manchester. Leggo che il nome sarebbe stato ispirato da un libro di poesie di Kerouac. Questa Give Yourself A Try merita.

COLLE DER FOMENTO – Sono tornati, dopo un bel po’ d’anni (loro dicono sette, in una canzone dell’album omonimo, Adversus, leggo altrove 11). Pezzo ipnotico, come direbbe il dj di una radio da quattro soldi. Né per stile, né per fama né denaro / Scrivo tutta la mia rabbia a questo mondo: è questo il principio ispiratore di tutto questo lavoro, che è potente, di un gruppo che mi è sempre piaciuto, e di cui faceva parte anche Ice One, al secolo Sebastiano Ruocco, compagno di liceo e di avventure per un po’ nella rivista Indie.

SAY LOU LOU – Anche questo è un duo: si tratta delle figlie di Steve Kilbey, il cantante dei The Church (gruppo australiano di qualche fama un po’ di tempo fa: magari vi ricordate anche la canzone Under The Milky Way), e di Karin Jansson, chitarrista della band svedese Pink Champagne. Anche qui, la definizione del genere musicale che fanno è dream pop (io avrei detto trip hop, ma va bene uguale).

ELVIS COSTELLO – Confesso: nel video faticavo un po’ a riconoscerlo, ma la voce è sempre la sua, e lo stile anche (anche se questa canzone l’ha scritta con Carole King!). Costello è la dimostrazione di quanto si possa continuare a produrre bella musica sperimentando, adatattando, rifacendo, mescolando per anni e anni.

MIYA FOLICK – E’ una cantante americana, ma con origini per metà giapponesi e metà russe. Gran bella voce, questo è il suo primo album, Cost Your Love per me è la migliore canzone.

YOUNG JESUS – Tipica Indie rock band, californiana, come probabilmente ce ne sono e ce ne sarano tante. Però questo pezzo mi ha preso molto. Un canto come una litania, una chitarra che inizia un riff minimalista e poi continua con un assolo selvaggio. Leggo che il titolo della canzone, Fourth Zone of Gaits, è un riferimento al pittore Philip Guston. Il testo parla, credo della creazione artistica, della percezione della sua vastità e anche della difficoltà, per questo, a coglierla completamente.

MHD – E ora qualcosa di completamente diverso. Lui è un giovane parigino di origine africana, forse il miglior rappresentante di quello che si chiama afro-trap. Mentre scrivo, è in detenzione preventiva per omicidio volontario: lo accusano di aver partecipato all’omicidio di un 23enne la scorsa estate a Parigi. Il testo della canzone, apparentemente, racconta il suo stesso successo musicale, abbastanza rapido, già dopo il primo album del 2016

PETITE NOIR – So poco di lui, se non quello che ho letto: cantante sudafricano, è il promotore della noirwave, un movimento culturale africano. La canzone s’intitola Blame Fire.

JUNGLE – I Jungle mi piaciucchiano da un po’. Sono un gruppo fondamentalmente soul&funk, britannico. Nei loro video, come in questo, c’è sempre molta danza. La canzone si chiama “Heavy, California”.

ARCTIC MONKEYS – Ho a lungo esitato su questo brano, Star Treatment. L’album da cui è tratto è stato molto discusso nei mesi scorsi, ma non ho ancora deciso se mi piace davvero. E’ parecchio diverso rispetto al sound degli AM, che seguo dagli esordi (sono forse la prima band diventata famosa grazie al web).

ART BRUT – Loro potrebbero essere un fuoco di paglia, anche se suonano ormai da diversi anni, ma la canzone, Hooray, è caruccia.

AU/RA – Altra canzone che ho sentito a ripetizione, pur se nella versione dance, questa Panic Room. Ma le qualità canore di Au/Ra, che non ha neanche 18 anni, si notano a prescindere dal ritmo. Lei l’ha definita una canzone sull’ansia e sul dubbio. Leggendo il testo, mi è venuto in mente il film con lo stesso titolo, uscito pochi anni fa, e immagino non sia un caso.

CALIBRO 35 – Musica per film polizieschi mai girati: è quella che suonano i Calibro 35, anche se poi alcuni loro brani sono stati effettivamente utilizzati in colonne sonore. All’inizio della loro carriera erano probabilmente più noti all’estero che in Italia, dove si sono affermati poi come band tv.

DEATH GRIPS – Devo la scoperta di questa band noise a Christophe: hanno un sound difficilmente classificabile, e anche poco musicale in senso classico (motivo per cui temo non emozieranno i miei cari e vecchi amici). Ma mi piacciono un sacco, anche se devo ascoltarli da solo, in cuffia, correndo. La canzone si chiama Death Grips Is Online.

ELEANOR FRIEDBERGER – Probabilmente non la troverete originale, e probabilmente non lo è, ma la canzone, Everything, è bella e ben cantata. Lei è americana, ha una quarabtina d’anni, fa da tempo musicalmente coppia col fratello nei The Fiery Furnaces.

FLORENCE + THE MACHINE – Preferivo il loro album precedente, ma questo pezzo, Hunger, mi piace molto. Il gruppo è costruito essenzialmente su due donne, Florence e Isabella, la voce e il braccio. Suonano dal 2007 almeno. Qualcuno ha paragonato Florence a Kate Bush, e secondo me è abbastanza vero, soprattutto in questo brano.

BIG JOANIE – Band femminile e femminista nera punk (e britannica), nata pochi anni fa. Le ho appena scoperte, e questo brano, Fall Asleep, merita. Se mi addormento, dice il ritornello, svegliami da questo sogno che mi fa piangere da settimane.

AUDIOBOOKS – Questo due elettronico londinese mi ricorda un sacco gli FM Belfast, una band islandese che sentivo anni fa. La canzone si chiama Hot Salt. “Non mi piacciono gli ordini / Non mi piaccione le pecore / Non mi piacciono i ragazzi che mi guardano / Il mio tesoro avvolto attorno alle spalle / Siamo così freschi”.

THE LEMON TWIGS – Altra scoperta recente, degli ultimi due anni. Band americana composta dai fratelli polistrumentisti D’Addario, mescola un sacco di generi e pesca nella tradizione musicale americana, ma non solo. Dentro Never In My Arms… sento echi dei DeadKennedys e di Bruce Springsteen, del glam rock, di un sacco d’altra roba. Sono vicini, come ispirazione, ai Foxygen, una band che nel 2017 ha pubblicato un album fichissimo, Hang.

INSECURE MEN – Secondo me, anche loro pescano nell’universo musicale dei Lemon Twigs, anche se forse dal lato più psichedelico. Conoscevo già Saul Adamczewksi, ex membro dei fat White Family (che hanno un sound completamente diverso), ignoravo il compagnetto di giochi Ben Romans-Hopecraft. Devo la scoperta a Bob Corsi. La canzone, Teenage Toy, è molto carina.

THE GOOD, THE BAD & THE QUEEN – Qui entriamo nei pezzi già del 2019…  E’ l’ennesimo progetto di Damon Albarn (quello dei Blur e dei Gorillaz). Questo è il secondo capitolo della band, che produsse un disco omonimo nel 2007 (con Paul Simonon, ex Clash – ma lo scrivo solo per i più giovani e i meno attenti – Tony Allen, storico batterista di Fela Kuti, e Simon Tong, ex Verve). Bello e fuori dal tempo. E bella Gun To The Head.

AMMAR 808 – E’ lo pseudo di un artista tunisino, che usa uno dei nomi arabi più comuni in Nordafrica e la sigla di una delle drum machine più note. Il disco è un mix di elettronica e tradizione. La canzone s’intitola Ain Essouda.

VIAGRA BOYS – Nome paraculo, band post-punk svedese, ancora una volta scoperta grazie a Christophe Perruchi. Ho scelto forze un pezzo più classico, musicalmente, Shrimp Shack, che ha un testo parecchio no future.

BEIRUT – Sono stati per anni uno dei miei gruppi preferiti, ma da un po’ ne avevo smarrito le tracce. Sono tornati nel 2019 con Gallipoli, che è anche il titolo della traccia. Gallipoli, in Puglia, dove sono stati nel 2017. Nonostante si parli di ispirazione salentina, a me però pare che siano i fiati messicani qui a sentirsi…

THE SPECIALS – Ancora 2019. Ascoltavo gli Specials 30 anni fa, come tutti i ragazzetti passati per il punk reggae roots ska (e poi rap, funk etc). Edè bello ritrovarli adesso con questo album, che sto sentendo in questi giorni, dove c’è un sacco di roba, dal reggae alla giamaicana al dub, dal funk al pop. La canzone si chiama Vote For Me.

Sanremo, solo ascoltando le canzoni

7 febbraio 2019

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Non ho visto le prime due puntate di Sanremo. Nonostante sia uno spettatore militante, e segua il festival da più di 40 anni – tutte le edizioni – in questo periodo mi sveglio più presto del solito e a una certa ora crollo.
Anche se la performance sul palco dell’Ariston è un pezzo importante, per valutare le canzoni e gli artisti, ho trovato un’alternativa: ho scaricato sull’iPhone la playlist del festival e ho iniziato ad ascoltare prima correndo e poi sullo scooter.

Quelle che riassumo qui, intanto, sono solo impressioni. A partire dal fatto che genericamente il livello è piacevole (oddio, è un termine che usa spesso mia madre, “piacevole”: un altro sintomo dell’invecchiamento), quanto non indimenticabile. Come però spesso succede a Sanremo. Non c’è niente di originale veramente, ma forse è anche troppo chiedere. La linea musicale è sempre più “global”, grossomodo un misto di pop, hip hop, trip hop, two step, world music, un po’ di rock.

Tra quelle che ho apprezzato di più, direi che ci sono le canzoni di Daniele Silvestri , Mahmood, Ghemon, Arisa (che mi ricorda un pezzo degli Scissors Sisters), Loredana Berté (forse perché non l’ho ancora vista).
Provo simpatia per Achille Lauro, giuro, che mi fa lo stesso effetto che Anna Oxa all’esordio a Sanremo. Lei era finto-punk, lui esprime la poraccitudine del would be gangsta-rapper che però vive a Vigne Nuove. L’accusa di plagio per la canzone degli Smashing Pumpkins (“1979”, che la maggior parte degli amici con cui guardo tutti gli anni Sanremo credo ignorino) mi pare, francamente, una stronzata. Il ritmo è già sentito, vero, ma mica solo in quella canzone.
Non è male la canzone di Livio Cori & Nino D’Angelo. Certo, Cori non è Liberato, ma non è male.

Confesso che pure se è simpatico, Cristicchi con le sue canzoni non mi convince. Non mi dispiace neanche, ma spesso suona inutile e inutilmente pretenzioso.
Mi ha deluso Ultimo, che spesso i miei figli cantano in macchina. Pare una versione minore di Tiziano Ferro.

Nek, che non potrò mai dimenticare per quella strofa sulle “mani cucciole”, continua a fare musica scopiazzata qui e lì, altre volte più simil-U2, stavolta più pop-techno. C’è di peggio. I Negrita sono sempre sostanzialmente retorici, ma il ritornello mi piace (Ma non mi va di raccogliere i miei anni dalla cenere, voglio un sogno da sognare voglio ridere / Non mi va, non ho tempo per brillare voglio esplodere). Il genere degli ex-Otago non è il mio preferito, ma in fondo fanno il verso ai Coldplay, c’è di peggio.

Zen Circus e BoomDaBash: caruccetti, ma niente di più (anche se apprezzo sempre il reggae, e dunque avevo aspettative sui BoomDaBash, ma il testo è disarmante). Idem per Shade & Federica Carta (che canta sullo stesso tono di Francesca Michielin o faccio confusione io???) e per Motta.

Niente di che Patty Pravo e Briga, ma forse dovrei risentirli.

Da scartare, subito (lo so, pesano i pregiudizi) Anna Tatangelo, Il Volo, Francesco Renga (la cui popolarità per me resta un mistero). Enrico Nigiotti pare la colonna sonora adatta per questa maggioranza gialloverde (o rossobruna), con quella nostalgia canaglia che non reggo.

 

Revisionismi incrociati

30 gennaio 2019

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Da tempo volevo scrivere qualcosa su Proletkult, il nuovo libro del collettivo Wu Ming, ma a darmi la spinta, confesso, è stata la prima puntata di una serie su Trotsky (o Trockij o Trotskij) che ho visto ieri sera, su suggerimento di un amico. E comincio da qui.

È piuttosto curiosa, questa serie. Non bella, ma curiosa sì. Prima di tutto perché Trotsky è stato letteralmente rimosso dalla storia russa per decenni. La fine dello stalinismo non ha mai portato a una sua riabilitazione. Solo nel 1990 Dmitri Volkogonov ha raccontato la storia dell’antagonista di Stalin in un’intervista alle Izvestija, all’epoca ancora quotidiano del governo sovietico. Qualche anno dopo, Volkogonov avrebbe pubblicato la biografia di Trotsky (“l’eterno rivoluzionario”).

Il fatto che nel 2017 il Canale Uno della tv russa (che è controllato dallo Stato) abbia dedicato a Trotsky una serie – che ora si può vedere su Netflix – può indicare certamente una “apertura” politica e culturale che in altri tempi sarebbe stata impossibile, e che magari qualcuno ritiene inconciliabile col regime di Putin. Ma secondo me la scelta di farne un personaggio tv è ascrivibile anche ad altro, e cioè alla costruzione di un pantheon della Russia attuale, questo strano impasto di nazionalismo imperial-statalista, in cui anche Trotsky bene o male ha la sua parte.
Poco importa che Stalin lo abbia sconfitto nella lotta per il potere e poi fatto uccidere, dichiarando guerra anche ai suoi seguaci. C’era anche Trotsky, nel periodo eroico della costruzione dell’Urss, dunque va annoverato anche lui tra i padri della patria. Qui siano oltre la riabilitazione, siamo al revisionismo ad uso imperiale.

La serie, dicevo, non è bella. Aldilà degli errori storici di cui parlano alcuni critici (una serie non è un libro di storia, ma può fare molti più danni, perché è quella la storia che resterà in testa alle persone…), è un kolossal pacchiano e ridondante, perfino nella scelta dell’ingombrante colonna sonora. Trostsky è raffigurato talvolta come una macchietta, altre come una grande figura tragica pervasa in certi momenti da una sessualità selvaggia (la scena iniziale del treno dice tutto) in altri da una forte ragione di Stato, o di partito.

Torno allora a Proletkult. Che non parla di Trotsky ma di Bogdanov, un’altra figura sparita presto (morì nel 1928) dal panorama dell’Urss, poco nota ai più, che fu importante prima della Rivoluzione d’Ottobre, molto meno dopo, quando diventò una sorta di pacifico dissidente, preferendo dedicare il suo ingegno allo sviluppo della medicina e non più a coltivare quella società comunista che aveva immaginato, e che lo aveva deluso.
Bogdanov scrisse almeno due romanzi che vengono classificati come fantascienza (mentre curiosamente quello dei Wu Ming non sembra essere considerato tale – o almeno in parte – dagli attuali cultori dell sf). Non li ho letti, ma a giudicare dai contenuti, si tratta di una fantascienza molto politica, utopica. Più alla Tommaso Campanella (La Città del Sole) che alla Ursula Le Guin (I reietti dell’altro pianeta).

Proletkult racconta dell’incontro tra Bogdanov e un personaggio uscito – o che sembrerebbe uscito – da Stella Rossa, il suo romanzo più celebre: una ragazza che viene a gettare l’allarme su quel pianeta utopico che il filosofo-scrittore-militante aveva immaginato, e che ora sta morendo (e qui invece forse il riferimento al romanzo di Le Guin e all’ambigua utopia c’è).

Ma Proletkult parla necessariamente anche della Mosca negli anni della lotta di potere del dopo-Lenin, dell’intolleranza crescente, della sofferenza di chi aveva altre aspettative sulla rivoluzione. E, in una serie di flashback, del rapporto – difficile – con lo stesso Lenin e con gli altri dirigenti del partito in esilio (e Trotsky è anch’egli liquidato come un altro assetato di potere, pronto a rovesciare le alleanze).

Perché parlo di revisionismo, qui? Lo faccio ironicamente, se volete. Immagino cioè quanto possa sembrare revisionista, per chi ha una certa formazione e idea sul movimento comunista internazionale, presentare un racconto così desolante non soltanto dell’Urss pochi anni dopo la rivoluzione – lo stalinismo non era ancora iniziato, era intuibile che Stalin avrebbe vinto, anche se il peggio sarebbe arrivato negli anni 30 – ma anche della stessa leadership di Lenin (uomo di ferro, non per caso). E, di passaggio, di Trotsky, da decenni messo sull’altare dai suoi.
Fare di Bogdanov il protagonista del libro equivale a farne l’eroe, succede sempre. E succede ancor di più, dicevo prima, quando il confine tra arte e storia e politica è labile. E dunque l’eroe Bogdanov è in qualche modo un “cacadubbi” (parola che appartiene anche alla tradizione comunista italiana), uno che rimette in discussione, che è amareggiato.

Vale la pena leggere Proletkult? Sì, ma con l’avvertenza, forse, che occorre avere un minimo di dimestichezza con tutto quello di cui ho parlato. Anche se i Wu Ming si sforzano molto di spiegare, nel corso dei capitoli, il background storico-politico degli eventi.